URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, dicembre 21, 2004

Rapsodia

Non il treno – la scala dei binari s’arrampica orizzontale e distante da qui -, non una stazione d’autobus, come se troppo remota fosse la speranza di arrivare un giorno fin qui, o da qui un giorno ripartire.
Eppure, questo è il centro dell’isola grande, l’isola dai tre lati, l’isola dei tre mari.
E qui, nel centro di questo centro, c’è lui, e a causa di lui adesso anch’io, per ascoltare la sua voce, per udirne il canto.
Terra senza acque, terra di polvere e scirocco attraversata dal mio passo che chiede strada a campi muti e bianchi di calore.
Neppure sotto di me, l’ombra, subito prosciugata appena tocca terra dalle argille spaccate e arse.
Su questi campi immagino eroi d’antichità omerica, ettore e achille che nessuno cantò, a fendere con la spada di bronzo carni e destini, e gli uomini dai loro dei, per poi pacificarsi nell’ora dello zenit, uniti contro il nemico che solo non si può vincere, lassù, di folgore e di fiamma.
La masseria di pietre a secco è l’unico grido in questo paesaggio di silenzio, sopra un’altura che è un’indecisione appena nella campagna piatta.
Non c’è porta che ostacoli l’ingresso inaspettato.
Un cane di razza irrisolta occupa, sdraiato, il passaggio al cortile interno e sterrato.
Osserva con un occhio appena mentre si lascia scavalcare, debolmente ostile.
Nel cortile, lui siede solitario come un patriarca, sotto un pergolato di foglie e d’ombra.
Lo aspettavo maestoso d’anni e del suo nome – è un uomo consunto, invece, intagliato nella pelle d’infinite rughe, il viso spaccato come la terra dei campi.
Un uomo di creta.
Antico come un aedo, e come il più famoso tra loro, cieco.
Ho pronte le parole, ma anche queste vengono bevute dalla pietra calda non appena pronunciate.
"Don Tano" dico solo, ma dentro c’è più d’un secolo di vita.
"Mio padre raccontò di Cunabbardo, lui lo vide e lo cantò" risponde, a conferma.
Cunabbardo, Garibaldi, e poi ogni giorno e ogni storia, cantata dall’aedo che non vede.
Passarono di qui principi e briganti, a chiedere acqua di pozzo, e contadini a vorticar la falce contro il lupo e il latifondo, e i soldati americani a ricercar la strada per Roma lontana.
Ha cantato il mondo che muta attraverso tre secoli diversi, il bardo contadino – un mondo intero, senza aver attraversato questi campi mai.
Come se l’intera Storia, per omaggio e voto, si fosse contratta a passare da qui, attraverso la porta schiusa, i muri a secco, il cortile di polvere.
E lui l’ha cantata, la Storia, strofa a strofa, quartina per quartina, giustificandola e facendola così esistere per i molti che ascoltarono la voce.
"Milleottocentonovantanove" afferma, esibendo la sua parola come certificato di nascita, mentre offre le olive ad accompagnare il vino scuro e aspro, perché qui si ferma la civiltà del grappolo e dell’olio.
Sembra un re, il cantore cieco, il re di quest’isola immobile e indocile, regno silenzioso d’ogni tempo passato che mai fu.
"Dite che lì dentro tutto ci può stare, tutte le storie che un uomo conosce" domanda dubbioso rivolgendosi al ticchettare del mio portatile.
"Sì, possono starci tutte, credo".
"Ma le storie, anche una storia sola, la può immaginare?".
"Suppongo di no, don Tano. No, immaginarla no".
Sorride, non sconfitto.
Anche questa è una storia di cui sapeva già la fine.
Ora il vecchio re dell’isola aspetta, ascolta, sa che ho una domanda.
Stringe la mano d’acero sul bastone che lo lega al mondo.
Quest’uomo cieco, che tutto eppure ha veduto, che tutto ha conosciuto e cantato dal suo trono immobile, e che il tempo ha forse dimenticato, quest’uomo ora aspetta da me qualcosa.
"Don Tano, dopo tanti anni e tanta vita, dopo aver conosciuto tutto, avete ancora un sogno? Avete un desiderio, una domanda?".
I suoi occhi senza fondo mi cercano e mi trovano – mi guardano.
Non posso opporre nulla al suo sguardo che mi svela, non c’è luogo per il rifugio e la salvezza.
Ora so che mi vede, e che da tutto il suo tempo mi stava aspettando.
"Vorrei" dice con voce friabile, ed è come se a parlare fosse la terra intera, "per una volta sola poter cantare il mare".







































affrancato e spedito da Effe | 09:10 | commenti (69)


lunedì, dicembre 20, 2004

Inutilia n. 4
Cammini

Parafrasando l'altrui:

lo scrittore
è colui che cerca
accettando l'incalcolabile rischio
di trovare davvero






affrancato e spedito da Effe | 10:55 | commenti (66)


Inutilia n. 3
Sillogismo non aristotelico

A parziale (nel senso di inadeguata) sintesi di quanto sostenuto qui nei giorni scorsi:

Ciò che si può de-scrivere, si può immaginare
Ciò che esiste, si può de-scrivere
Ciò che si può immaginare, esiste davvero
(o esiste solo quel che si immagina).






affrancato e spedito da Effe | 10:33 | commenti (31)


Inutilia n. 2
Campagna di sensibilizzazione

Blogosfera edonista, che festeggi il counter a sei cifre dei blogger di seconda o terza generazione!
Non pensi che a ogni istante - zac! - , anche ora, mentre leggi - zac! - c'è un blog del terzo mondo che muore - zac! - per mancanza di accessi.
Tu libi nei lieti calici, e lui per strada tenta di vendere fiammiferi a passanti distratti.
Pensaci, a Natale.
Regala i tuoi accessi a un piccolo blog.
Per te non è nulla, per lui potrebbe essere la vita

- zac! - (mi spiace, non siamo arrivati in tempo. Requiescat)








affrancato e spedito da Effe | 10:03 | commenti (11)


Inutilia n. 1
La crisi dell'editoria

E' una questione di onestà e di dicharazione d'intenti.
Non è vero che gente legge poco.
Legge troppo, invece.
Troppe cose sbagliate.
Meglio l'analfabetismo di ritorno, piuttosto che l'obbrobrio di partenza.
Sulle confezioni di tabacco variamente lavorato compaiono scritte iettatorie e macumbiche.
Anche sulla maggior parte dei tomi scaffalati in libreria occorrerebbe un sigillo ceralaccato, con apposita avvertenza:
Attenzione!
Qui all'interno ideee poche,
però tutte adeguatamente inutili
.
Non che questo ne possa  impedire il consumo, ma che la cosa avvenga almeno in giusta consapevolezza della propria dabbenaggine.
Questa non appare, invero, una cattiva idea.
Solo che poi bisognerebbe applicarla anche ai blog.















affrancato e spedito da Effe | 09:57 | commenti (16)


giovedì, dicembre 16, 2004

Del perché la blogosfera (forse) non esiste

Nulla che sia meno reale della realtà.
Meno regolare.
In effetti, ne scontiamo ovunque le eccezioni, forse essendo eccezioni noi stessi.
Quanta parte di realtà esiste solo perché da noi immaginata?
Ora terrò una lunga dissertazione sulle origini dell’idealismo da Kant a Hegel.

No, dai, scherzavo.
Potete tornare, davvero.
Eppure, l’idealismo è collegato alla blogosfera da tre soli gradi di separazione.

Primo grado.
Cerco, sullo scaffale dove sempre è stato, un libro dalla copertina arancione.
Non c’è.
Eppure.
Ripeto la ricerca, controllando con più attenzione i titoli sui dorsetti.
Il libro arancione non c’è.
Eppure.
Ricordo, ora, che la copertina non è affatto arancione, ma celestina.
E il libro, immediatamente, è lì.
Nel posto esatto dove per due volte avevo cercato.
Eppure, prima realmente il libro non c’era.
O forse non c’è ora tra le mie mani, mentre lo sto sfogliando.

Secondo grado.
Il libro è La via per l’Oxiana di Robert Byron.
Letteratura di viaggio, per chi non.
Accanto a Byron, sullo scaffale ci sono gli irrinunciabili tomi di Chatwin (sì, il solito Chatwin, lo anticipo io per i detrattori).
Mi viene in mente che, dopo la pubblicazione di In Patagonia, molti dei personaggi ritratti protestarono nei confronti di ricostruzioni ritenute non veritiere.
Mi sembra di ricordare (ma i particolari potrebbero non essere reali, nel mio ricordo) il profilo di una vedova, descritta mentre ascolta musica classica nel notturno silenzio di quelle terre senza voce.
Il particolare della musica risultò poi inventato.
Ma era forse, e per questo, meno reale?
La narrazione, in quel punto, aveva bisogno di quel particolare, e la narrazione prevale sempre sulla realtà – la narrazione è la realtà.
Io leggo le righe di Chatwin, e per me quella storia è vera.

Terzo grado.
Quindi, la storia che si legge è vera, reale, esiste.
Ciò che non è narrato, non è letto, probabilmente non esiste, o esiste in altro modo, in altro mondo, e per altri.
Ora, nel mondo della blogosfera accade che si verifichi una speciale dissolvenza.
E’ iniziata, per me, con l’invisibilità dei commenti di alcuni blog.
So che dovrebbero esserci, ma non li vedo.
Ora, addirittura, non riesco più a visualizzare le pagine aggreganti del guru Granieri.
Come dire che, per mezzo di lui, non vedo tutta la blogosfera.
E quel che non vedo, quel non leggo e non è narrato, dubito possa esistere.
O blogger, se vi succede di parlare, e il vostro interlocutore fa mostra di non avervi udito, come se nessuno avesse detto alcunché, o se rischiate di venire investiti da un automobilista che vi sfiora come se non vi avesse visto, ecco, fossi in voi, un po’ inizierei a preoccuparmi.

p.s. Ho controllato: la copertina del libro di Byron è realmente arancione.

(* segnalo, nei commenti, un appunto di Demetrio che ben potrebbe sostituire questo post)





































affrancato e spedito da Effe | 09:48 | commenti (58)


Segnalatjia

Continua la metafavola di A Pinocchio's Bloody Binary Story  sul sito di Strelnik. Rivisitatelo (Pinocchio, ma anche Strel').
Mettetevi comodi e in posa, c'è il mondo a dimensione di divano, nel The Sofa Project di Buba (per chiunque abbia un divano e una macchina fotografica, anche in ordine inverso)



affrancato e spedito da Effe | 09:31 | commenti (10)


martedì, dicembre 14, 2004

Posizioni Orizzontali Spa
Impresa di pompe funebri

terza e ultima parte
(continua da ieri, per vostra disgrazia)

Cercammo dappertutto, ma una bara, quando c’è, è difficile che passi inosservata, e presto fu chiaro che all’interno del supermarket non c’erano tracce evidenti di feretri.
Da una ricostruzione postuma risultò poi che qualcuno si era presentato alla cassiera con la bara, dopo aver applicato sul coperchio il codice a barre di una confezione formato famiglia di Stecco Ducale.
Tra l’altro, quella settimana sullo Stecco c’era anche il tre per due, per cui fu tutto sommato una fortuna che in quella circostanza, come invece in altre occasioni, non trasportassimo più di una cassa per volta.
E insomma, dovemmo alla fine avvertire il titolare.
Questi ci raggiunse in pochi minuti a bordo della Seicento di servizio.
La Seicento aveva il portellone posteriore sollevato, e dall’interno fuoriusciva per una buona metà un feretro simile a quello che si era involato (questo però era il modello sweet dreams are made of this).
"E’ il rag. Serpetti" ci informò trafelato il capoccia.
"Ma il funerale Serpetti è domani mattina, come facciamo se il fu lo usiamo oggi per il funerale Navigatori?" domandammo dubbiosi.
"Una cosa per volta" sospirò pragmatico il titolare, tergendosi la fronte con un fazzoletto listato a lutto.
Pensavamo che la situazione si fosse ormai risolta per il meglio quando, all’arrivo dei parenti reduci dal privée, la moglie viva del marito morto pretese che aprissimo la bara per l’estremo saluto al compianto.
Non ci fu verso di farle cambiare idea, e fummo costretti a scoperchiare il Serpetti.
"Ma siete sicuri che sia proprio mio marito?" domandò la signora con una punta di sospetto.
Con lo sguardo velato dal dolore contrattualmente previsto, il titolare si sporse sulla cassa aperta, si piegò sulla cara salma ad esaminarne minuziosamente i tratti, a una distanza di dieci centimetri dal viso del Serpetti – era in effetti un po’ miope. Non il Serpetti, il titolare - e quindi confermò:
"Sissignora, è proprio lui".
"Eppure" volle insistere la vedova, non del tutto convinta, "sembra diverso. Quei mustacchi, ad esempio. Ecco, sono sicura che prima non li aveva".
"Vede, signora" spiegò serafico il titolare "anche dopo il decesso, i peli della barba continuano a crescere".
"Venti centimetri in una notte sola?"
E insomma, alla fine anche gli altri parenti, insospettiti, si avvicinarono al feretro, ognuno dando il proprio giudizio sull’identità dello scomparso.
"Sì, sì, è proprio lui".
"Ma che dici, lui era molto più brutto".
"Be’, non mi dirai che questo qui è bello".
"Ma non vedi che è sputato la sua povera mamma?".
"In effetti, anche la sua mamma aveva i baffi. Molto più lunghi, però".
Alla fine, il titolare dovette ammettere la sostituzione, spiegando com'erano andate le cose.
"Interriamolo lo stesso", propose, "in fondo quel che conta è il pensiero".
I parenti iniziarono a mugugnare.
"Ma come facciamo a seppellire uno che neppure conosciamo? Magari era un poco di buono. Cosa deve dire la gente, vedendoci in sua compagnia?".
"Ah, quanto a questo" intervenni io, "il rag. Serpetti era persona degnissima e timorata di Dio".
"Eh, si dice così di tutti, ma poi…".
"Lavorava in banca da trentacinque anni, e non aveva mai fatto un solo giorno di mutua".
"Ma chissà se aveva debiti, o magari qualche multa non pagata".
"Lo escludo. Signori, non per dire, ma questo è un signor cadavere" riprese il titolare.
I parenti storcevano ancora il naso.
"Pensate che ce l’hanno chiesto anche per un altro funerale, per questioni di rappresentanza, e lo abbiamo rifiutato per riservarlo a voi".
I parenti nicchiavano.
"E poi, una volta ha fatto anche le selezioni, senza superarle, per partecipare a Ok Il prezzo è giusto. Quello di quando conduceva ancora Gigi Sabani, eh, mica cotica".
Il titolare ci sapeva fare, in questi casi. Indovinava per istinto il profilo psicologico del cliente.
A questa referenza di sfiorata notorietà catodica, il corteo elevò grida di giubilo, e ci avviammo tosto al camposanto.
Fu uno dei funerali più allegri che io ricordi, con tanto di bicchierata finale al solito chioschetto.
Alla fine del turno arrivai a casa provato dal caldo e dalla fatica, ma con il cuore colmo di letizia.
Mi concessi un bicchiere d’acqua lievemente frizzante e spalancai la finestra della cucina che affacciava direttamente sulla zona industriale, inspirando profondamente il pulviscolo residuo e vespertino.
"Mioddio" confessai a me stesso non meno che al mondo intero, "come amo questo lavoro".














































affrancato e spedito da Effe | 10:06 | commenti (32)


lunedì, dicembre 13, 2004

Posizioni Orizzontali Spa
Impresa di pompe funebri

parte seconda
(la prima sepolta chissà dove)

E così quella volta ci perdemmo la salma per strada.
Con tutto il feretro, si capisce.
Che poi son cose che capitano, in questo mestiere, bisognerebbe riuscire a passarci sopra.
Però ho sempre avuto un alto senso del dovere, nell’esecuzione del mio lavoro, e mi dispiace quando si verifica qualche lieve intoppo.
A peggiorare le cose c’era poi la storia delle ammende.
A noi necrofori il titolare comminava delle multe, quando commettevamo qualche mancanza.
La multa era proporzionale alla gravità del fatto.
Per dire, in caso di smarrimento del caro estinto l’ammenda corrispondeva a ventimila lire.
In caso di arrivo in ritardo sul luogo di lavoro, trentamila.
Se si fumava in servizio, la multa era di cinquantamila lire.
Il titolare, in effetti, era un convinto salutista.
Al mattino, prima di uscire in servizio, ci obbligava a fare un quarto d’ora di ginnastica, per la nostra salute.
Flessioni sulle braccia, soprattutto.
Che saranno anche salutari, ma quando hai un arto artificiale, come nel caso del collega Taddeo, qualche problemino lo creano pure.
Taddeo sudava e stronfiava, ed era sempre lì ventre a terra. Inutili i tentativi di sollevarsi.
A volte, per la stizza si toglieva la protesi e la lanciava lontano, tra le casse ammonticchiate in magazzino.
Noi avremmo voluto aiutarlo ma il titolare, convinto che l’uomo si fortifichi solo nelle difficoltà, intimava sempre "Nessuno gli dia una mano!".
"Neanche la sua?" rispondevamo, raccogliendo l’arto da terra.
Ma insomma, quella volta ci capitò di smarrire cassa e salma in un colpo solo.
Si era d’agosto.
Agosto, se posso consigliare, è un buon mese per trapassare.
Niente file agli uffici dello Stato Civile, niente attese per l’inumazione, neppure code che blocchino nel traffico il corteo funebre.
D’inverno, invece, è tutta un’altra storia, soprattutto in corrispondenza delle settimane bianche e delle vacanze natalizie.
In barba alle partenze intelligenti, c’è sempre un’autentica folla che decide di morire tutta negli stessi giorni.
Una volta, ed era l’inverno del ’91, ricordo che davanti alla porta del camposanto si era formata una coda di sette chilometri in entrata.
Per dire, al Brennero nello stesso giorno la coda era stata di soli chilometri tre.
Fummo costretti ad aspettare così tanto che, durante l’interminabile attesa, nel corteo funebre improvvisamente mancò all’affetto dei propri cari un cugino di terzo grado del morto titolare.
" E pensare che lui nemmeno ci voleva venire" si lagnava la neovedova.
"Signora", le disse pronto il titolare, senza scomporsi, "io un altro corteo per suo marito glielo organizzo pure, però guardi che coda c’è, dietro a noi. Se va bene, il suo turno arriva tra una settimana".
"Ma scherza?" rispose allarmata quella "io ho già prenotato a Saint Moritz, partenza domani albergo quattro stelle all inclusive".
"Allora, signora, le propongo una soluzione che le farà risparmiare tempo e danaro".
Pochi istanti dopo schiodavamo la cassa del defunto principale, indi pigiavamo il nuovo venuto inserendolo a viva forza di fianco al consanguineo.
In vita non si erano amati granché - ci dissero i parenti mentre si rifocillavano con la cioccolata calda che il titolare mesceva dal thermos aziendale – ma l’eternità, per umano caso, la passeranno strettamente avvinghiati.
Quella volta, però, si era d’agosto.
Un agosto saunoso e canicolare.
A causa di un errore nel necrologio, i parenti del caro estinto si radunarono per il corteo in via dei Santi 12, anziché al pari numero di via dei Poeti, dove attendevamo noi con il feretro.
Da notare che il morto, parlandone da vivo, di cognome faceva Navigatori.
Come dire che l’errore aveva una sua spiegazione psicologica.
Il numero 12 dell’indirizzo errato, tra l’altro, corrispondeva a un noto club privée; quando venne infine chiarito l’equivoco, un buon numero di parenti optarono per rimanere al club, di cui nel frattempo si eran fatti soci.
Mentre noi attendevamo l’arrivo dei parenti superstiti, divenne urgente tutelare l’integrità della salma, che i 48 gradi del carro funebre senza aria condizionata avevano ormai frollato.
Lì da presso trovavasi un supermarket, il cui gestore conoscevo in quanto occasionale compagno di canasta al giovedì sera.
Gli chiesi la cortesia di poter posizionare il feretro all’interno del bancone dei surgelati.
Poiché la bara - un modello royal deluxe – esaltava il tristo stile anni 70 del locale, il gestore fu lieto di favorirci.
Collocata la cassa in ambiente refrigerato, andammo tutti a sorbire una gazzosa con menta al chioschetto all’angolo.
Avremo impiegato non più di dieci minuti.
Al nostro ritorno, la bara era scomparsa.

(continua domani, a voi piacendo, ma anche in caso contrario)




















































affrancato e spedito da Effe | 10:10 | commenti (23)


giovedì, dicembre 09, 2004

Dora Riparia River Anthology
(Edgar Lee Masters mi fa un baffo)

L’illetterato

Fui poeta
- non un solo verso scrissi mai.
Ma che tumultuare di ritmi, dentro me!
Quale ribollire di estatiche parole!
E la rabbia di non saperle dire.

Il filosofo

Vengono da Oriente, da Occidente
a indagare il segreto della vita
nel mistero di quell’insondabile parola
scritta a fuoco nel mio libro più famoso.
Il coraggio non l’ebbi mai di confessare
che fu solo un errore del tipografo.

Il clandestino

Di frontiera in frontiera
attraverso lingue e incomprensibili paesi.
Giunto qui in città infine
mi accusarono d’esser ladro e aver rubato.
Ma fu la città senza colore e senza odori
a rubarmi d’improvviso il fiato!

Il secondino

Dentro al carcere, orgoglio cittadino,
entrai con la divisa nuova e i miei vent’anni.
Le chiavi a tintinnare alla cintura,
accompagnavo i detenuti sull’uscita
giunto il giorno della loro libertà.
Loro uscivano; quarant’anni io rimasi
a consumarmi dentro passi sempre uguali.
Non importa da che lato le si guardi:
per chiunque queste sbarre son prigione.

Il predicatore

Severo il mio sermone dall’altare,
tuonavo intransigente dal mio pulpito
per giudicarvi poi in confessionale.
Ma a sera, vuote le navate e spenti i ceri,
quale peso esser l’unico a sapere
che in verità Nessuno c’era
che potesse condannare i miei peccati.

Il sacrestano

Né il volto né il mio nome ricordate,
ero solo un’ombra al servizio suo.
Lui splendido nei paramenti, ieratico nel gesto,
io dietro, oscuro, a conservare lustro il pavimento.
Mi consolavo ogni sera leggendo quel precetto
degl’ultimi e dei primi scritto dentro al Libro.
Ma venne il giorno in cui il Libro lui negò.
Qualcosa in me esplose, e al collo suo
m’accertai che facesse buona presa la mia mano.
"Maledetto, non mi toglierai più luce, ora!"
Ma la pietà dei cittadini un giorno pose
questa mia lapide all’ombra della sua.










































affrancato e spedito da Effe | 10:00 | commenti (79)


lunedì, dicembre 06, 2004

Oi dialogoi
Old England style


M
- George?
G - ...
M – George!
G - ...
M – George, ma è possibile che ogni sera ti addormenti sul divano dopo appena cinque minuti di soap opera? Da fidanzati resistevi almeno quindici minuti. Questa era stata la tua prova d’amore, che quanto al resto...
G - ...
M - George?
G - ...
M - GOAL!
G – Eh? Come? Chi ha segnato?
M – No, niente, volevo solo vedere se eri ancora vivo. E’ non è che mi sia tolta ogni dubbio.
G - ...
M - George?
G – Che c’è, Mildred?
M - Facciamolo.
G – Ma Mildred, adesso? Non è sabato sera.
M – Non allarmarti, non mi riferivo ai tuoi obblighi coniugali. Volevo dire: parliamo. Non lo facciamo da così tanto tempo.
G – D’accordo, come vuoi, Mildred. Parliamo.
M - ...
G - ...
M – Hai detto qualcosa?
G – No, no, io no. Tu, invece, mi sembrava...
M – No, neanche io.
G – Ah.
M - ...
G - ...
M – George?
G – Sì, Mildred?
M – Sai cosa mi piace di te?
G – Che cosa?
M – Niente. Ma davvero niente, eh? Non è singolare? Tutti hanno almeno un lato buono, un qualcosa di irrilevante che sia minimamente apprezzabile. Tu sei diverso da tutti gli altri.
G – Suppongo sia un modo carino per dirmi che sono un uomo speciale.
M – Be’, uomo...
G - ...
M – George?
G – Sì, Mildred?
M – Perché mi hai sposata?
G – Eh, adesso. Ne è passato di tempo, chi si ricorda.
M – No, davvero, ci sarà pur stato un motivo.
G – Aspetta. Ah, sì, ecco: ti ho sposata perché eri incinta.
M – Ma io non sono mai stata incinta, George. Quella era mia sorella Shirley.
G – Come? COME?! Tu non sei Shirley? Oddio, dev’esserci stato un refuso del tipografo sulle pubblicazioni.
M - ...
G – E che fine ha fatto, Shirley?
M – Si è operata, e adesso si fa chiamare Harold. Ha fatto anche una cura di ormoni, e quest’anno le sono cresciuti i baffi.
G – Tu invece li hai sempre avuti, i baffi.
M - ...
G - ...
M - George?
G – Sì, Mildred?
M – C’è stato un momento del nostro matrimonio che potresti definire memorabile?
G – Non ricordo.
M – E dai.
G - Aspetta, vediamo. Mmh. Ah, sì, certo! Quella volta che vincemmo in coppia il torneo rionale di freccette, giù al pub, e Charles Stappleton per scommessa dovette pagare una pinta di quella scura a tutti presenti. Il giorno dopo tornò con un occhio nero perché con quei soldi avrebbe dovuto comprare una dentiera nuova per la suocera, ed essendo restato con soli dieci pounds ne aveva comprata una usata e fuori misura da un rigattiere. Chi potrà mai dimenticarlo?
M – No, George. Io intendevo dire un momento romantico, passionale, che ti sia rimasto impresso in modo indelebile.
G – Ah, quello. No, io non... ma sì, in effetti sì, ci fu quella volta che... ah, no, no, mi sbaglio. Non eri tu. E probabilmente non ero neanche io.
M - ...
G - ...
M - George?
G – Sì, Mildred?
M – Tu sei l’unico uomo di mia conoscenza che riesca a sembrare più sexy quando russa a bocca spalancata che quando è sveglio. Torna pure a dormire.
G – ‘Notte, Mildred.
M– ‘Notte, George.


































































affrancato e spedito da Effe | 11:07 | commenti (21)


venerdì, dicembre 03, 2004

GLI INCONTRI IM-POSSIBILI

Vorrei invitare chi lo volesse a immaginare l'incontro im-possibile tra i vostri scrittori preferiti (o detestati, perché no).
Chissà cosa ne può venir fuori.

Effe

**********

Uno da dietro l’angolo.
L’altro per la strada che s’acciottola in salita.
Passi inavvertiti, come un tentativo e non per vera intenzione di cammino.
Si avvicinano circondati di primo inverno e di silenzio.
Un piccolo Caffè con i tavoli all’aperto, umidi.
Così vicini, adesso, da potersi guardare.
Nessuno sa se si vedano in realtà.
Seduti al tavolo, il cappello inlevato, un saluto che non c’è.
Entrambi in cappotti troppo stretti e anime troppo grandi, tormentando l’uno i guanti scuri e l’altro un bastone da passeggio posseduto mai.
Lo sguardo altrove, basso, obliquo, ma chissà gli occhi cosa guardano davvero.
Intorno, il mondo non s’accorge, né i passi d’altri ricalcano le loro ombre coricate piano sul marciapiede da un inutile sole, breve.
Seduti.
Senza muovere.
Senza parola.
E, dentro, l’universo.
Uno si toglie gli spessi occhiali cerchiati d’acciaio, per pulirli distratto e inutilmente.
L’altro allenta il nodo alla cravatta, ostile.
Per quanti minuti, ore, giorni.
Restano, senza sapere dell’altro, o forse essendogli così vicino.
Si alzano leggeri, irrilevanti.
Scivolano via, solo più schiena e spalle e nuca.
Uno dietro l’angolo, l’altro per la strada che s’acciottola in discesa.
Sul tavolo, lasciati prima o forse mai, due biglietti da visita.
Fernando Antonio Nogueira Pessoa.
Franz Kafka.
(Effe)
***

Ernest, appena arrivato a Parigi, bussa alla porta della stanza foderata di sughero, dove a Marcel gocciola il naso nell'assenza quasi perfetta di rumori della strada: seei muuooaii - dice dal corridoio.
Avendolo riconosciuto, prima di ammetterlo Marcel si accorge che in fondo al letto cosparso di carte, le unghia dei piedi appaiono gialle e ricurve, trascurate da settimane di permanenza in camera, o forse già segnate dalla vecchiaia.
Entrée, risponde affabile.
Prendono il thé insieme, Marcel si accorge che Ernest è a disagio, capisce e suona perché portino del whiskey da aggiungere nella tazza.
Al lieve tocco della campanella per Celestine, entrambi si servono alla pila di fogli bianchi in un angolo della camera.
Marcel di un campanile da collocare a Combray, una cittadina da lui inventata, Ernest della vita dei partigiani spagnoli allo scoccare dell'ora fatale.
Com'è a Cuba? chiede Marcel a una pausa, succhiando la punta della penna.
Da spararsi, gli dice Ernest.
Marcel, che adesso vuole del vino, suona ancora la campanella per Celestine.
(Palmasco)

***

M - "Eccoci qui, dunque."
F - "Saresti tu?"
M - "Sì, sarei io. E tu... ?"
F - "Sarei io, sì."
M - "Bene."
F - "Di bene in meglio."
M - "Quantunque..."
F - "Quantunque... ?"
M - "Niente."
F - "Ah."
M - "Già."
F - "Ci si rivede, allora."
M - "Sì, ci si rivede. Ciao."
F - "Ciao."
(MassimoSdC)

***

Si guardano, Marguerite e Simone.
Silenziose.
La scarpina di vernice dell'una ciondola silenziosa dalla poltrona, mentre sul tavolo una teiera
fumante è stata preparata per allegerire un po' la tensione di quella strana visita.
Una sorpresa per Simone, mai avrebbei mmaginato che Marguerite, a quel tempo, frequentasse Parigi, da sempre snobbata, in corsa frenetica contro se stessa in ogni angolo del mondo.
Era bella Marguerite, con quei suoi occhi azzurri e penetranti.
Bella e glaciale.
Tanto del suo rigore traspariva da un vestito grigio e sobrio, tanto della sua estraneità in quelle scarpine di vernice fuori del tempo.
E' stanca Simone.
La notte precedente alcuni amici avevano invaso la sua casa facendo l'alba in discussioni senza
fine, esacerbate dalla stanchezza e dall'alcool.
Erano ormai troppe le notti trascorse in bianco che non
le contava nemmeno più, salvo accorgersi di tanto
in tanto di una pesantezza delle membra, di un
pensiero avvolto nei meandri del cervello che faticava ad uscire.
- Vuoi una tazza di tè, Marguerite?-
- Volentieri, Simone, volentieri, mi fermerò solo un poco.-
(Lizaveta)

***

Vienna, un elegante caffé del centro.
Strepiti dal salottino azzurro con gli stucchi i lampadari a goccia e gli specchi dorati, quello degli habituées.
“Presto, presto, un’ambulanza!”
“Che è successo?”
“Il signor Kraus ne ha steso uno anche oggi.”
“Mentre chiamo, racconta...”
“ Era lì, seduto al solito tavolino, a leggiucchiare “Die Fackel” quando un uomo ricciolino gli si è avvicinato e gli ha rivolto la parola. Lui si è alzato, l’ha squadrato da capo a piedi e poi, senza nemmeno un sospetto di incertezza, gli ha sferrato preciso preciso un diretto”.
“Oh.... ma cosa gli ha detto?”
“Non ne sono certo, ho inteso solo ‘Piacere, sono Alessandro Baricco’.”
(Titti)

***

Al Terminal X
(A causa di alcuni oggetti dei quali era vietata l'importazione dall'America, Alexis rimase bloccato in dogana. Si mise a scrivere anche lui alcuni ricordi del viaggio, su di un pacchetto vuoto di Marlboro. Max Brod ritrovò in una discarica abusiva sia il biglietto del tram di Franz, sia il pacchetto di Marlboro di Alexis. Li mise insieme e li pubblicò a suo nome con il titolo "La democrazia di Prometeo: una leggenda".)
(SdC)
***
Guardali! Guardali!! Non ci posso credere!!! Come chi sono?? Sei pazzo?? Non hai letto l'Aleph?? E quell'altro? Con "Un indovino mi disse" ha cambiato il mio modo di pensare l'Oriente...
Si conoscevano già? Non lo sapevo...
Ma guardali come se la ridono! Che faccio? Dài, avviciniamoci e ascoltiamo quello che si stanno dicendo... dàiii!! Prima che si salutino!! Non me ne importa un fico secco se hai la macchina in divieto!! Adesso chiedo loro un autografo!!

Ecco.
Hai visto cos'hai fatto?
E adesso? Dove saranno finiti?

...tutta colpa tua.
(Emanuelito)
***

Il luogo dell'incontro è un non luogo.
Rocce e brume da una parte, una biblioteca immensa dall'altra, l'altezza degli scaffali dà la vertigine, i corridoi che si formano sembran diramarsi in tutte le direzioni in intrecci impossibili d'angoli retti e acuti.
Il bibliotecario, ormai quasi cieco, avanza lentamente ma con passo sicuro verso un tavolo enorme quasi completamente coperto di carte geografiche.
L'uomo avvolto in una tunica scura e coperto da un mantello di lana grezza avanza agitando un bastone, e ha la tipica lira degli aedi appesa con una corda sfibrata alla spalla ormai curva.
Arrivato al tavolo sorride e parla con una voce inaspettatamente chiara e limpida, in una lingua musicale e ritmata.
Il vecchio bibliotecario inclina la testa da una parte e annuisce, come se la voce gli arrivasse da molto lontano.
L'aedo appoggia il bastone e lo strumento musicale sul tavolo e come se vedesse perfettamente indica un punto sul planisfero, al centro dell'atlantico, poi scuote la testa e indica due grandi isole al centro del mediterraneo.
Il bibliotecario cieco sorride come chi ha compreso perfettamente e annuisce ancora, poi prova a pronunciare qualche parola nella stessa lingua ritmica.
L'aedo aggrotta la fronte e le folte sopracciglia come ad indicare che gli accenti e le quantità tanto faticosamente imparate dal suo interlocutore sono tutte sbagliate.. poi scuote le spalle e sorride.
L'immensa biblioteca che costituiva metà del non luogo svanisce lentamente, si dissolve in un orizzonte perduto, lasciando spazio a una riva battuta dai frangenti, un cielo terso attraversato da nuvole e gabbiani, entrambi sono al centro di un atollo circondato da un mare placido.
Uno accanto all'altro camminano verso una scala intagliata nella roccia, ed è impossibile dire chi dei due guidi l'altro.

(
Gilgamesh)
***
Anno Domini 1616 (Eine Ode an die Freude in Kafka-Stil)
DOS SANTOS SUBEN A LA DERECHA DEL SEÑOR
Aquel año, Dios se despertó de uno de sus largos sueños de la razón, muy aburrido y malhumorado.
Paseaba por sus jardines sin ganas de hacer nada, cansado de crear infinitos mundos de los cuales perdía cada vez el control. ¡Basta!, necesitaba una pausa y un largo reposo; ¡qué alguien se inventase algo para recrearlo usando esa materia de la que están hechos los sueños!, ¡qué le poblasen aquellos campos baldíos con nueva linfa e ingenio!
De un momento, dio la vuelta al infinito.
En la pequeña galaxia gobernada por el sol, encontró a unos pocos kilómetros de distancia a un bardo inglés y un escritor castellano que hacían al caso suyo.
Desde entonces, William y Miguel cantan sus historias a la derecha del Señor entre un coro de ángeles, arcángeles y querubines.
Oh, when the saints, go marchin' in,
Oh when los santos go marching in,
Oh Lord, I want to be in that number,
Cuando los santos go marching in.
Oh when they gather 'round the throne,
Oh when they gather alrededor del trono,
Oh Señor yo quiero estar in that number,
Cuando se reúnen 'round the throne.

Nota pessoana:
Há uma razão na escolha daquela fecha. Parece mentira o um destes jogos que gosta fazer o destino, no mesmo ano (1616) morreram tanto William Shakespeare como Miguel de Cervantes Saavedra.
(continua da Aitan)
***
Si decisero per questa strana bottega.
La bottega di un pittore, che aveva smesso da tempo di disegnare figure e passava le sue giornate a incrociare lance ed aste, con la scusa di dipingere una battaglia.
Si decisero.
E furono tra queste quattro mura misere, spalla a spalla. E ognuno sapeva dell'altro.
L'uno, che aveva combattuto la buona battaglia, aveva in mente parole non sue: "quegli interminati spazi al di là di quella".
E l'altro si ripeteva:"la terra stessa geme delle doglie del parto...".
Poi il sole entrò come accecando e si posò sui pennelli e sui quadri, sulle tavole di legno e sui fogli.
Fu un momento e poi basta.

- ma tu che sei stato rapito al terzo cielo cosa hai veduto
- non ho veduto nulla
- nulla
- nulla
- l'infinita vanità del tutto
- una profondissima quiete
***
Parigi.
Un caffè elegante ma discreto.
Un tavolo, un uomo legge il giornale, noncurante di giovani donne sedute di fianco.
Un cameriere, si avvicina.
E' giovane, un ragazzo o poco più, i suoi brufoli non mentono.
"Monsieur?"
L'uomo elegante poggia il giornale sul tavolo, guarda il cameriere.
Un'occhiata, rapida, quel collo liso della camicia gli ricorda qualcosa.
Ma cosa?
Il cameriere ragazzo si scruta, lo sguardo dell' uomo l'ha colpito come una punta di spada.
Non coglie il senso della sua camicia, la voce quasi balbetta:
"Monsieur?"
L'uomo elegante medita un secondo, ordina, alla fine.
Chiederebbe un caffè, ma sa di non essere a Frosinone.
"Un cognac"
Il cameriere sorride, ha capito l'ordine, stavolta. Il suo esser inglese non l'aiuta, con la lingua.
Sa che il signore elegante, un italiano forse, l'ha in simpatia.
Pensa che potrebbe essere un santo, dal grande passato.
Od un peccatore, dal garnde avvenire.
"Questo pensiero mi piace, me lo segno sul diario".
Il padrone del caffè interrompe bruscamente i pensieri del giovane Wilde.
"Oscar, ici, bientot!"
Poi, rivolto al signore elegante
"Monsieur Landolfi, le telephone".
Chi disturba il caffè dell'elegante Tommaso?
Questa, è un'altra storia.
(Masso57)
***

-Scusi, permette? Lo zucchero...

- Prego, mi scusi, ero distratto.

- Ci mancherebbe.

Beve un sorso dal cappuccino, un po’ di schiuma gli si ferma sui baffi.

- Certo che avete una bella nebbia, qui.

- A me piace, sa. Anche se a volte mi viene una voglia, uno spasimo, di posti diversi: di palme, di larghi fiumi, di banane e polvere calcinata dal sole.

- Mah, cosa vuole. Dopo un po’ vengono a noia anche quelli. Andare, girare, sempre lo stesso andirivieni del cazzo.

- Forse ha ragione, andar lontano non serve.Si possono incrociare mille destini anche a un tavolo con un mazzo di carte, in effetti.

- Poi, ecco, questa nebbia mi affascina.

Si voltano entrambi in silenzio a guardare la nebbia schiacciata sulla vetrina. In mano la tazza, l’altro una tazzina. Un ciclista passa quasi invisibile, grigio sul grigio.

- Ci vedo delle cose, sa? Quel ciclista, ad esempio: pareva un cavaliere, così veloce ma quasi, non so, inesistente.

- Sa che l’ho pensato anch’io? Certo che anche lei di immaginazione ne ha.

- È quel che mi dice sempre mia moglie. Che faccio un gran miscuglio di realismo e magia. Ma lo sa, per dire, che io mi sono inventato una città e, le giuro, per me è più reale di ogni altra che abbi mai visto?

- Ma guarda, anche lei inventa città? Io ne ho inventate un sacco.

- Il fatto è che le cose inventate saran forse invisibili, ma per me sono consistenti, molteplici, esatte in ogni dettaglio.

- Solo, più leggere.

- Ecco, leggere. Ben detto.

Posa la tazza, alza il colletto al cappotto.

- La saluto. È stato un vero piacere.

- Anche per me. Io sono Italo, comunque, chissà mai che ci si riveda.

- Piacere, Gabriel. Ma se ci si rivedesse, chiamami Gabo
***
Dino aspetta il suo ospite seduto a un tavolo sfogliando la Gazzetta dello Sport.
La porta del locale si apre violentemente, arriva Ernesto...
(continua da Bombay)
***
L'uomo tozzo spalancò la porta con una pedata. In mano aveva una bottiglia di vino senza etichetta ed era palesemente ubriaco.
Con un sobbalzo la ragazza sollevò gli occhi dal libro di poesie che teneva nelle mani unite e lo guardò con disgusto.
L'uomo tozzo si mise a ridere sgangheratamente: "Chissà come mai a me capitano solo pazze o puttane. Tu l'aria da puttana non ce l'hai, quindi devi essere pazza."
Tirò su la bottiglia e bevve due lunghe sorsate di liquido scuro. Si staccò con un sorriso e si asciugò le labbra con il dorso dell'avambraccio. Guardò la ragazza:
"Non parli eh? Meglio così. Odio le chiacchierone."
Richiuse la porta con un colpo di tacco. Quindi scattò verso la ragazza. Scivolando sulle ginocchia le infilò le mani sotto la gonna lunga fino ai piedi. La ragazza si ritrasse in piedi in un balzo.
"Ma signore!"
"Scusa, volevo controllare com'eri messa in mezzo alle gambe. Direi molto male." Bevve un lungo sorso poi porse la bottiglia alla ragazza: "Un po' di bumba? No? Guarda che fa bene ai nervi.... come credi. Senti, cos'è che stavi leggendo?"
La ragazza con un gesto secco nascose il libro dietro alla schiena. L'uomo tozzo la guardò sarcastico: "Come se me ne fregasse qualcosa." si sedette sul divano.
"Sono... sono poesie."
"Di che parlano? Aspetta, non dirmelo: parlano di voli di uccelli e corvi neri su campi di grano dorati, di viali alberati che danno su radure eccetera."
"Più o meno. Dice:
mi destai alla siccità e le felci erano morte,
le piante in vaso gialle come grano;
la mia donna era sparita
e i cadaveri dissanguati delle bottiglie vuote
mi cingevano con la loro inutilità.
"
"Ci avrei giurato! E chi è il buffone?"
"Charles Bukowski."
"Eh? Ah sì, può essere."
(Boinz)
***
M - "è permesso..c'è nessuno?"
P - "uno, nessuno, centom..ah, ingegnere, e lei? entri, la porta è aperta.."
M - "eeh, si fa presto a dire che la porta è aperta..occorre che lei
mi precisi prima, e con rigorosa esattezza quanto sono alti gli
stipiti di detta porta - sa, potrebbe accadermi di prendere una
craniata, entrando.."
P - "suvvia, collega, cali la maschera e non buffoneggi! faccia mente
locale su una, almeno una delle sue personalità multiple! e, per
cortesia, non varchi la soglia con quella più pessimista!"
M - "mmm..non avrebbe da propormi un'azione parallela? chessò, entrare
da un cancello di servizio senza stipiti duri.."
P - "su, su..sappiamo entrambi che il duro è relativo..lei è troppo
scettico, perchè negarlo?"
M - "e chi lo nega! gli è che qui tutto sembra, dico SEMBRA in ordine,
ma potrebbe esserlo solo in apparenza: si sa come vanno certe cose: se
il caos fosse in agguato oltre la sua porta?"
P - "sa..penso che nulla porti a nulla"
M - "d'accordo, allora cedo..visto che tanto, per me, ciò che è
equivale a ciò che non è!"
P - "vedo che siamo in sintonia e concordo con lei che ogni certezza è
provvisoria - comunque..ci pensi e decida velocemente: accetta un
cordiale o una tazza di tè?"
M - "l'uno o l'altro mi sono egualmente indifferenti ma..vada per il
cordiale..purchè sia di qualità, s'intende.."
Robert Musil / Luigi Pirandello
(Senzaqualità)
***
- Chi può dire, signor nostromo, in questi vapori densi di bonaccia che ci inchiodano sempre alla stessa distanza dalla linea dell’orizzonte, che cosa si muova dentro quest’acqua di serpenti di mare e di relitti?
(...continua da Caracaterina)
***
Soddisfatta della cena rouge, (due fragole, 3 bicchieri di Beaujolais
ed infine radicchio con chicchi di melograno annaffiato d’aceto), la scrittrice
s'alza lisciando il vestito che nella seduta si è increspato sul ventre.
Un ambiguo messaggio telefonico, di uno sconosciuto, le ha comunicato
che l’attende all' Opèra alle ore 23.00.
Troppo chiassoso il locale, ma la voce,dall'accento italiano,l'ha incuriosita...
(continua da Blulu)
***
AM: "Mi scusi, anche lei è stato convocato.."
GP: "Eh, sì. Una bella seccatura"
AM: "Non me ne parli. Ma non ci si può far nulla. Se Dust ci evoca, noi si va"
Sam: "Salve, gente"
Ralph: "Bello vedervi insieme"
GP: "Se è Dust a mandarvi, desidero sapere perché mi ha disturbato, giusto mentre stavo strigliando la mia cavallina"
S: "Quella che portava.."
GP: "Esatto"
R: "Il solito fanciullino. E dei cavalli normanni che mi dici ?"
GP: "Alle lor poste, come sempre"
S: "Ehi, AM, e tu che combinavi ? La noiosa lavata di panni in Arno del fine settimana ?"
AM: "Ben peggio: ho dovuto interrompere una gita sul lago di Como. Sapete, in quel ramo che.."
R: "Sentito, Sam ? Lo sventurato ha risposto"
GP "Ma..cos'è quello ?"
S: "Un martello gigante. Si usa nei cartoni animati, il mio bel Zvanì"
AM: "Fermo !"
S: "Seeh.. e Lucia"
[ con uno zonk ben assestato splatta GP in una nuvola di dripping rossastro ]
AM: "GP.. è siccome immobile.. oddio, e quello è per me?"
R: "Certo, questo guantone da box a molla king size punta dritto su quel vaso di coccio del tuo testone. Paura, eh?"
S: "Be', Ralph, il coraggio, se uno non ce l'ha non se lo può mica dare.. Polverizzami il Lisander, dai"
[ il pugno boinga e cruncha la testa di AM ]
R: "Dust sarà soddisfatto"
S: "E' dal liceo che voleva farlo"
R: "That's all folks !"
[ birra ]
(Dust)
***

In un elegante caffé di Tieste, una coppia.

Parlano e fumano, fumano e parlano.

Per essere precisi: lui parla molto, lei ascolta attenta...

(continua da tt )

***

“Signora Woolf, signora Woolf!”
La Signora si volta di scatto: una ciocca di capelli di traverso sul viso, lo sguardo furente, le lunghe dita unghiute, come zampe di uccello, conficcate nella minuscola borsetta di veluto, a sacchettino.
“Che vuole?”
“Ha appena perso una forcina..”, le fa Aldo Busi con un sorriso da lupo, avvicinando la mano alla scombinata capigliatura della signora. Sotto il sole i capelli della donna scintillano debolmente, come un pasticcio impolverato di fili di ottone, e lo attraggono docili, modesti. “Se aspetta un attimo, gliela rimetto io”.
“Stia lontano da me, razza di pervertito!”, squittisce la Woolf, girandosi sui tacchi con tale foga da perdere quasi l’equilibrio, e il tacco della scarpa le rimane impigliato in una grata del marciapiede. Scuote la caviglia inviperita cercando di liberarsi, ma quello resta lì, saldamente incastrato. Esasperata si sfila allora la scarpa, aiutandosi con la punta dell’altro piede – e si allontana di fretta, mento all’aria, zoppicando con teatralità.
Busi la guarda girare l’angolo, aggrappandosi al muro come una Bertini alla tenda, poi osserva pensoso la forcina, tenendola con due dita come un verme un po’ schifoso. Alla fine, con una smorfia di disgusto, la lascia cadere nella grata, giusto nella fessura dove giace, semirovesciata, la piccola scarpa. Tristemente sformata.
“Lo sapevo, che era una sciacquetta”, borbotta fra sé e sé, riavviandosi.
***
Signore, ti senti bene?

Perché piangi?
Non sto piangendo.
Lo vedo, che piangi. Non mi dire bugie.
Hai ragione, sto piangendo. Ma non ha importanza.
Non si piange senza importanza.
E’ solo che vorrei tanto capire.
Che cosa?
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.
Amore?
Già.
Sono troppo piccolo per saperlo.
Magari potresti chiederlo al tuo tigrotto.
Hobbes? Lui non ne ha idea. Non è umano, lui. Non è nemmeno vivo. E’ solo un peluche.
Lo so. Ma ero convinto che tu pensassi che fosse vivo.
Una volta, forse. Una volta ci credevo.
E poi.
Non lo so. Forse mi sono solo accorto che non era vero. O forse il fatto che gli altri non se ne accorgessero lo ha ucciso.
Questa è una cosa molto triste.
Davvero?
Beh, si. Penso di si.
Ecco mio padre. Sta venendo a prendermi.
Digli che resti ancora un po’ con me. Mi piace parlare con te.
Lui mi ha creato. Lui decide quello che devo fare.
Non esiste libero arbitrio, nel tuo mondo?
Non più di quanto ne esista nel tuo.
Vuoi star zitto, per favore?
Vieni, ti porto a conoscere il mio papà.
E perché? Voi non sapete che cos’è l’amore.
Può darsi. Però se ti disegna possiamo restare ancora un po’ insieme.
(
Burmashave)
***
...una giornata fredda e pungente: quattro individui, quattro anime, quattro persone, quattro. Un polemico ubriacone, uno schizzato paranoico, un genealogico e un tisico...
(continua da Panda4x4)
***
Mosca, inverno 1926. Ore 18.40
Un cittadino, solo, siede al tavolo di un caffé presso gli stagni del Patriarca.
Sotto gli occhi, una pièce teatrale resa ormai quasi illeggibile da troppe correzioni a matita, che riempiono ogni spazio bianco...
(continua da Carlo)
***
"Cazzo mi faccio un Montecristo n. 5. Come si chiamava quel diavolo dell'ottavo nano? DeLillolo, mi sembra"
Don DeLillo entra con una pallina di baseball in mano e un occhio nero.
"Un fuoricampo degli Yankees; mi sono giocato la retina ma ne è valsa la pena".
Mordecai Richler, seduto vicino al biliardo spariva quasi dietro alla nuvola del fumo che usciva dal sigaro.
"Cazzo, Mordecai, ma tu sei morto!"
"Infatti Don, qua non è più il mondo normale; sto sotto terra: è l'Underworld"
Mordecai Richler si alza e prova a fare il tip tap, ma crolla a terra.
Don DeLillo pensa: 'cazzo, nel Bronx può succedere di tutto'
(
Stefanopz)
***
brocche di vino,per natura,corrompono anime e nuvole.marmi riarsi dal sole con nostalgie infinite di falesie,ruminano umori palesati da chiacchere diuturne tra gli astanti della taverna del foro boario.lui lo raggiunge al tavolino scortato da centurioni in borghese accolto da un ave cesare sottolineato da un sorriso ricco di fermenti.
-ergo Sei tu,sei tornato
-come convenuto,mon amì.non mi aspettavi?
-magari un po prima
-ho trovato traffico a Damasco
-capisco....perchè hai un aspetto trasandato..fratello?
-è un ottimo rimedio contro la cattiva gente di tutti i tempi,"persino nelle società piu primitive gli alienati vengono lasciati in pace".Ed io,evidentemente,ho già dato.ora devo lasciarti
-No,aspetta.un attimo..
(Fa un segno vago con la mano e si allontana gongolando cristeggiante)
(
Diamonds)
***

Ginevra, nella hall di un lussuoso albergo vista lago, una sera d’autunno.

L’ha invitata alla sua conferenza. Lei, ormai residente in Svizzera da anni, ha accettato...

(continua da Titti)

***

Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca Raymond salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.

Il visconte Italo di Terralba, mio zio, cavalcava per la pianura di Boemia diretto all'accampamento dei cristiani. Lo seguiva uno scudiero a nome Curzio.

Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano Greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano le persiane. I Normanni bevevan calvadòs.


Perché tante cicogne? - chiese Italo a Curzio - dove volano?

Il duca Raymond sospirò pur senza interrompere l'attento esame di quei fenomeni consunti.


Finalmente ecco, lo scorsero che avanzava laggiù in fondo, Italo, su un cavallo che pareva più grande del naturale, con la barba sul petto, le mani sul pomo della sella. Regna e guerreggia, guerreggia e regna, dài e dài, pareva un po' invecchiato, dall'ultima volta che l'avevano visto quei guerrieri.

- Tutta questa storia, - disse il Duca Raymond al Duca Raymond, - tutta questa storia per un po' di giochi di parole, per un po' d'anacronismi: una miseria. Non si troverà mai via d'uscita?
(Rosabianca)
***
Agliè: la sera è scura su queste case di contadini che odorano di cena. Dolci colline torinesi creano conche tranquille...
(continua da Lilas)
***


“E’ freddo il deserto, di notte”.
L’uomo si massaggiò la spalla indolenzita, poi tornò a guardare il cielo arrossato dal sole al tramonto.
La donna annuì distrattamente.
“Già… freddo come gli inferni di Zandru”
Dietro gli occhiali spessi da miope, lo sguardo andava oltre l’orizzonte infuocato… un cielo viola, un sole rosso sangue e tre lune che facevano capolino ad est le riempivano gli occhi di una luce addolcita.
Con un piccolo brivido, si riscosse e si impose di prestare più attenzione al suo compagno.
Piccolo e mingherlino, con quell’accento straniero (francese, sembrava) era così diverso da lei, eppure…
L’uomo estrasse un taccuino e una matita da un tascapane da aviatore, poi tirò a sé un tavolino da campo e si mise a…
“Cosa sta facendo?” chiese la donna, incuriosita.
“Disegno” rispose lui “Non lo facevo da tempo, ho perso l’abitudine” continuò, imbarazzato. “Vede?” disse poi, mostrandole il taccuino.
Guardò il disegno con attenzione, poi gli restituì il taccuino, in silenzio.
Lui scrollò le spalle. “Già. Dovrei fare più esercizio”.
“Non ci sono molti serpenti, dalle mie parti… e neanche elefanti, se è per questo. Ma questo boa deve essere ben grande, per averne mangiato uno” disse lei con un sorriso.
L’uomo la guardò, stupito, ed un sorriso si allargò sul suo volto in risposta a quello di lei.
“Sarebbe bello se gli uomini sapessero andare oltre le apparenze…” le disse, speranzoso.
“Già” aggiunse lei, lo sguardo di nuovo perso nell’orizzonte “e che dire, se riuscissero a leggersi nel pensiero?”
(Riccionascosto)
***

Una luce opalescente rifletteva nella Neva un cielo di latte.

Un uomo possente camminava a fianco a un ometto breve dalle gambe storte e il cilindro a sghimbescio...

(continua da Gardenia)

***

"E così hai una laurea in medicina"
"Ho fatto il medico fino alla fine"
"Mica per i soldi, no?"
"Ehi, stai mica parlando a un borghese, amico"
"Certo, lo so, ho letto Nietzsche anch'io, che credi?"
Gli si increspavano troppo le labbra quando sorrideva sotto i baffi.
"Sì, l'ho letto del tuo gran signore dei granchi, Arturo Bandini"
"Io i tuoi libri l'ho letti poco"
"Per forza sei americano. Cazzo te ne frega a te della cultura"
La sua bocca invece partoriva conigli macellati quando apriva al sorriso.

(Luis-Ferdinand Céline e John Fante, continua da Strelnik)

 

***

Scendeva silenziosa e cupa la sera. Nelle vie del centro il passeggio scorreva lento. Personaggi impettiti – soldatini di piombo, li si direbbe, se non fosse per le rare signore – incedono a gruppetti, qualcuno fumando, qualcuno chiacchierando.

Il sole è ormai sceso da un pezzo dietro le torri romane di Palazzo Madama. Il lampionaio gira ad accendere le luci con la flemma ed il ritmo di un dovere fatto fino alla consunzione.

Dal cancello dell’edificio dell’Università esce un personaggio paludato con una strana zimarra scura, dal collo di pelliccia, tenendo sotto il braccio uno scartafaccio di fogli ingialliti, a malapena legati da un nastro.

(Erasmo e Nietzsche, continua da Falsomagro)

***

Il treno puntuale si muoveva lento nella campagna autunnale, lo scompartimento di terza classe era scomodo ma valeva la pena visto il costo della prima e anche della seconda. Nessuno capiva la convenienza della seconda classe. La prima, vabbeh, uno dice "Status symbol, jet set, VIP", ma la seconda? Meglio la terza, chiaramente: convenienza e qualità.
"Scheisswetter" sagte Johann Wolfgang von Goethe.
"What the fuck 're you saying?" The man in front looked at him through his ridiculous spectacles, although he was the famous writer James Joyce.
"Ich spreche kein Englisch, Arschloch".
"Italiano?"
"Un poko, pikkolino, haha, mamma mia, pizza, et cetera, haha."
"I wondered, ehm, chiedevo… quale cosa stava dicendo lei."
"Oh, penso, tempo di mierda, si dice?"
"Ah, yeah, shitty weather, pouring rain, the sky is pissing. Si dice t-e-m-p-o d-i m-e-r-d-a."
"Bravo… (Goethe seuzte halb-tief)…oggi non essere più stacioni."
"Neanche mezze, per questo"
"Ja, aber hoffentlich werden wir Schnee am Weihnachten haben."
"What?"
"Scusi... dicevo, con t-e-m-p-o d-i m-e-r-d-a almeno forse neve per Natale, oder?"
"FUCK! I forgot the presents for the children! Grazie mille di avere ricordato, devo comperare regali bimbi! Scusi, arrivederci!"
"Oh, Adios." Goethe schaute nochmals aus dem Fenster und sah nur Regen und Nebel. "Scheisswetter" sagte er.

(Elapside)


***

Gentili Dottori e Dottoresse,

onde non far perdere nell'oblìo degli archivi

i vostri contributi all'idea del mio Amatissimo Capo Dottor Effe

sono lieta di informarvi che potrete postare QUI

sia questi che quelli che vorrete scrivere in futuro.

I Dottori/esse che hanno partecipato sino ad ora, sono pregati di andare

a controllare nella loro posta privata Splinder: troveranno le chiavi

per entrare nella nuova casa degli Incontri Impossibili.

Per chi vuole partecipare: basta scrivere a SignorinaSilvani in posta privata Splinder.

(s'allontana ancheggiando cordiale)






































































































































































































































































































































































































affrancato e spedito da Effe | 13:05 | commenti (50)


giovedì, dicembre 02, 2004

L'incontro

Uno da dietro l’angolo.
L’altro per la strada che s’acciottola in salita.
Passi inavvertiti, come un tentativo e non per vera intenzione di cammino.
Si avvicinano circondati di primo inverno e di silenzio.
Un piccolo Caffè con i tavoli all’aperto, umidi.
Così vicini, adesso, da potersi guardare.
Nessuno sa se si vedano in realtà.
Seduti al tavolo, il cappello inlevato, un saluto che non c’è.
Entrambi in cappotti troppo stretti e anime troppo grandi, tormentando l’uno i guanti scuri e l’altro un bastone da passeggio posseduto mai.
Lo sguardo altrove, basso, obliquo, ma chissà gli occhi cosa guardano davvero.
Intorno, il mondo non s’accorge, né i passi d’altri ricalcano le loro ombre coricate piano sul marciapiede da un inutile sole, breve.
Seduti.
Senza muovere.
Senza parola.
E, dentro, l’universo.
Uno si toglie gli spessi occhiali cerchiati d’acciaio, per pulirli distratto e inutilmente.
L’altro allenta il nodo alla cravatta, ostile.
Per quanti minuti, ore, giorni.
Restano, senza sapere dell’altro, o forse essendogli così vicino.
Si alzano leggeri, irrilevanti.
Scivolano via, solo più schiena e spalle e nuca.
Uno dietro l’angolo, l’altro per la strada che s’acciottola in discesa.
Sul tavolo, lasciati prima o forse mai, due biglietti da visita.
Fernando Antonio Nogueira Pessoa.
Franz Kafka.

Quello che precede è un esperimento di scrittura spontanea e non m-editata.
Non ne difenderò contenuto e forma; le nostre scrItture o si giustificano da sé, o devono soccombere.
Vorrei però invitare chi lo volesse a immaginare, meglio di quanto ho fatto io, l'incontro im-possibile tra i vostri scrittori preferiti (o detestati, perché no).
Chissà cosa ne può venir fuori. 
Ho creduto che Pessoa e Kafka avrebbero avuto molte cose da dirsi, e invece.
O forse ero io, a essere troppo lontano per sentire.































affrancato e spedito da Effe | 13:31 | commenti (55)


Grandi Riforme: la Giustizia

Novità in libreria.
Autore: il Premier Italiano Calvino
Titolo: Il Magistrato dimezzato
Editore: Einaudito
Prezzo: altissimo






affrancato e spedito da Effe | 09:23 | commenti (19)


mercoledì, dicembre 01, 2004

Memento 2
Ricordi discordi

D’ogni secolo gli uomini sono immagine e tempra.
Epoca di eventi straordinari, il suo fu l’ultimo secolo a conoscere la maraviglia e lo stupore.
E lui, in ogni e più ampio senso, un figlio fu, e inevitabile, del proprio tempo.
A renderlo eccellente tra gli uomini fu la sua prodigiosa e universale capacità s-mnemonica.
La sua grandezza venne paragonata, per specula e antipode, a quella di Pico della Mirandola.
Non vi fu, tra i molti che vollero sfidarlo in agoni di dimenticanza, nessuno che potesse stargli a pari.
Era in grado, senza apparente sforzo, di dimenticare in pochissimo tempo interi trattati, volumi ponderosi, dottissime dissertazioni, e gran parte della sua smisurata biblioteca.
A soli dieci anni la vastità della sua sconoscenza aveva già raggiunto dimensioni enciclopediche.
E decenne lo rimase a lungo, essendosi per molto tempo scordato di crescere.
Dimenticò, durante la sua vita, dogmi e dottrine comunemente professate, trovando in loro vece nuove verità che trascrisse a beneficio dei posteri, scordando poi di dare alle stampe i manoscritti.
Non ricordò offese, rancori e giuramenti di fedeltà, servendo a volte in due eserciti diversi e nemici, e da entrambi ugualmente disertando, per aver dimenticato la guerra e le sue ragioni.
Per sete di conoscenza di sempre nuove cose da scordare, vendette l’anima al diavolo, ma non venne perduto, per l’essersi dimenticato al momento opportuno d’averla mai avuta, un’anima.
Dimenticò treni e amori, scordò eredità e debiti di gioco e tutti i luoghi che conobbe per aver lungamente viaggiato.
La sua sovrumana smemoratezza gli permise in più occasioni di riportare a casa la ghirba, come la volta in cui, durante una battuta di caccia in Mauritania (caccia peraltro imbelle, avendo scordato fucile e munizioni) azzannato da un leone si dimenticò di sanguinare fino all’arrivo dei tardi soccorsi.
Era, come molti uomini del suo tempo, uno spirito inquieto, alla ricerca continua di qualcosa – che cosa, esattamente, non ricordava più.
Un giorno, gli amici che spesso andavano a fargli visita senza preavviso (l’avrebbe egli in ogni caso scordato) non lo trovarono in casa.
S’informarono presso la servitù che egli non ricordava mai d’avere, chiesero ai vicini che ogni giorno lui non riconosceva, ma questi e quelli, interrogati, non ricordarono d’aver mai incontrato un uomo corrispondente alla descrizione.
Pur ricercato in ogni angolo dell’orbe, di lui non fu più possibile trovare alcuna traccia.
La notizia avrebbe avuto vasta eco su tutti i giornali, se i redattori si fossero ricordati di pubblicarla.
Fu allora chiaro come egli avesse finalmente raggiunto il compimento del proprio cammino, trovando quel che con ansia da tempo ricercava: aveva da ultimo, indimenticabile impresa, scordato anche se stesso.
Tutto quel che di lui rimase fu una lettera d’addio e di spiegazioni lasciata in vista sul tavolo del proprio studio.

"Cari amici,

 

 

 

 

 scusate, non rammento più cosa volevo dirvi".

I suoi sodali più intimi tennero un breve discorso per dimenticarlo pubblicamente, così come lui avrebbe desiderato.
Ancor oggi, per le eccezionali doti dimostrate, il suo nome viene scordato in tutto il mondo, e di certo continuerà ad esserlo per sempre.
L’eternità null’altro è, se non un sempre rinnovato oblio.

























affrancato e spedito da Effe | 09:44 | commenti (38)


Memento 1

Oggi su Herzog ricorre la Giornata della Memoria.
Il motivo di codesta ricorrenza mi è ovviamente noto; poco rileva il fatto che, al momento, non me ne rammenti.
Dicevamo?
Ah, sì, la memoria, giusto.
Chi è già che lo diceva?
La Pizia, suppongo.
D'altro canto, il profetare le appartiene per nomina.
Diceva quindi La Pizia che il blogger è colui che pensa in forma di post.
E il blog in verità sviluppa una speciale attenzione verso la realtà, all'uopo di coglierne spunti gustosi da condividere sul blog.
Mi ritrovo spesso a pensare che di un tal o talatro argomento sarebbe bene farne un post.
Raramente però mi appunto l'idea, perché secondo una mia teoria la memoria è un primario correttore automatico di idiozie; trattiene quel ch'è degno di essere ricordato, decanta e filtra ciò che è meritevole, e si sbarazza di quanto è superfluo.
Se un'idea, brillantissima all'apparenza, non supera l'ostacolo della memoria a qualche giorno di distanza dalla sua nascita, significa che peccava in qualità e consistenza.
Ora, che il novanta per cento delle cose che mi paiono degne di risolversi in post non sopravvivano, cagionevoli, all'oblio notturno, irrintracciabili il mattino seguente, può significare due cose: o il filtro dell'idiozia funziona egregiamente, o dovrei assumere maggiori informazioni circa quella cosa là, come si chiama, l'alzheimer.

Ecco, ora non ricordo più dove volevo andare a parare.














affrancato e spedito da Effe | 09:31 | commenti (16)

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