URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

venerdì, aprile 29, 2005

L’importanza di chiamarsi James Cuccurullo

Signor Presidente, signori della Corte, cos’altro può fare un uomo quando non ha come alleato neppure se stesso, quando la sua medesima identità gli si fa arcigna e nemica?
Ogni volta che mi presentavo a chiedere un lavoro, era sempre la stessa storia. Sempre.

- Buongiorno, sono James Cuccurullo.
- Ah, italo-americano, suppongo. Magari un mafioso pentito, sottoposto a programma di protezione. Di dov’è, Chicago, Illinois?
– No, sono di Salerno. Provincia. Battipaglia, per la precisione.
– Ah, peccato. Ma allora perché quel James?
– Una citazione letteraria dei miei genitori.
– Mi lasci indovinare: James come Joyce, non è vero?
– Scarsella.
– Come dice?
– Scarsella, James Scarsella. Capocronista della pagina sportiva dell’Eco di Battipaglia.
– Nientemeno.
– Eh. Scarsella era un autentico mito locale. Seguiva tutte le partite della Battipagliese, anche quelle in trasferta, voglio dire. I suoi non erano articoli, erano chansons de geste. E sapeva a memoria tutte le formazioni della Battipagliese dall'anno di fondazione ai tempi del calcio-scommesse.
- Un fenomeno.
– Pensi che a Battipaglia c’è anche un piazza dedicata al suo nome, con un busto bronzeo a grandezza naturale. Un bustino, peraltro, che Scarsella era piuttosto piccolo di statura.
– Sono impressionato.
– Sì, James Scarsella aveva un grande avvenire, lo dicevano tutti, a Battipaglia. Purtroppo aveva un insignificante difetto: parlava e scriveva unicamente in dialetto locale. Era un autodidatta, e l’italiano non l’aveva mai imparato. Solo per questo le testate nazionali rifiutarono di concedergli il giusto spazio. Ma fu un’ingiustizia, tutti dovrebbero sapere, oggi, chi era James Scarsella, anche lei.
– Senta, giovanotto, bando alle facezie. Qui abbiamo bisogno di persone serie, e lei mi sembra un burlone, con questa storia di Scarpetta.
– Scarsella, James Scarsella. E guardi che è tutto vero.
- Forse è meglio che cerchi lavoro altrove. Arrivederci.

Non mi prendevano mai sul serio. E sempre per via del mio nome e della sua origine.
Finché un giorno, dopo anni di persecuzione, decisi di cambiare tattica.
Avrei mentito.
Mi volevano oriundo? Ebbene, li avrei accontentati.
Volevano il fascino del galeotto? Si sarebbero trovati di fronte a un avanzo di galera.

- Buongiorno, sono James Cuccurullo.
– Ah, italo-americano.
– Esatto, baby.
– Un pentito sottoposto a programma di protezione?
– Come no. Mai sentito parlare di Cosa Nostra? In realtà, in origine il nome era Cosa Mia. Poi, sa, sono modesto di natura, e allora.
– Eh, peccato.
– Come sarebbe, peccato?
– Vede, quando ho sentito il suo nome ho pensato di aver trovato finalmente un tal Cuccurullo, nativo di Battipaglia, cui era stato dato il nome di James in onore dell’omonimo e buonanima Scarsella, mio padre.
– Cioè, lei sarebbe…
– Teofilo Scarsella, fu James. Peccato, giovanotto, perché se lei fosse stato quel Cuccurullo, che da anni ricerco per un fatto di riconoscenza, un buon posto glielo avrei senza meno trovato, ma così, invece...

Ebbene, signori Giurati, che altro potevo fare?
Afferrai un pesante portafoto in bronzo (vidi poi che ritraeva Scarsella senior insieme alla gloriosa formazione della Battipagliese del campionato ‘74/’75, l’anno delle tredici squalifiche consecutive del campo per rissa) e la conficcai adeguatamente nel cranio afflitto da alopecia di Teofilo.
Lo uccisi, signori, ma fu una giusta vendetta per interposta persona.
Ora però sono sinceramente pentito del mio gesto irrimediabile.
Quella foto della Battipagliese era praticamente introvabile.


affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (13)


giovedì, aprile 28, 2005

Vai avanti tu
ovvero l'arte del risparmio energetico

Volevo scrivervi di una mia esperienza molto intima, molto personale.
Poi mi sono accorto che le stesse cose le aveva già scritte il Direttore.
E allora, dico io, perché faticare in due?

"Secondo le istruzioni riportate sul retro della scatola, scongelare un sofficino dovrebbe essere un'operazione elementare.
Lo lasci su un tavolo per una mezz'ora e aspetti. C'è anche un disegno di un omino felice che aspetta vicino alla tavola con il sofficino che si sta scongelando.
Però la scatola non ti dice che cosa devi fare in quella mezz'ora.
Io in genere mi siedo vicino al sofficino e vedo lentamente la brina scomparire e i granelli dell'impanatura farsi più morbidi al tatto e alla vista. Proprio come suggerisce la scatola.
Guardo l'orario continuamente e mi snervo.
In genere caccio fuori il sofficino verso le otto proprio quando inizia Un posto al sole e allora il tempo passa più velocemente.
Il sabato o la domenica rai tre non fa un posto al sole e allora durante la mezz'ora mi sento d'impazzire.
Ho anche telefonato al numero verde della Findus che sta sempre sul retro della scatola, per fare un poco di chiacchiere con quelli del call center in subappalto, ma il sabato sera non risponde nessuno.
Allora mi sono inventato un gioco. Telefono a Isoradio dando false informazioni sul traffico.
Ad esempio dico, c'è stato un incidente sulla tangenziale uscita Vomero e quelli lo ripetono uguale alla radio.
Oppure dico, c'è un principio d'incendio in via Cilea e quelli lo dicono uguale alla radio.
Adesso non lo faccio più perché mi è venuto a noia.
Ho inventato una tecnica per scongelare più velocemente il sofficino. Lo avvolgo in una coperta e ci metto il gatto sopra.
Il gatto produce calore e il sofficino si scongela ad una velocità superiore.
Dovrebbero disegnarlo sulla scatola.
Un omino che mette un gatto sopra il sofficino."

(Hotel Messico)


affrancato e spedito da Effe | 10:30 | commenti (26)


Avviso ai naviganti

Chi è di casa su Herzog sa che, quando qui l'attività scema (evitare sapidi giochi di parole, prego), significa che altrove s'ha le mani sporche d'inchiostro e s'ode rumor di rotative.
Io vi ho avvertiti.


affrancato e spedito da Effe | 09:40 | commenti (14)


mercoledì, aprile 27, 2005

Errata corrige

E' cambiato il governo.


affrancato e spedito da Effe | 09:06 | commenti (20)


martedì, aprile 26, 2005

In corpore insano

E’ ben evidente il perché i panni sporchi si debbano lavare in casa.
Arrischiatevi infatti a sciorinare outdoor lingerie e corsetteria (lo ammetto: questo particolare è stato inserito per solleticare la vostra pruderie).
La biancheria virerebbe nell’immediato verso un grigio perla maculato.
E’ ben nota infatti la presenza delle polveri sottili (sottili ma infide, le maledette) che ammorbano l’aere urbano.
E proprio a motivo dell’inquinamento, è invece incomprensibile la presenza di un fenotipo umano particolare: il cultore dello jogging da città.
Sono migliaia gli amanti della fitness che zampettano a bordo strada lungo i corsi urbani più trafficati, iperventilando e inalando monossido in gran copia.
La prima volta che ebbi a che fare con uno di questi aspiranti al suicidio progressivo - all’epoca le presenza del fenotipo non era ancora così diffusa – caddi in uno spiacevole equivoco.
Scorgendo un uomo che si dimenava nei pressi di un attraversamento pedonale saltellando sul posto e ciondolando gambe e braccia, supposi trattarsi di un malato d’epilessia in piena crisi. Così come avevo imparato al corso di primo soccorso per corrispondenza, bloccai a terra il poveruomo, immobilizzando gli arti e cavandone la lingua fuori dalla bocca, per evitare che soffocasse inghiottendola.
Il malcapitato tentava bensì di proferire parola, ma provate voi a comprendere una persona a cui avete pinzato la lingua tra i vostri pollice e indice.
Da allora, la moda della corsa igienica per le vie di città si è sciaguratamente diffusa.
Posizioniamoci ora in un punto urbano qualsiasi, che definiremo linea di osservazione X.
Non passeranno cinque minuti, che in contemporanea si appropinqueranno, rispettivamente da settentrione e da mezzogiorno, il fenotipo U (Uomo) e quello D (Donna).
Il fenotipo U è un ragioniere oltre la cinquantina, che caracolla stancamente con le spalle ingobbite strascicando i piedi.
Nel suo sguardo il messaggio è chiaro: Non guardate me, è mia moglie che mi costringe.
Approssimandosi alla linea X, scorge il suo omologo femminile farglisi incontro.
Allora le spalle subitamente si sollevano, si gonfiano i pettorali, e la falcata diviene potente e fluida.
Incrociando la Donna, il messaggio nei suoi occhi si muta in L’ho mancata proprio di un nulla, quella finale ai Giochi di Atene.
Sorpassata la linea X e lasciato alle spalle il fenotipo D, il fisico del ragioniere si accartoccia nuovamente, e gli occhi dicono che in quel momento ucciderebbe per una Marlboro.
Ma torniamo indietro di qualche fotogramma, e invertiamo la prospettiva.
Il fenotipo D è un’impiegata poco oltre la trentina (ma mente in modo clamoroso sull’età), indossa un paio di fuseaux color carne così aderenti da evidenziare tutti pori della pelle, nonché il perizoma interdentale realizzato all’uncinetto dalla bisnonna.
Indossa una canottina trasparente di tre taglie più piccola del necessario, che a malapena trattiene, durante la corsa, il movimento sussultorio di un arrogante push-up (dotato di apposite protesi siliconate).
Incrociando la linea X e lo sguardo concupiscente del fenotipo U, il messaggio nei suoi occhi è ’mbé? Che ci sarà mai da guardare? Possibile che una ragazza semplice non possa uscire di casa con il primo straccetto che si ritrova indosso, senza per questo essere molestata?
Gli amanti dello sport urbano sono davvero votati al sacrificio estremo.
Dotati di fanatica volontà, nulla li può fermare.
Pensate che di recente, in un parco cittadino, ho visto – lo giuro, quasi – un vecchietto, invalido di guerra, in abbigliamento tecnico e sedia a rotelle che si faceva spingere a buona andatura dal badante rumeno.
E non era nemmeno tanto sudato.
Il vecchietto, dico.
Che il rumeno, invece.


affrancato e spedito da Effe | 08:44 | commenti (24)


giovedì, aprile 21, 2005

Habemus

Il fatto gli è che mai è possibile risultare graditi a tutti.
E così, quando Egli si è avvicinato al microfono davanti alla folla, qualcuno ha storto la bocca.
Io, per parte mia, credo nell’esercizio democratico del voto. 
Un conto è il volere popolare, volubile ed emotivo, altra cosa è la preferenza espressa in modo ragionato da un ristretto gruppo di addetti ai lavori.
Lui, benedetto uomo, ha ottenuto più consensi di chiunque altro, e quindi la scelta appare legittima.
A me sembra persona di carattere, e se anche ha un modo di parlare piuttosto buffo saprà cantarne quattro, all’occorrenza.
Insomma, io credo sia giusto che alla fine abbia vinto lui, Stefano Francesco Renga, al festival di Sanremo.

Un bell'applauso.


affrancato e spedito da Effe | 09:05 | commenti (40)


mercoledì, aprile 20, 2005

Il mondo ai tempi del colera

Leggiadra Lettrice, Valente Lettore,
forse nemmen possiedi l’età per ricordarlo (e la giovinezza è pur una colpa, ma non è questa la sede per), ma il mondo, un tempo, fu diverso nella sua quotidianità.
La autovetture, ad esempio, non disponevano di alzacristalli elettrici.
Lo so, pare impossibile. Eppure.
Per abbassare i finestrini occorreva smanovellare con buona lena, a patto di ricordarsi se il movimento rotatorio doveva essere orario o anti.
Gli ospedali erano pieni di infermi con sublussazioni della clavicola dovute ad un ostinato smanovellamento nel senso errato.
Quanto al bancomat, l’idea era ancora di là da venire. Se necessitavano liquidi oltre l’orario di apertura delle banche – ad avere un conto corrente, dico – non c’era altra soluzione che la fiamma ossidrica e il piede di porco, senza offesa.
Si chiamava esproprio proletario, vivaddio.
E neppure era infestato l’aere da tutti questi apparecchietti agli infrarossi.
Non c’era il telecomando per la tv (cosicché era impossibile pigiare distrattamente un tasto e trovarsi per sbaglio a tu per tu con Vespa, che quello c’era già allora).
Non c’era il telecomando per accendere la macchinetta del caffè, non c’era il telecomando per l’antifurto del monopattino, non c’era il telecomando per far funzionare il telecomando.
E, soprattutto, non era possibile confondersi tra migliaia di telecomandi appostati lungo le mensole e i mobili di casa.
E i computer? Be’, quelli c’erano, ma non erano dei personal.
E non c’erano tutte queste finestrelle, pop up, iconcine e consimili trastulli.
Il computer era una macchina stupida, a cui occorreva spiegare tutto con linguaggio semplice e piano (lo chiamavano DOS):
per favore, caro Calcolatore, ora abbandona questa directory, ma con tuo comodo, eh, poi vai alla root, da lì ridiscendi in quest’altra directory, gira a destra nella sottodirectory, bravo, così, e adesso cancellami quel file, No, non quello, per carità, l’altro. Ehi, ho detto l’altro. L’ALTRO, FARABUTTO, L’ALTR...
Sì, in effetti si perdevano parecchi files, all’epoca.
E il telefono cellulare? Nisba, non esisteva proprio.
Mi pare di sentire i vostri ooh increduli.
Esisteva invece un misterioso oggetto che molti di voi non hanno neppure mai veduto: il gettone telefonico.
Il gettone assomigliava a una grossa moneta brunacea con un solco intermedio. Esso solco era infido, perché doveva essere posizionato in asse perfetto con l’apposita fessura introduttiva degli apparecchi pubblici, allora d’un bel colore grigio-verde.
Si consumavano ore, nel tentativo di introdurre correttamente i gettoni, che immancabilmente non venivano accettati dal marchingegno e ricadevano nello sportellino dei resi.
Lo so, vi domanderete che tempi erano mai quelli in cui, senza cellulare costantemente acceso e cavocollegato auricolarmente, non si poteva esser rintracciati ad ogni ora e in ogni luogo da capiufficio, creditori, compagni di scuola di trent’anni prima, sondaggisti e suocere .
Tempi belli, miei cari.
Tempi belli.


affrancato e spedito da Effe | 00:40 | commenti (54)


lunedì, aprile 18, 2005

Le corps

D’altra parte l’idea non era poi così bizzarra, a voler essere sinceri.
Per dirla tutta, il fatto d’accompagnarsi sempre al proprio corpo era più una consuetudine che una reale necessità. Il corpo è qualcosa che ci si trova addosso a causa di un mero accidente, e si continua a indossarlo per indolenza e non per autentica scelta.
Quel mattino si alzò pertanto in silenzio ma con movimento rapido come uno strappo, lasciando il proprio corpo ancora addormentato nel lettuccio della camera ammobiliata.
Si sentì subito ricco di una felicità leggera.
Sull’omnibus che lo trasportava al lavoro d’impiegato statale non dovette premere la solita calca, né farsi largo tra consimili ottusi per poter scendere regolarmente alla fine del viale, anziché a tre fermate dopo la sua, com’era consuetudine.
Camminò veloce sotto una pioggina che non lo bagnava, e si lasciò ingoiare dal grande portone del palazzo municipale.
I colleghi, invero, lo guardarono per qualche istante a giudicare di quale eccentricità si fosse macchiato. Ma si sa, gli impiegati pubblici sono ben avvezzi a ogni genere di stranezze, e di lì a poco tornarono a occuparsi delle loro faccende.
Anche lui si immerse nel lavoro, trovandolo meno pesante del solito. Ogni tanto sorrideva tra sé, o a qualche eventuale cittadino che capitava per errore nel suo ufficio.
– No, i permessi per aprire un esercizio di barbitonsore si richiedono al piano di sotto, corridoio tre, sezione decima, stanza diciotto. Buona giornata.
Il cittadino restava per un momento con il cappello in mano, chiedendosi se fosse corretto ringraziare e salutare un impiegato privo di corpo, poi si allontanava bofonchiando.
Nel tardo pomeriggio rientrò a casa, godendo di una lunga passeggiata tra i tigli. Entrato nella camera, subito lo colse un senso di privazione: guardò bene intorno, e si rese conto che il suo corpo non c’era più.
Il letto era stato ordinatamente rifatto e i cuscini sprimacciati. L’intera stanza appariva in bell’ordine, ma in quest’ordine non era al proprio posto qualcosa che invece avrebbe dovuto necessariamente esserci. Andò subito dall’affittacamere a domandare spiegazioni.
– Signora, le risulta che io sia uscito?
– Sì, certo che è uscito. Sarà stato verso l’ora di pranzo, se ben ricordo.
– E sa anche dove sono andato?
– Mi ha detto che sarebbe andato alla solita caffetteria lungo il fiume.
Questo non era previsto.
Lui senza il suo corpo, d’accordo, poteva essere, ma il suo corpo senza di lui, ebbene, questo che senso aveva?
Dove se n’era andato? E perché, poi, e con quale diritto?
Si recò allora alla caffetteria. Il suo corpo doveva tornare a casa con lui, su questo non c’erano dubbi. Avrebbero parlato e messo in chiaro ogni cosa. Non si era mai visto, in verità, un corpo che se ne andasse in giro da solo in questo modo sconveniente. Cosa avrebbe detto ora di lui, la gente?
Alla caffetteria, però, il corpo non c’era.
Domandò allora al vecchio cameriere che da anni strascicava i calli intorno ai tavolini all’aperto.
– Sì, signore, è stato qui all’ora di pranzo. Ha mangiato ben più del solito, con soddisfazione dello chef. E non ha pagato, se posso permettermi.
Dopo aver saldato il debito, non senza una lauta mancia per assicurarsi un’opportuna amnesia del cameriere, iniziò a cercare il corpo nelle vie e nei locali che erano soliti frequentare insieme.
Del corpo, però, sembrava essersi persa ogni traccia.
Tornò a tarda ora alla cameretta, più per convenienza che per altro; pur avendo camminato tutta la sera, infatti, non sentiva alcuna stanchezza.
Dopo aver passato la notte insonne ad attendere il ritorno del corpo, decise al mattino che la faccenda doveva esser sistemata definitivamente, prima che giungesse a orecchie sbagliate.
Telefonò al lavoro per comunicare la sua assenza per quel giorno, adducendo a giustificazione una leggera infreddatura presa a causa dell’acquerugiola del giorno precedente.
– Per così poco?, commentò sarcastico il capufficio, Non abbiamo più il fisico di una volta, eh?
– In effetti, rispose riagganciando.
Uscì di casa con le idee finalmente chiare: l’unico luogo dove il corpo poteva aver passato la notte era da Marie, la sua fidanzata – sua, sì, ma solo un quarto d’ora per volta, che nelle ore restanti era la fidanzata anche di altri, bastava prenotarsi con un minimo di anticipo.
Suonò il suo campanello che erano appena le sette.
- Ma non sei ancora partito? chiese Marie, aprendogli con un broncio delizioso.
– Partito per dove?
– Per il Midì. Sbrigati, il tuo treno parte tra mezz’ora.
Prese al volo un omnibus che sembrava arrancare con volontaria lentezza. Giunto alla stazione, prese subito a cercare il corpo tra centinaia di viaggiatori, ciascuno regolarmente dotato di valigia e corpo propri.
Alle sette e trenta in punto, una locomotiva sibilò a tutti un vaporoso addio, coinvolgendo nel proprio movimento una breve e restia fila di vagoni.
Fu allora che lo vide.
Seduto accanto al finestrino, il suo corpo leggeva il giornale del mattino, trattenendo tra i denti un bocchino d’osso e oro con sigaretta in resta.
Correndo al fianco del treno che prendeva velocità, bussò ripetutamente al finestrino, chiamando il suo corpo a gran voce.
Ma quello non mostrava di avvedersene, immerso com’era nella lettura del quotidiano.
Solo all’ultimo, un attimo prima che il treno uscisse dalla stazione, gli sembrò che sorridesse, ma forse stava solo aspirando dal bocchino.
Si fermò alla fine della banchina, nell’impossibilità di seguire oltre il convoglio. Se avesse avuto ancora un corpo, sarebbe stato certamente sudato e sfinito per la corsa.
Un ferroviere gli si avvicinò, tendendogli una busta.
– E’ per voi, credo. In effetti, corrispondete perfettamente alla descrizione. Tenete. E, signore, mi è stata promessa una mancia adeguata, sapete.
Messa una moneta da un franco nel palmo teso, aprì la busta lacerandola.
Sul foglio, la sua grafia aveva scritto i versi del poeta:
E se il corpo non fosse l’anima,
l’anima cosa sarebbe?

– E’ una calunnia, maledetto! gridò verso i binari.
Ma il treno si era già perso oltre le ultime case, e il fumo della vaporiera aveva un colore distante.


affrancato e spedito da Effe | 09:30 | commenti (35)


venerdì, aprile 15, 2005

Dell’impossibilità
(post con molte parentetiche)

Avete forse presente quel blogger, ma sì, quello là, dico, quel tal F. - ne taceremo il nome intero per amor di carità.
Egli risponde sempre – d’accordo, non proprio sempre, solo quando glielo chiedono – di non avvertire la necessità di pubblicare un libro – non ne avrebbe, in verità, neppure il talento, ma migliaia di volumi che languono in posizione francamente lasciva sugli scaffali delle librerie testimoniano che non si tratta di un impedimento insuperabile.
Ebbene, è egli impreciso, nella risposta.
In effetti dovrebbe piuttosto ammettere – che le parole hanno pur la loro importanza – di non avvertite l’urgenza della pubblicazione.
Perché invero sa, il signor F., che per pubblicare - è certo - pubblicherà, ma la cosa avverrà – è sufficiente ad affermarlo una dose minima sindacale di preveggenza – in età molto tarda.
Imperrocché egli vergherà il suo manoscritto nell’anno dei suoi settantasette anni.
Vi sarà un che di eccezionale, in un libro scritto a settantasette anni.
Sarà eccezionale perché conterrà un’intera vita.
Sarà eccezionale perché dimostrerà che le sinapsi dell’autore - ancorché usurate dal tempo - ancora sferragliano a dovere.
Sarà eccezionale perché attraverserà un cambio di secolo e di millennio.
Ma soprattutto, quel libro scritto a settantasette anni sarà eccezionale perché quel tal F. morirà ad anni settantasei.
Una prece.


affrancato e spedito da Effe | 10:05 | commenti (31)


giovedì, aprile 14, 2005

Arti e mestieri

Tutti conosciamo, senza glorificarla mai abbastanza, la figura del ghost writer.
Non solo politici e opinionisti, ma anche giornalisti e scrittori si avvalgono dell’opera dei negri – e non si spiegherebbe altrimenti certa sovrapproduzione di testi.
Suppongo che la figura dello scrittore fantasma, ben presente nella storia della letteratura da Molière a Ludlum, dovrebbe trovare adeguato riconoscimento, e la concessione di un albo professionale con dignità di biglietto da visita e prestazioni mutualistiche.

Esiste però una figura ancora più misteriosa e meno valorizzata.
Mi rivolgo a te, intellettuale, e a te, critico letterario, e anche te, sì, proprio a te, scrittore.
Quanti sono i libri che dovete assolutamente leggere per disquisirne dottamente nei salotti letterari (ma esistono ancora, o sono stati soppiantati dal due camere e cucina?), per scriverne la recensione, per sentirsi parte della confraternita?
Troppi, vero?
E poi, diciamolo, il più delle volte sono così insopportabilmente noiosi.
Da oggi, i vostri problemi sono risolti.
Consideratemi il vostro ghost reader.
Io leggerò per voi, in vostra vece, per vostro augusto conto.
L’ultimo romanzo pop-cult-roth all’amatriciana? Ve lo leggo io.
L’inedito del filosofo corrusco morto di pellagra? Ve lo leggo io.
L’opera omnia del corsivista bolso e in pensione? Anche questo ve lo leggo io.
Potrete sentirvi a posto con la coscienza, e intanto godervi finalmente e con la necessaria tranquillità la Gazzetta dello Sport.
I prezzi? Modici, che diamine, siamo tra amici.
Si assicura assoluta discrezione, igiene personale e massima rapidità.
Vi domandate forse come farò a soddisfare le numerose richieste, a leggere tutto, a compulsare migliaia di incunaboli?
E’ questione di attitudine al sacrificio, di amore per la letteratura, di dedizione ascetica alla scrittura (e poi mi affiderò a dei ghost readers, è chiaro).


affrancato e spedito da Effe | 11:12 | commenti (39)


Comunicazione di servizio

In considerazione del carattere del tenutario del blog, nonché capo dell'Ufficio Postale (geniale, malmostoso, poco incline a festeggiamenti ed altri tipi di socializzazione) e della contestuale necessità di porre in adeguato rilievo la ricorrenza odierna - per chi non lo sapesse, oggi ricorre il secondo anno dal primo post di Herzog (oggi, ahimé, irrecuperabile dato il deterioramento degli archivi) -

Il Comitato Direttivo della F.La.P.F.*

avoca a sé il diritto/dovere di commemorazione. L'anno scorso, per chi lo ricorda, venne pubblicato "The Cure", il cui link è visibile nella colonna di destra del template. Quest'anno il Comitato - che, com'è noto, è in netta preponderanza femminile - ha deciso, più semplicemente, di festeggiare
così, sperando che ciò sia gradito almeno ai visitatori del blog (la disapprovazione del tenutario è, peraltro, un suo obbligo contrattuale).

F.to
Il Comitato Direttivo della F.La.P.F.


*
(Federazione  Lavoratori Precari e Felici)

affrancato e spedito da riccionascosto | 08:58 | commenti (27)


mercoledì, aprile 13, 2005

Una Notte lunga sei mesi
(post apotropaico)

L’antefatto
Ricordate certamente la versione cinematografica di Jesus Christ Superstar.
La partecipazione a quell’autentico cult non portò fortuna alla maggior parte degli interpreti.
Qualcuno morì per droga. Uno ("San Paolo?") dopo aver tentato di sfondare nel mondo del cinema finì con il fare la comparsa in alcuni film hard core.
Altri ebbero problemi di prostituzione (suvvia, non dite "Maria Maddalena", è troppo facile).
La sorte peggiore toccò a Ted Neeley, febbrile voce del "Cristo", che finì per sbarcare il lunario dedicandosi alla musica country - dovrebbe pur esserci un limite a tutto, perdio (appunto).

Il fatto
Ebbene, ora, spinto solo da un’innocente curiosità in taluni casi, o dalla normale frequentazione, se non addirittura dall’amicizia, in altri, ho verificato, a sei mesi dall’uscita della Notte dei Blogger, quali conseguenze ha prodotto sulla vita virtuale degli autori la partecipazione all’iniziativa einaudiana. I risultati sono stati sorprendenti.

Il fattaccio
La Pizia ha chiuso il proprio blog.
Proserpina l’ha sospeso a lungo.
A Personalità Confusa è venuto improvvisamene a mancare una delle colonne portanti del blog.
Violetta Bellocchio è attualmente una homeless.
Sasaki Fujika è angariato da un fake che ha frantumato ogni precedente record di longevità.
Ma, così come per Neeley, il destino più duro è toccato al decano Gianluca Neri, costretto a diradare la propria presenza sul blog per scrivere, a mo’ di contrappasso, testi da sit-com per Mediaset (e ho detto Mediaset).

Conclusione
Non me ne vogliano i numi dello Struzzo ma, d’ora in avanti, prima di maneggiare i libri d Einaudi consiglierei a tutti l’esercizio di un qualche rituale apotropaico.

Per il vostro bene
Ora, copiate questo post e inviatelo a cinque amici.
Se lo farete, la fortuna vi arriderà.
In caso contrario, la vostra vita conoscerà la disgrazia.
Patroclo von Fonfovitz, blogger austro-ciociaro, non spedì il post, e il giorno dopo la fidanzata lo lasciò per il vicino di casa invalido di guerra con pensione di accompagnamento, fuggendo con il vegliardo a bordo della sua motocarrozzetta lungo la tangenziale ovest.
Casta Donzella, bloggeuse vicina agli ambienti di Comunione e Liberazione, inviò il post solo a tre amici; il suo chirurgo plastico sbagliò l’operazione rendendola identica a Condoleeza Rice nei giorni peggiori.
Hassan Falafél, blogger clandestino con permesso di soggiorno fasullo, irrise il post con il gesto dell’ombrello; immediatamente uno Steinway grancoda precipitò per cause imprecisate dall’ottavo piano in perfetto asse con la cervice di Falafél, lastricandolo al suolo.
Degno di nota il fatto che il clandestino si trovasse in quel momento in aperta campagna, senza che vi fossero edifici di sorta nello spazio di dodici miglia sabaude.

Blogger avvisati...


affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (44)


lunedì, aprile 11, 2005

seconda edizione riveduta e ampliata
L'Agrimensore

Al villaggio giunse silenzioso come un destino e, come il destino, ugualmente inaspettato.
Attraversando i campi sotto luna bassa e prime nevi, non svegliò al suo passaggio i cani a guardia delle izbe e gli uccelli che sigillavano la notte.
Nelle case di legno rischiarate dalla poca luce gialla sotto le icone, i contadini dormivano su panche e tavole ai piedi delle stufe, sognando altre vite.
Si addentrò tra case e fienili, osservando e non veduto.
Bussò infine alla porta dello starosta, che gli aprì di malavoglia.
Il capo del villaggio gli domandò chi fosse, con voce di sonno e vodka.
Arkadij Semionovic Kirsanov, rispose soltanto, consegnando la lettera con le credenziali.
Arkadij Semionovic – ripeté quegli, dopo aver riconosciuto il timbro governatoriale - non vi attendevamo che dopo il disgelo, mi trovate impreparato.
Meglio così. Ospitatemi per la notte, domani mi troverete un’altra sistemazione.
Inizierete subito il lavoro?
Subito. Avrò bisogno del vostro aiuto.
Naturalmente, Arkadij Semionovic.

La porta chiuse fuori il freddo delle ultime ore notturne.
Di primo mattino, l’Agrimensore iniziò a percorrere insieme allo starosta i fondi che costituivano la contrada, fermandosi a lunghi intervalli per sistemare gli strumenti per le misurazioni.
Di ogni contadino che veniva a rendere il saluto domandava nome e patronimico e vita, e se aveva figli, e quanti, e se in salute, e se beveva o picchiava la moglie o il padre, e se era mai stato in prigione, e perché, e quanto era timorato di Dio.
Per l’intera settimana camminò, misurò, domandò.
Quando lo starosta lo invitava a entrare in qualche izba per riscaldarsi e prendere un tè, o del pane e cetrioli per accompagnare la vodka, rispondeva che non c’era tempo, che occorreva fare tutto nei tempi giusti.
Ogni sera, poi, di fianco alla stufa, annotava sui libri certi strani numeri obliqui che incolonnavano calcoli.
Le molte verste percorse a piedi e i tanti sguardi e le mani a levar cappelli, e la finzione - tutto lo aveva estenuato.
Ma ormai era al compimento dell’incarico.
L’ultima sera, dopo aver percorso i fondi più lontani dal villaggio e incontrato gli ultimi contadini, mise in fila i libri con i numeri.
C’era tutto.
Tutto era stato misurato.
Il peso dei peccati di tutta quella gente, le speranze e i pochi rimorsi, e l’impossibile fiducia nel futuro.
Dopo molti giorni, aveva ora terminato il censimento e l’estimo di quelle anime, che appartenevano al Padrone dei fondi non meno che le stesse terre.
Rifece i conti con cura per tutta la notte, perché non ci fosse errore là dove non doveva esserci.
Ancor prima del mattino, ogni misurazione era terminata, controllati i rilevamenti, ed esatti i calcoli.
Di tutti, nessuno.
Di tutti loro, nessuno poteva essere salvato, secondo le regole del suo incarico. Alla fine delle somme, il risultato non prevedeva appello.
Pensò ai contadini. Rivide i loro volti, e gli occhi, e le mani, e sentì ancora l’odore attaccato ai loro vestiti.
Ricordò le fatiche, le brevi speranze prima della sconfitta, le debolezze ostentate e la poca forza dimenticata.
Pensò che le somme sui libri, invece non avevano volti e occhi, né debolezze, e soprattutto non conoscevano odore.
Non vivevano.
Impilò in ordine i libri con i numeri del passato e del futuro, spingendoli al centro della fiamma che teneva desto il samovar.
Presto avvampò il fuoco, rendendo nuvole azzurre le righe d’inchiostro sulle pagine che abbrunivano cancellando colpe e peccati.
Cosa sarebbe avvenuto di loro e di lui, ora, non sapeva.
L’Agrimensore lasciò il villaggio alla prima ora, come si conviene a un destino che è stato mutato.
Non aveva con sé che poche cose non indispensabili, e una piccola verità.


affrancato e spedito da Effe | 10:01 | commenti (47)


venerdì, aprile 08, 2005

Atto di fede
(prevista la facoltà di abiura)

Su Lipperatura si parla - a sprazzi - del rapporto tra letteratura e realtà.

No.

Io non credo che la letteratura debba soccombere all'eccessiva plausibilità del reale.

Non credo che debba esserne testimonianza, ma piuttosto accusa e rinegoziazione.

Credo che la scrittura debba indagare non il reale, ma il vero, e del vero le infinite possibilità.

Credo che della verità non si possa dare definizione, ma che si debba invece compiere l'operazione inversa: non de-finire, non de-limitare, ma eliminare confini e limiti.

Credo che la letteratura sia invero un processo di sottrazione, un tempo in levare.  Credo che il suo compito sia abbattere muri e negare certezze.

Credo che la scrittura debba parlare degli assenti, e non della presenza.

Credo che la scrittura non debba legarsi alla vita, a una vita, quella presente e reale dello scrittore, perché la letteratura è la dimostrazione che una vita sola non basta.


affrancato e spedito da Effe | 10:07 | commenti (51)


giovedì, aprile 07, 2005
In loving memory
Succede che certi nomi ti girano intorno per tutta una vita, e ti vengono resi reali da persone e fatti ai quali, un tempo, non avresti mai pensato.
Succede che, per le sole leggi di natura, quei nomi scompaiono. O meglio, si allontanano da te. Volenti o nolenti se ne devono andare. Ma le persone ed i fatti che te li resero vicini, continuano ad esserci. Così, in qualche modo, il distacco è meno duro.
Ti sia lieve la terra, Saul.

affrancato e spedito da Squonk | 09:17 | commenti (22)


mercoledì, aprile 06, 2005
 

Se sono blogger ovver scrittore, per me va benissimo, pensò Herr Herzog.
C'era Un grazie a Saul Bellowdella gente che pensava che fosse un grafomane, e per qualche tempo persino lui l'aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a palesarsi nella sua guisa un po' ubiqua, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido. E forte. Gli pareva d'essere stregato, e scriveva quotidianamente, indirizzandosi alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondente interazione, che da oltre due anni, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte.
Se l'era portata, quella valigia, da casa al lavoro, e dalla scrivania al desco familiare ogni santo giorno dal lunedì al venerdì. Per poi smettere di santificare anche lo Shabbat. Solo una breve vacanza, dalla quale era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso la moto e - catch the blogger - era filato in suo rifugio segreto, nell'austero palazzo della Compagnia. Lì, nascosto in mezzo alle tariffe e oppresso da ombre sinistre, scriveva a più non posso: freneticamente, ai giornalisti, ai blogger pubblici, ai soliti moralisti; e ad amici, a parenti e ad apparenti. E finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.

Oggi avrebbe scritto anche a Saul
.

Saul Bellow
Montreal 1915
Brookline 2005


affrancato e spedito da gonio | 18:53 | commenti (9)


L’ultimo treno per l’Alentejo

Il mondo per l’intero, ma un solo fotogramma per volta, dietro il finestrino di campagne e polvere.
L’uomo che siede di fronte ha gli stessi colori del finestrino, ocra e grigio.
La pelle carsica di rughe è tesa sugli zigomi e agli angoli duri della bocca.
Il vecchio guarda fuori, e il suo riflesso fuori fuoco si sovrappone al mondo in fuga al di là del vetro.
Il resto del treno è vuoto, contenitore senza contenuto che dalle terre dell’Algarve risale a settentrione.
Nello scompartimento entra un controllore a chiedere i biglietti.
Non ha fretta, il viaggio è lungo e si ferma a parlare un po’.
Ascolto in risposta la voce seppiata del vecchio. Non ha la parlata del sud, sempre incrostata di salsedine; il suo accento è quello dell’Alentejo, e sa di campi ostili e di ponti in ferro.
Restiamo di nuovo soli, e troviamo spazi da riempire con parole lente.
Io vado a Evora, dico, faccio il medico, laggiù.
Io scendo a Santiago do Cacèm, la stazione dopo la vostra, l’ultima di questa linea. Fa cinquant’anni che manco da casa. Avevo vent’anni, quando son partito, e da allora non ho più fatto ritorno.
C’è qualcuno che vi aspetta ancora?, chiedo.
Sorride breve, e mostra una fotografia.
Questa è la mia casa, qui mi aspettano.
La foto ritrae una tomba di famiglia, un monumento in un camposanto di povere croci.
Vedete, dice indicando con la mano, questa è Dulce, mia moglie. E’ morta dieci anni fa. E questo sono io, qui, accanto a lei. Mario de Sà-Carneiro.
Come, avete già la vostra tomba da vivo?
Sì, l’ho preparata per tempo, mi ci è voluto lavoro e amarezza. L’avevo promesso a Dulce, che sarei morto a casa, vicino a lei. E adesso è arrivato il momento.
Come fate a saperlo?
Lo so. Quando si è molto giovani, la vita ci riempie interamente, e per questo non ce ne accorgiamo. Siamo come botti piene fino all’orlo di vino di Madeira. Se provate a scuotere una botte colma, non sentirete muoversi il liquido. Ma se appena la botte si vuota per metà, allora scuotendola ve ne accorgete, che il vino c’è, ed è poco. Così è per la vita, Quando si è vecchi, lo si capisce che la vita rimasta è poca, e ha raggiunto il fondo.
Sarebbe utile saperlo sempre, anche da giovani, quanta vita si ha ancora, osservo.
E’ impossibile. Noi siamo, da giovani e da vecchi, persone diverse. Avevo vent’anni, e non potevo credere che un giorno ne avrei avuti settanta. Ora ne ho settanta, e non posso credere d’averne avuti venti.
Ma perché non siete mai tornato, in tanto tempo?
C’era il pane da mandare a casa. Avevo una famiglia, allora, un figlio. Faceva il pescatore, con poca sorte. Un giorno si è imbarcato su una nave grande ed è andato in Brasile. Non è più tornato. Come lui prendeva dal mare, anche il mare ha preso lui, e l’ha portato lontano. Ma un giorno tornerà, ho preparato un posto anche per lui.
Guardo ancora la fotografia, con i nomi in ottone sulle lapidi bianche. Una casa che aspetta chi c’è già.
Restituisco l’immagine al vecchio, che la ripone nel taschino della giacca.
Non avete bagaglio, osservo.
Ho speso tutti i soldi che avevo per la nostra casa. Doveva essere la più bella. Da vivi non abbiamo mai avuto molto, ora almeno avremo questa. Ho comprato il biglietto del treno con gli ultimi escudos, non mi è rimasto più nulla. E di nulla ho bisogno. Sapete se il treno viaggia in orario?
Guardo il mio orologio.
Ha un ritardo di circa mezzora.
Il vecchio si torce le mani.
Avete fretta?
Ve l’ho detto, è arrivato il momento.
Intendete dire che
Sì, domani avrò finito, domani è l’ultimo giorno.
La notte è ormai bassa sui campi, fuori.
Arriveremo prima di mezzanotte, lo rassicuro, prima che sia domani, non manca molto.
Bene, bene, dice, e poi più nulla.
Si nasconde in un angolo del sedile, accanto alla porta dello scompartimento, e si arrende alla stanchezza che gli arrossa lo sguardo.
Anche io ripiego il giornale che non ho letto, e appoggio la testa allo schienale, accompagnando con il mio respiro quello del treno.
A destarci dopo un tempo inconsapevole è un altro controllore, che di nuovo richiede i biglietti.
Il vecchio dorme profondamente, e non si accorge di nulla. Provo a svegliarlo piano, toccandogli la mano.
La pelle è fredda.
Cerco meccanicamente il polso. So bene cosa devo fare. Avvertirò subito il controllore, che chiamerà le autorità. Faranno fermare il treno, e porteranno il corpo del vecchio al primo ospedale. Poi lo seppelliranno in qualche fossa comune, senza neppure una lapide.
Lontano da casa.
Il mio amico dorme, dico, prendendo il biglietto dalla tasca del vecchio.
Lasciatelo dormire, allora, sorride il controllore.
Povero vecchio, su questo treno in ritardo la morte ti è arrivata in anticipo.
Riconosco infine il profilo collinare di Evora, e la fine del mio viaggio.
Prendo dal taschino del vecchio la foto della tomba di famiglia, l’appunto al bavero della sua giacca dopo aver scritto sul retro Mario de Sà-Carneiro, cimitero di Santiago do Cacèm.
Scendo piano dal treno.
La notte è leggera.
Ben tornato a casa, vecchio.


affrancato e spedito da Effe | 09:40 | commenti (24)


martedì, aprile 05, 2005

Necrologio
o della nostalgia di un mondo conosciuto mai

Pare che il romanzo sia morto.
La poesia esangue.
L’editoria di progetto agonizzante.
Ma ad essere davvero scomparsa – oh, giusti dei! – è la grande narrativa di viaggio.
Al più, oggi è possibile leggere insipidi libercoli new age per divorziati ipo-quarantenni in avanzata fase di riciclo, manualetti sbiaditi per giovani marmotte post industriali in cerca dell’esotico prefabbricato made in Taiwan, guide per autostoppisti galattici in Land Rover con satellitare di quinta generazione e frigo-bar.
E’ stato commesso l’assassinio di un genere letterario, nella connivente indifferenza di tutti.
Ma conosciamo bene – e che la vendetta non si faccia attendere - il turpe nome del colpevole.
Oggi non è più possibile percorrere una qualche via per l’Oxiana, senza che vi sia faccia da presso, ostentando un sorriso maxillo-facciale, l’animatore standard di un prestigioso villaggio vacanze, a controllare se disponete del braccialetto regolamentare da esploratore solitario all inclusive (sconti per comitive).
E così, che lo vogliate o no, dopo la lezione di survivor su materasso ad acqua, vi ritrovate con casco coloniale, camicia kaki e bermuda griffate, ordinatamente in fila (siete il milleduecentesimo, fatevi coraggio) con vassoio e pacchetto cellopphanato posate-tovaglioli, ad attendere il vostro turno al self service Bela Italgia (il gestore, di italiano, può vantare il vicino di casa di un trisavolo) dove vi verrà scazzuolata sul piatto Richard Ginori Very Extreme Collection una cotoletta à la blogneuse, ricoperta di tristi spaghetti al ragù di anacardi.
In sottofondo, purtroppo, Gigi D’Alessio.
Basta, è tutto finito.
Niente più Robert Byron.
Niente più Bruce Chatwin.
Ridateci quel mondo.
O almeno raccontatecelo, maledetti.


affrancato e spedito da Effe | 09:54 | commenti (31)


lunedì, aprile 04, 2005

Segnalazija

Oggi, dall'ora di pranzo al tea time, cavalca l'uro selvaggio al blogrodeo sumero


affrancato e spedito da Effe | 09:33 | commenti (3)


domenica, aprile 03, 2005

AlTTENZIONE

Questo NON è un pesce d'Aprile

La notizia era trapelata, e ne avrete letto nei giorni scorsi.
In realtà, si è trattato di un depistaggio (grazie a tutti i blogger che hanno collaborato, impossibile linkarli tutti).
Era necessario tenere occulta la vera e clamorosa novità fino a che ogni particolare non fosse stato messo a punto.
Ebbene, ora tutto è pronto.
In verità vi dico: sarà un blog - questo blog, in effetti - a ospitare una rubrica fissa affidata alla penna di dieci noti giornalisti.
La considero un'iniziativa estremamente importante, per riavviare il dialogo blog-carta stampata.
Già mentre scrivo questo post, mi giungono in tempo reale alcune mail di protesta da parte dei giornalisti esclusi ( "le solite camarille" "ancora una volta favorite le vecchie carampane" "basta con i mandarini e i baroni, anche noi dobbiamo campare la famiglia").
Niente paura, a turno consentirò anche ai giornalisti non titolari, nella misura di uno al mese, di scrivere un post su Herzog.
Poi non ditemi che non vi voglio bene.

Aggiornamento
Ha ben ragione l'editore Fanucci quando diffida gli aspiranti scrittori (e proprio un editore non sa che non ne esistono) dall'inviare direttamente i propri manoscritti - che in tal caso non verranno letti - e li invita invece a passare attraverso il caporalato delle agenzie letterarie.
Anche io, per specula, vorrei avvisare gli editori: per favore, smettela di invarmi a casa proposte di contratto (solo oggi Minimum Fax e Sironi, ieri Adelphi e Sellerio).
Nessuna proposta verrà presa in considerazione, se non filtrata da un componente della Cupola, un capo mandamento o un frammassone.
Ci siamo capiti.


affrancato e spedito da Effe | 00:20 | commenti (12)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
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dipinto da buba