URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, maggio 31, 2005

Scrivere l’immediato

Mi si dice che no, che mi sbaglio, che la scrittura non deve tendere all’altro e all’altrove, non deve lanciarsi verso l’ulteriore, non deve disvelarne il senso.
La scrittura deve servire, deve accompagnare il reale, essere testimone del proprio tempo (è noto che io la ritenga semmai accusa, e non testimonianza).
Il suo compito, dice, dev’essere quello di scrivere l’immediato.
Eccome.
E allora sia: da domani aumenta il prezzo del latte (almeno in terra sabauda, per il resto non so).
Un litro di latte intero fresco costerà euro uno e centesimi trentacinque.
Inammissibile.
Ecco, ho testimoniato il mio tempo, se quel che volete è questo.
Ora però sono sudato e il testimone lo passo a voi, che qui mica posso fare tutto da solo.


affrancato e spedito da Effe | 14:26 | commenti (40)


Segnalazija

Lo segnalo all’ultimo giorno utile, perché nutro personali perplessità verso questo genere di iniziative.
Tuttavia, ora ho un buon motivo per farlo.
Scade oggi il termine per iscriversi alla IV edizione del premio letterario Racconti nella rete (la partecipazione non è gratuita).
I vincitori del premio (25 in tutto, 6 scelti da una giuria popolare e i restanti da una giuria tecnica [?]) verranno pubblicati in un’antologia edita da Newton & Compton.
Da domani, 1 Giugno, si potranno votare i racconti presenti sul sito.
E questo è il motivo della segnalazione: io voterò il racconto Eis Ton Polis di tal Fabrizio De Santis, altrimenti noto nei peggiori bar di Caracas come Gilgamesh.


affrancato e spedito da Effe | 12:32 | commenti (40)


lunedì, maggio 30, 2005

Il blogger è un Cantastorie
arti del discorso e meticciato linguistico

Si discute periodicamente (o forse mai si sospende di farlo) di cosa sia un blog, e come lo si debba condurre, e se ci siano dodecaregole o più da rispettare.
Non è strano e neppure ridondante.
Un nuovo mezzo ha necessità di indagarsi e di riflettersi (in se stesso, suppongo, e lo si chiami allora meta-blogging).
Posso dunque svelarvi d’aver raggiunto, a tal proposito, l’illuminazione definitiva: il blog non è uno strumento, una modalità, un’occasione (è anche questo, evidentemente, e però in subordine).
Il blog è (non ha, ma è) un linguaggio specifico.
Per questo non si riusciva a rispondere alle domanda "esiste un linguaggio che sia proprio del blog, e di nessun’altra forma di comunicazione?", posta anche a Galassia Gutenberg: perché si guardava al linguaggio come a un accessorio del blog, mentre ne è la dimensione ontologica.
Il linguaggio specifico del blog attiene, più che alla parola scritta, alle arti del discorso.
E’ nel campo dell’oralità, infatti, che va ricercata l’eredità che il blog raccoglie.
Perché il blogger questo è, e non altro: un Cantastorie.
Il riferimento non è solo ai blog di taglio narrativo, ma proprio al blog come linguaggio.
In effetti, ogni blog racconta qualcosa (che sia una recensione, una riflessione filosofica, una canaglieria d’altro genere).
E lo fa spostandosi in luoghi d’incontro definiti spesso, e con precisione, come piazze virtuali.
Così come la figura pressoché scomparsa del Cantastorie (a sua volta erede di più antichi Aedi), il blogger racconta quel che ha da dire direttamente nella piazza del paese, in mezzo alla gente, che interviene durante la sua performance con il plauso, il lazzo o la correzione.
Un rapporto così diretto e contestuale con il pubblico non è tipico di nessuna altra forma di comunicazione scritta.
Ma la cosa più pregante è un’altra.
I Cantastorie sono stati autori di una forma di meticciato del linguaggio.
Come espediente mnemonico, ma anche come modalità espositiva, ritmavano di frequente le loro storie modulando varie melodie.
Inoltre, spesso si servivano di tavole o tele che riportavano effigiate le scene più importanti delle loro storie.
Oggi, il blog eredita quella stessa contaminazione di linguaggi.
La scrittura del blog è ipertestuale, e porta dentro al post, facendone parte integrante, suoni, immagini, animazioni e altro.
Questi linguaggi differenti, attraverso i link, diventano il testo nel suo complesso (ce ne siamo accorti anche qui, dove l’ultimo paragrafo di quel branetto, riletto sulle note costì linkate, assume altra rilevanza rispetto alla muta versione originale).
Eccovi svelata dunque la vostra identità, o blogger che vi nascondete dietro fantasiosi nickname.
Non siete altro che Cantastorie.
Lo so, preferivate quando vi davano degli onanisti solipsisti, ché almeno avevate qualcosa da cercare sul Devoto – Oli.
Coraggio, ve ne farete presto una ragione.


affrancato e spedito da Effe | 00:08 | commenti (42)


venerdì, maggio 27, 2005

Il blog è la continuazione della grullaggine con altri mezzi
(chi ha occhi per intendere)

Poniamo ora che vi sia un bel signore, dai modi arguti e dal fascino brizzolato.
Uh, com’è simpatico, fa il disinvolto, con la sua favella vernacolare.
(Bravo! Grazie!)
Un autentico gentiluomo di campagna come non ce n’è.
E’ conviviale e buono per ogni stagione, piace a tutti, eccome, uomini e donne, ma certo, grandi e piccini, come no - soprattutto ai piccini.
Oh, come l’imbonisce!
Oh, come l’irretisce!
Poi, sul far di sera, si ritira nella sua stanzuccia, e pigia sulla tastiera.
Sì, perché il gentiluomo ci ha un blog, non l’avevo detto?
Eh già, ha questo vizio solitario.
E sul suo blog, appena può, si maschera da giustiziere (il mantelluccio invero è un po’ gualcito, e la calzamaglia l’ha comprata d’occasione e gli segna un po’ i fianchi, ma insomma), e dice male d’un personaggio bellowiano – all’uopo aveva già sguinzagliato, in passato, un suo risibile scherano, ma senza apprezzabili risultati.
Quel personaggio gli rappresenta il peggiore dei mondi possibili, dice.
Perché mai?
Signor mio, e chi può dirlo?
E’ così, e il perché saranno ben fatti suoi – qui però, mossi a compassione, cerchiamo di motivarne l’acrimonia almeno con valenza retroattiva.
Ed ecco che, dopo aver a lungo compulsato i tastini, l’elastico della calzamaglia si fa davvero troppo stretto per essere tollerato ancora.
Il piacione torna allora a indossare i consueti pantaloni di fustagno, e subitamente la baldanza gli si smorza, e il coraggio per la pugna viene meno.
Il personaggio bellowiano replica per le rime, ma pur sempre di rimessa, e il gentiluomo che fa?
Lo banna sul suo blog.
Per chi non fosse avvezzo alla terminologia, l’atto del bannare corrisponde, nel mondo oldmediatico, all’agguato del cecchino che s’apposta sui tetti e pensa, mirando sulla piazza: Ecco, così, alle spalle, una schioppettata (morale).
Bum
.
Perché il gentiluomo non sa – ma non potevate spiegarglielo prima? - che la rete è luogo pubblico, in cui è legittima la critica, il pregiudizio, la caricatura, financo la canagliata – e infatti - ma di tutto questo bisogna esser poi disposti a render conto.
Chi è pusillanime e tremebondo, resti al chiuso del suo bel cascinale a intagliare bastoni da passeggio.
Per giocare al sicario, se proprio lo si trova divertente, occorre averci anche l’animo, non basta far la faccia torva, che qui non ci si spaura punto.


affrancato e spedito da Effe | 09:10 | commenti (35)


giovedì, maggio 26, 2005

L’arte dell’ermeneutica
(dellermeche?)

Ho sostenuto, in codesto e altri luoghi, che la scrittura non deve arrendersi al quotidiano e alla dimensione meramente cronachistica (descrivere il nostro tempo).
La scrittura deve attingere anche (ho detto anche, va bene così?) un livello astorico.
Non negherete infatti che i Grandi Libri abbiano un evidente valore archetipico.
Ho parimenti sostenuto, e non per accampare interpretazioni metafisiche, che la scrittura spesso precede il reale, gli dà forma, coglie una prospettiva del possibile e l’attira a sé, facendola essere.
Dubitate?
Malfidati.
Ebbene, oggi ho incontrato Tonio (che non si chiama Antonio).
Non è frequente incrociare autoarticolati di quelle dimensioni dalle parti del centro storico. Le stradine barocche certo non si confanno al passaggio di tali autosauri.
L’ho riconosciuto subito.
Tonio rispettava in pieno l’iconografia del camionista: baffone spiovente fino-al-mento-senza-però-il-pizzetto-alla-Lech-Walesa, canotta colorata, spalle ampie e tatuate (in tinta con la canotta, una finezza da dandy).
La cabina di guida era sobriamente tappezzata di altarini religiosi e laici.
Tale la sopresa, che non ho potuto fare a meno – e qui siamo già nell’ambito della realtà – di sollevare la mano dal manubrio della motocicletta per un timido cenno di saluto.
Tonio ha risposto con un quarto di sorriso (d’accordo, poteva anche trattarsi di un tic nervoso, ma supponiamo che).
Mentre l’autotreno mi passava davanti, i nostri sguardi si sono incrociati, e lui ha fatto un cenno con il capo, come di assenso.
Credo mi abbia riconosciuto anche lui.
Dappoiché tra personaggio e facitore del personaggio c’è sempre un profondo pudore, dato dalla breve ma intensa intimità un tempo condivisa, non c’è stato quasi altro.
Ma quel quasi è stato straordinario.
Però so già che non mi credereste mai, e quand'anche giurassi mi dareste dello spergiuro supponendo una mia misitificazione ad usum blogghini, se ora vi dicessi quale musica proveniva dal finestrino abbassato.


affrancato e spedito da Effe | 09:36 | commenti (32)


mercoledì, maggio 25, 2005

Sociologia spicciola

Tanto per dire: vi è mai venuto il ghiribizzo di verificare quanto è alta una pila da un euro formata da monetine da 10 centesimi?
Sì, lo so, in famiglia vi ritengono già abbastanza eccentrici senza bisogno che vi lasciate andare a codeste stramberie.
Vi vengo dunque in soccorso. La piletta in questione misura 2 centimetri - mi perdonerete una certa approssimazione nel calibro.
Questo significa che, a volersi portare in tasca un modico valore pari a euro 10 in monetine, si avrebbe una pila alta centimetri 20. Mica cotica.
Non c‘è modo di evitare la iattura del monetume: ad ogni acquisto in contanti, le cassiere, Erinni della moneta unica, ci riempiono di dischetti metallici d’infimo valore con evidente voluttà.
Inutile il tentativo di essere noi gli spacciatori di spiccioli ai danni del negoziante. Mentre, alla cassa, cerchiamo lentamente di totalizzare la somma di 148 euro in pìccioli da cinque centesimi, la coda di clienti alle nostre spalle sbuffa, si spazientisce, rumoreggia.
Quando la vecchietta dietro di noi telefona a tutti i congiunti per l’estremo saluto e per dettare le ultime volontà, comprendiamo che il tempo impiegato è davvero troppo, optando per il pagamento con banconota da 500 euro.
Usciti dal negozio, trasporteremo addosso un ammasso metallico di considerevoli forma e peso, che renderà sguincio e rigonfio il portamonete, trasformato in zavorra del nuovo conio.
Sarà l’essere cresciuto in un mondo che non ragionava in monete centesimate, ma stento ad abituarmi a questo ingombro. Lo sento sempre.
Provate infatti a sedervi, avendo nella tasca dei pantaloni 20 centimetri di monetine. Inevitabile la seduta di tre quarti, detta del fenicottero (svelato così il segreto della fascinosa postura di Dietlinde Gruber).
Si provi allora a inguattare il portamonete nel taschino interno della giacca.
Peggio ancora.
Intanto, c’è un evidente problema estetico, ché la giacca, zavorrata da un lato, vi scende a sghimbescio dalla spalla, rendendovi obliqui alla vista quanto il Gobbo di Notre Dame.
E poi, quel rigonfiamento sospetto attira sempre l’attenzione.
Quando uscite dal ristorante, v’insegue il maître per verificare che non vi siate intascati l’argenteria.
Se andate a teatro a sentire il Don Giovanni, e malauguratamente quella stessa sera è presente anche una qualche Illustre Personalità (un decerebrato televisivo, per dire) ecco che il manipolo di body-guard subito vi si avventa contro, come se foste portatori sani di una Magnum 44, spalmandovi al suolo con abile mossa di ju-jitzu.
Non contenti, il più cattivo del manipolo cava di tasca un crick smontabile in tungsteno e, prontamente ricompostolo, vi annulla entrambe le rotule.
Dopo le dovute scuse, verrete trasportato al locale Centro Traumatologico Ortopedico, dove vi sarà data possibilità di seguire il secondo atto del Don Giovanni grazie alla filodiffusione del reparto Grandi Invalidi.
A ben vedere, comunque, tutto ha una sua soluzione.
Se posso consigliarvi, frequentate con assiduità i luoghi noti per la deambulazione di un tipo sociale sempre più raro: il mendicante.
Dato il suo nuovo utilizzo, il mendico è davvero richiestissimo, e ormai riceve solo più su appuntamento, peggio di un idraulico.
Individuata che si sarà la vittima, prima ancora che questi vi porga il cappello (peraltro, un Borsalino di pregevole fattura, con fodera interna in cachemire) per pietire l’elemosina, riversategli spontanemante addosso il contenuto tintinnante di tasche e portamonete, seppellendolo nel vile metallo discoidale.

Lo sentirete anche voi, dopo, quanto la beneficenza allevi il peso dell’anima.


affrancato e spedito da Effe | 09:14 | commenti (25)


lunedì, maggio 23, 2005

[il nucleo originale di questo branetto si è sviluppato, per colpa delle suggestioni di Untitled io e di Matteo, nei commenti a ritroso di questo post. E' un fatto singolare, perché Io e Plamasco è un blog ormai sfitto e in disuso - l'inquilina ha trasferito le masserizie in questo bilocale. Forse è vero che le scritture, a volte, hanno bisogno della nostra assenza. Ma il fatto è reciproco, cosa diavolo credono]

Chilometro 422

Tonio non si chiama Antonio, come tutti pensano quando si presenta tendendo la mano color del bronzo. Così lo battezzò l’arciprete, così lo registrò l’ufficiale di stato civile in quel paese dove non si parlava che in dialetto. Un nome tronco, chissà se conseguenza o preludio della sua vita fatta di pochi inizi e molte conclusioni. Anche con Lina è finita, dopo tre anni passati insieme.
Insieme non è la parola, ha detto lei. Tu sempre in giro con il camion, a parte quando ti mettono dentro per qualche mese. Torna quando avrai fatto la tua scelta, o non tornare più.
Da nord a sud e ritorno, ormai i suoi viaggi li misura in giorni e non più in chilometri. Sull’autotreno trasporta ogni genere di merce, ma soprattutto sigarette di contrabbando.
Tonio, quarant’anni o poco più, la pelle brunita dal sole che riempie la cabina di guida.

Ripetimelo ancora, dice suo padre. Viviamo in un Paese che non ha presente, e del passato è meglio non parlare, un Paese da cui tutti fuggono per strappare un futuro difficile ma almeno possibile, e tu cos’è che vorresti fare? Il ballerino di tango?
No, il padre di Jaki non può capire. Nessuno lo può. Non lì, non adesso. Il nastro con le musiche di Astor Piazzolla, con le sue note trascinate e legate che raccontano storie lontane, lo ha portato un amico dall'Italia per poterlo rivendere Ma nessuno a Tirana vuole comprarlo, e così l’amico lo regala a Jaki. Ogni volta che le note iniziano a disegnare vortici nell’aria calda, lui si sente elettrico e leggero. E’ come volare.
Jaki, sedici anni, poca carne sulle ossa lunghe e un sogno con le ali.

Maria non sa perché ha accettato di fare quel viaggio. Un sì che ha pronunciato pentendosene subito prima. Le sue amiche le dicono Vieni, ti farà bene uscire un po’ dopo tanto tempo. Da quando ha perso il marito, due anni fa, non vuole più sorridere. Le pare che non ci sia rimasta vita da vivere.
Adesso, Albissola-Trani dentro un torpedone azzurro di marca cecoslovacca. Un viaggio di quelli che costano niente, e alla fine ti fanno la dimostrazione di una batteria di padelle che proprio non puoi dire di no. Ora sono sulla via del ritorno, ma lei non ricorda nulla. E' stata muta e sorda per tutto il tempo, per sentirsi meno in colpa. Il torpedone rende anima e bielle al dio dei meccanici malandrini al chilometro 422 dell'Autostrada del Sole.
Maria, sessantadue anni, seduta su un cordolo di cemento nell’area di sosta Beato Annibale Maria di Francia, e un dolore che ritorna.

Questa volta Tonio è partito da Bari, destinazione Chiasso. Trasporta pesce surgelato, ma anche clandestini albanesi, altrettanto ricoperti di ghiaccio. L’autoarticolato deve fermarsi almeno ogni due ore, per evitare agli immigrati l’assideramento. A Chiasso il pesce non lo pagheranno granché, ma per trasportare i clandestini il compenso è elevato. Sono già in ritardo rispetto al programma, e quella è gente che non scherza, devono passare il confine questa notte. Ma Tonio non vuole rischiare di perdere qualcuno lungo la strada, sono pur sempre dei cristiani, anche se hanno uno sguardo diverso, più duro.
Il camion si ferma all’area di sosta Beato Annibale Maria di Francia, chilometro 422 dell’Autostrada del Sole.

Jaki con la mano a taglio davanti agli occhi si ripara dal sole basso. Il giorno finisce a ovest anche qui, come a casa sua, ma fa buio prima. L’aria sa di nafta e di asfalto caldo. Con le mani si friziona il corpo per ripulirsi dal ghiaccio e dalle minuscole scaglie di pesce. Si siede sul cordolo di cemento della piazzola, a guardare questo nuovo mondo che un po’ è anche suo, adesso, e il mondo gli sfreccia molte volte davanti, ben oltre il limite di velocità, diretto ai caselli successivi.
Un poco lo conosco, l’italiano, dice, a Tirana ascoltavo la vostra radio. Musica bella, ballabile. Mi piace, ballabile, è una bella parola.
Non riesco a non fargliene una colpa, di avermi lasciata sola, dice Maria. Andarsene così, di notte, mentre mi dormiva accanto. Si è portato via tutto il tempo. Quello che avevamo vissuto. Quello che dovevamo ancora vivere.
Sulla nave c’era uno che raccontava cose brutte dell’Italia. Ma io non ci credo, che ci rimandano indietro. Qui siete ricchi, qui c’è posto.
Da sola ho avuto paura di perdermi. Non sono più andata avanti. Sono rimasta ferma. Ma mi sono perduta lo stesso.
Chissà se ci sono scuole di ballo, qui. Scuole anche per albanesi. Che costino poco, voglio dire. E che insegnino il tango.
Anche noi, da giovani, andavamo a ballare. Era bello. Era come volare.
Sì. E’ come volare.

Chissà cosa sta facendo adesso, Lina. Tonio pensa a lei, alla sua casa con il giardino sul retro, e la strada che sale fino al bosco. Forse ha ragione lei. Vendere il camion, smettere di viaggiare. Avere dei vicini da salutare, al mattino. Tornare a casa, alla sera. Forse l’amore è questo. Una cosa semplice.
Solo più questa consegna, pensa, mentre armeggia con l’autoradio. Solo più questo viaggio e se mi va bene smetto. Arrivo, scarico, prendo i soldi e torno da lei. Se tutto va bene, è l’ultimo viaggio, pensa, mentre la pattuglia della polstrada inizia i posti di blocco tre chilometri più a nord.

Jaki, sedici anni, poca carne sulle ossa lunghe, e un sogno con le ali.
Maria, sessantadue anni, capelli grigi e un dolore che ritorna.
Sotto i lampioni che rallentano le ore della notte ballano piano, legati dal respiro rauco di un bandoneon, al chilometro 422 dell’Autostrada del Sole.


affrancato e spedito da Effe | 09:32 | commenti (36)


mercoledì, maggio 18, 2005

L'altro

Conoscevo bene la voluttà tenue del lungo lavoro di lima che riduce le passioni a minimi grani, lasciati poi in fondo a un’esistenza e lì dimenticati.
Una vita perfettamente ordinata e regolare è il risultato di un paziente procedimento di sottrazione, così come per scolpire una statua occorre eliminare gradualmente dal blocco granitico e informe tutto il marmo in eccesso.
Ogni esistenza è un solco, un’unica direzione da seguire senza deviarne mai.
Il mio viaggio era lineare, preciso, nitido.
Perfetto.
Non avevo paure né speranze, solo certezze.

Non la sua voce, e neppure il volto conobbi mai.
Da poco trasferito nella nuova città, avevo accettato di alloggiare in subaffitto, finché l’agenzia non avesse trovato una migliore sistemazione.
Uscivo di casa all’alba, e tornavo sul limite della notte. Il lavoro riempiva ogni mio spazio, perché nulla rimanesse vuoto.
Rientravo nell’appartamento schiacciato dal peso del lungo giorno, e subito mi chiudevo in camera a dormire.
Non volevo contatti, non ne avevo bisogno, e nessun bisogno, in realtà, provavo più.
Lui, poco dopo il mio rientro, usciva di casa in silenzio, avvertivo appena il movimento lungo il breve corridoio, e poi la porta che si richiudeva.
Quando al mattino mi svegliavo, lui doveva essere rientrato da poco, e ritrovavo ancora nell’aria della cucina una traccia densa di fumo e alcol.
Come due giri d’orologio, come due giorni di calendario, ci alternavamo con un movimento che ci sfiorava appena, lasciandoci distanti ed estranei.
La mia vita proseguiva sicura e rigorosa, senza ripensamenti.
Un primo fatto fu davvero insolito.
Dopo essere rincasato, mi buttai esausto sul letto, concedendo come sempre al mio coinquilino il mondo intero, che non mi interessava più.
Ma quella notte lui restò nella sua camera, trasportando per lunghe ore mobili e oggetti pesanti.
Me ne dimenticai al mattino, perché ogni ricordo è peso e ostacolo.
La notte dopo, però, dalla sua camera giunsero voci agitate, tese, e parole straniere.
Ogni notte successiva fu piena di movimento e di porte che sbattevano e risate che aspettavano l’alba e donne molte e molti uomini.
Non riuscivo più a chiudere occhio, nonostante la stanchezza, e nel giro di un mese persi del tutto il sonno.
Ero esasperato, stanco, senza più direzione. Dimagrivo sempre più, trascuravo il lavoro, vestivo in modo trasandato.
Ero malato, e non conoscevo la cura.
Una notte, nel sentirlo camminare per il corridoio, uscii dalla mia stanza per affrontarlo, rompendo il vincolo che ci teneva separati. La tensione era tale che avvertivo tutti i muscoli del mio corpo esausto tendersi verso un probabile scontro. Ma lui si era appena chiuso la porta di casa alle spalle e, uscito sul pianerottolo, vidi soltanto più la sagoma scura dell’ascensore che scendeva con un rapido sibilo.
La mia vita perfetta, costruita con paziente lucidità, appariva ora incrinata come un vetro che avesse conosciuto la punta del diamante.
Dovevo sapere infine chi era quest’uomo che mi stava conducendo a una lenta follia.
Acquistai una videocamera digitale, senza neppure sapere come avrei agito.
La notte seguente attesi che il rumore dalla sua camera si esaurisse sulle scale di casa. Entrai nella stanza. Vestiti buttati ovunque, bottiglie vuote e rovesciate per terra, mozziconi di sigaretta spenti sul pavimento.
Nascosi la videocamera tra i libri di uno scaffale, programmandola perché iniziasse la registrazione poco prima dell’alba.
Nonostante il silenzio che, ormai inconsueto, riempiva l’appartamento in penombra, neppure quella notte mi riuscì di dormire, e al mattino dopo con fatica iniziai il giorno.
La notte ancora successiva ascoltai il rovistare e lo spostare nuovamente mobili, che continuò a lungo, fino a un tonfo cupo.
Quando lo sentii uscire, entrai ancora nella sua camera.
Lo scaffale con i libri era stato rovesciato, la videocamera pestata e ridotta in pezzi.
Dai frantumi si era però salvata la scheda di memoria. La presi e tornai nella mia stanza per inserirla nel computer.
Le prime immagini furono oscure di nebbia.
Vidi poi l’uomo di spalle che cercava qualcosa tra i vestiti e dietro i mobili.
Alla fine, e d’improvviso, si rivolse verso l’obbiettivo, attirato dalla luce rossa della videocamera in funzione.
Si avvicinò allora all’apparecchio, fino ad esserne inquadrato con nitidezza.
L’ultima cosa che vidi, prima che un colpo violento buttasse a terra scaffale e videocamera, furono due occhi sconvolti e pieni d’odio che, attraverso lo schermo, mi osservavano in primo piano da un viso che era il mio.


affrancato e spedito da Effe | 09:12 | commenti (31)


martedì, maggio 17, 2005

Segnalazija

1) In quel di Fuorigrotta, sotto una pioggia da effetto speciale (perché a Napoli, è risaputo, in realtà c’è sempre il sole), risposi al poeta obliquo Arsenio Bravuomo (sempre sia lodato) che no, anche vestendo per ipotesi i panni – certo non miei – dello scrittore, non avrei accettato eventuali proposte di pubblicazione da parte di un Grande Editore.
Lo riconosco, è comodo bullarsi in posizioni duropuriste di fronte all’ipotesi di eventi non possibili.
Ma credo davvero che oggi sia opportuno esplorare strade altre e alternative, per diffondere il proprio pensiero.
La rete, innanzi tutto, che lascia porte aperte e può superare il problema sostanziale della distribuzione.
Ma anche iniziative editoriali decentrate (dove il decentramento che intendo è la prospettiva diversa da cui si interviene nel proprio ruolo di editori).
Mentre aspettiamo con curiosità crescente i primi titoli della Untitl.Ed (ma sarà un ossimoro?), mi piace segnalare una bella rivista siciliana di racconti, letture e sconfinamenti che la propria prospettiva altra la dichiara fin dal nome: Margini.
Credo che iniziative del genere debbano destare interesse ed essere sostenute.
Ringrazio Antonio Musotto, autore di libri di racconti e curatore, per Margini, della sezione Il Pescatore Nella Rete, per avermi fatto conoscere la rivista e per aver voluto pubblicare un pezzulletto apparso qualche tempo fa su Herzog.
La rivista si trova nelle librerie siciliane, ma viene inviata in abbonamento anche a continentali e pedemontani.

2) Per chi ha amato il racconto Albergo Roma, e per chi la conosceva già da prima, Maria/Llu/Sicilia tenta l’esperimento del blog.
La barca è stata appena varata, e già vira con una strambata. Leggere Goethe in spagnolo produce un effetto straniante (soprattutto immaginando il Vate attaccato al collo di una bottiglia di vino tinto).

3) Sabato 21 maggio, ore 15.00, Fortezza da Basso a Firenze, terzo Blogrodeo Live della storia moderna (domandare di Sir Squonk)


affrancato e spedito da Effe | 11:58 | commenti (11)


lunedì, maggio 16, 2005

Dal Libro dell’ApocalEffe
Giudizio Universale Parziale
alla Lipperini tutto si perdonò, ma questo proprio no

Palazzo di Giustizia Divina, via dell’Armageddon, mill’anni da oggi.
Nell’aula del tribunale attende in piedi la prima imputata, che sfoggia un giubbotto di pelle nera e un inconfondibile caschetto.
Entra il Giudice (si suppone quello Supremo, salvo sostituzioni interinali dell’Ultima Ora).

.

Giudice – Che fate lì in piedi, aspettate il tram? Sedetevi pure.
La prima sorpresa è l’accento da Quartieri Spagnoli del Giudice (ma l’ipotesi era già stata avanzata in passato su queste stesse pagine); la seconda è che il Gran Togato si presenta con il volto noto e asimmetrico del principe De Curtis, in arte Totò.
Giudice – Allora, iniziamo (apre il Libro dei Libri). Voi vi chiamate, vediamo un po’ (socchiude gli occhi da presbite) Lipperini Loredana.
Lipperini – Via, mi chiami pure LaLipperini, non ci tengo alle formalità.
Giudice – Ma che, niente niente voi sareste quella Lipperini, quella del blog?
Lipperini – Non posso negarlo.
Giudice – Lipperì, faciteme ‘o piacere, firmatemi un autografo. E’ per mio figlio, sapete, chill’ 'o guaglione è un vostro ammiratore. E io pure ogni tanto, sotto pseudonimo, qualche commentuccio sul vostro blog l’ho lasciato. Capirete, qui il tempo non passa mai, è una noia eterna, ci si deve pur svagare. E poi, anche altri vostri commentatori si comportavano un po’ come dio in terra. Stavo tra colleghi, insomma. Ma che avete combinato, Lipperì, perché siete qui?
Lipperini – Se è per i brutti pensieri che ho avuto nei confronti dell’editore Fanucci...
Giudice – E quelli mica sono peccati, anzi. No, no, qui vedo una cosa grave, grave assai, Lipperì. Queste cose non si fanno, quanto son vero io. Voi sul vostro blog sdoganaste un tipo sociale pernicioso e del tutto inutile, cavandolo dal limbo in cui prima era stato giustamente dimenticato. Si tratta di un tal (cerca di leggere sul Libro, ma fa fatica) un tal Gheenna, mi pare.
Lipperini – Macché, mai sentito. Quello l’avrà sdoganato D’Orrico.
Giudice – No, scusate, è che non trovo gli occhiali da lettura e qui il nome è scritto in piccolo. Aspetti che chiedo assistenza. Cancelliere? (nessuna risposta). Cancellie’! Scusate se vi disturbo, eh.
(entra Peppino de Filippo, in vestaglia e ciabatte; regge una tazzina)
Cancelliere – Gradite ‘o cafè?
Giudice – Macché caffè, quello semmai ce lo prendiamo con l’imputato successivo. Voi che avete gli occhiali, leggete un po’ qui. A proposito di occhiali, Cancelliere...
Cancelliere – Dite.
Giudice – Quelli che tenete sul naso sono i miei.
Cancelliere – E che ne sapete, mica ci sta scritto il nome sopra.
Giudice – Cancellie’, fino a prova contraria io sarei onnisciente. Passatemi gli occhiali. Oh, ecco, ora va meglio. Allora, sì, il nome giusto è Genna, Beppe Genna, di professione Miserabile Scrittore. Che poi, passi, il resto, ma scrittore, insomma... Lipperì, voi siete stata mariola. E il Miserabile di qui, e il Miserabile di là. Che poi, a furia di insistere, la gente magari ci crede pure che dietro al fumo della mitopoiesi sovraveritativa ci sia alcunché di intelligibile.
Lipperini – Io mi sono limitata a segnalare cose che mi sembravano interessanti, poi ognuno è stato libero di...
Giudice – E no, adesso basta con ‘sta cosa del libero arbitrio, che ve la siete inventata voi uomini a vostro uso e consumo, mentre qui il progetto originale era un altro. Comunque, Lipperì, con tutta la stima che vi devo e la simpatia che vi meritate, qui state proprio inguaiata, credete ammé. Cosa avete da dire a vostra discolpa?
Lipperini – Io credo...
Giudice – Bene, basta così, credere è cosa buona. Ma per me siete colpevole. Scusate, eh, ma oggi tengo un poco di fretta. Anzi, ho già anche scritto la sentenza prima di darvi udienza, tanto sono infallibile. E allora, per questo peccato incondonabile, viste le circostanze aggravanti, ritenute prevalenti sulle attenuanti generiche, io vi condanno a...
Cancelliere – Silenzio, o faccio sgombrare l’aula.
Giudice – Cancellie’, permettete una parola. A parte il fatto che quello semmai lo dovrei dire io, ma guardate che qui ci stiamo solo noi tre.
Cancelliere – Eppure io sento vociare.
Giudice – Avvicinatevi. Ecco qua, avete lasciato un’altra volta l’iPod acceso. Toglietevi gli auricolari, almeno
Cancelliere – Scusate, dotto’.
(in quel momento, entra intempestivamente l’imputato successivo)
Imputato – Qualora lo vogliate, io sono qui.
Giudice – Ma non lo vedete che siamo ancora impegnati, vi pare il momento?
Imputato – Tra il lusco e il brusco, ogni momento è quello giusto.
Cancelliere – Ma è Bonolis, lo riconosco!
(per la sorpresa lascia cadere la tazzina di caffè, che macchia irrimediabilmente il foglio della sentenza)
Giudice – Cancellie’, e voi mi guardate troppa televisione, ultimamente. Vedete ‘nu poco cosa avete fatto, qui non si legge più niente. Lipperì, il processo è andato a farsi benedire, che poi saremmo anche in tema. Facciamo così, tornatevene sulla Terra, e cercate di ravvedervi, finché siete in tempo. La prossima volta non vi voglio più trovare tra gli imputati. L’udienza è tolta. Cancellie’, chiamate qualcuno a pulire, io esco a fumare una sigaretta. A proposito, avete visto il mio pacchetto di Nazionali senza filtro?
(entra una vecchina con grembiule da lavoro; fuma Nazionali senza filtro)
Vecchina – Ma vedete ‘nu poco (pulisce lo scranno con uno straccio), quelli avranno dodici miliardi d’anni in due, e ancora si rovesciano il caffè addosso. Guagliuni.
(la vecchina esce borbottando, dopo aver buttato il mozzicone sotto il banco del Giudice. Ha la voce roca e il volto spigoloso di Tina Pica)


affrancato e spedito da Effe | 01:11 | commenti (31)


mercoledì, maggio 11, 2005

Visto, si stampi

Mentre ancora centellinate sacripante n. 3 (l'Altrove), è ora disponibile, dopo un lavoro monumentale (grazie a SenzaQualità), il pdf del numero precedente (Cromìe), alla pagina Arrétrati.
Era giusto porre l'accento sulla questione


affrancato e spedito da Effe | 09:45 | commenti (16)


Scrivere Torino

- E che, non lo sai, forse, che la vita è solo a prestito? A tasso d’usura, per di più. Te ne accorgi quando devi restituirla, del prezzo da pagare. Meglio non affezionarsi. Alla vita.

Da quanti anni lo conosco?
Ma no, mi sbaglio, l’ho incontrato per la prima volta questa mattina, poche ore fa. Ma ogni ora nasconde molte fughe e pochi ritorni.
Io non sono tornato più.
Avevo un lavoro, una famiglia, una casa. Una vita, credo. Ho lasciato tutto, ho scordato tutto.
Per seguire lui.
E’ come se fosse successo milioni di anni fa, e non è che un giorno appena.
Camminiamo lungo il Fiume, sulle sponde basse sotto il livello della città, che continua a vivere veloce pochi metri sopra le nostre teste.
Ci sono pescatori, sulle rive, e gabbiani e un cormorano, e rumori lontani.
– Lavoravo in fabbrica, – dice - la gente non lo sa più che ci sono le fabbriche, crede esistano solo uffici e cravatte, e non sa le macchine, le presse, le tute sporche, le ore di lavoro senza una parola. Ora non ricordo nemmeno più come mi chiamavo. Sono andato via.
– Nessuno ti ha cercato?
– Non so, non lo so se c’era qualcuno ad aspettarmi. Me ne sono andato, e basta.
Camminiamo lungo le strade che arrampicano la collina, i rumori non si sentono quasi più.
C’è odore d’erba, qui. La città non ha odori. La città è di plastica grigia.
Dalla cima della collina la si vede, la città, distesa e piana, appena prima delle montagne.
Respiriamo forte, fumiamo un mozzicone di sigaretta, non parliamo.
Esistiamo.
Il tempo è fermo.
– Non mangio da ieri sera – dico.
– Per l’amicizia c’è l’uomo, per la fame c’è la Caritas – risponde, mentre scendiamo di nuovo verso il centro, passando poi sotto i portici alti, tra gente che sembra trasparente.
Mangiamo un piatto caldo insieme a quelli come noi.
Ci sono odori e parole sconosciute.
Poi chiediamo qualche moneta all’angolo di una piazza con il sole e un castello, ma arrivano i Vigili e ci mandano via.
Ora siamo noi a sembrare trasparenti, lungo i viali alberati e dritti. La gente non vede la nostra mano tesa.
Alcuni ragazzi ci danno pochi soldi, non li ringraziamo, non si ringrazia per quel ch’è giusto.
Compriamo una bottiglia di vino, una bottiglia piccola ma di vino buono, perché l’ubriachezza è un’arte nobile e pretende dignità.
A sera ci sdraiamo su una panchina nei giardini di fronte alla stazione.
Un uomo viene picchiato, gli portano via un sacchetto della spesa e un po’ di speranza.
Una vecchia passa con un carrello del supermercato pieno di vestiti vecchi e libri e bambole rotte, anche lei sembra logora e rotta, e spinge il carrello verso il giorno a venire.
Passa ancora qualche auto.
Un autobotte lava le strade.
L’ultimo tram.
– Perché non dormi? - gli domando.
– Non dormo mai. Guardo. Faccio attenzione. A tutto. La città è così grande, di notte, che se non stai attento puoi perderti per sempre.

Torino è una città non raccontata.
Un tempo i suoi scrittori (Pavese, Fenoglio, Ginzburg, Soldati) la facevano vivere.
Oggi è scomparsa, tanto che ogni giorno mi chiedo, aprendo la porta al mattino, se la troverò ancora.
Sul blog ha iniziato Demetrio, a raccontarla di nuovo.
E poi Caracaterina, che è di Genova, e però.
Scrivila anche tu, Torino, falla vivere.
Anche se non l’hai mai vista.
Soprattutto se non l’hai mai vista.
Le città non esistono davvero, se non nelle parole.

Aggiornamento:
oggi la città vive anche grazie a Lizaveta.
Un frammento di Torino a piedi anche a casa di Matteo.
SenzaQualità fa vivere un angolo misterico di Torino, il Museo Egizio.
La città in molti specchi, o forse solo negli occhi di ColFavoreDelleNebbie.
Qui, nei commenti a questo stesso post, una Torino fatta di note (Aitan), e una liaison dangereuse (diamonds)
Un angoolo di storia minore da Stefanopz.
Petarda declina visioni.
Una città di ricordi vivi e di case che non ci sono più da Placida Signora
Un tram chiamato ricordo di Rael is real
Tt si è fermata ad un incorcio, qui nei commenti.
Torino nel sole, e un tubo di rosso, di A.
Le venature dei marmi di Ecate
Le città non sono uguali mai, da Q.lla
Una Torino perduta e invisibile, nominata e creata da Manginobrioches.
Alp sa trovare il cuore dell'orologio
Panda 4x4 si fa scudo della città.
Nei commenti a questo post, Mario Bianco ci ricorda che nel suo ultimo libro Di ruggine in rugiada (L'Ambaradan) è entrato nel verbo e nella storia di Torino.
Zolfo e pendagli da forca nella Torino da brividi di Mitì Vigliero


affrancato e spedito da Effe | 09:22 | commenti (68)


martedì, maggio 10, 2005

Evergreen
Tecniche oratorie
(leggi: da oratorio)

Il nuovo prete era molto in ansia per la sua prima messa, tanto che quasi non riusciva a parlare.
Domandò quindi all'Arcivescovo un consiglio e questi gli suggerì di aggiungere un po’ di tequila nell’acqua con cui avrebbe diluito il vino per la Messa.
Così fece.
Si sentì cosi bene che tenne un sermone memorabile.
Però, tornato in canonica, trovò una lettera dell'Arcivescovo:

"Caro Don, qualche appunto spicciolo:
la prossima volta, aggiunga un po' di tequila nell'acqua e non viceversa. E poi non sta bene mettere limone e sale sul bordo del calice.
La manica della tonaca non deve essere usata come tovagliolo.
Ci sono 10 comandamenti e non 12.
Ci sono 12 discepoli e non 10.
Non ci si riferisce alla croce come "quella grande T di legno".
Non ci si riferisce a Gesù Cristo e i suoi discepoli come "JC e la sua band".
Non ci si riferisce a Giuda come "quel figlio una zoccola".
Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono "Il Vecchio, Junior e il fantasmino".
La toilette dove ha orinato a metà messa in realtà era il confessionale... e non è bello bestemmiare perchè non hanno messo lo sciacquone.
L'iniziativa di chiamare il pubblico a battere le mani è stata lodevole, però ballare la macarena e fare il trenino mi pare esagerato.
L'acqua santa serve per benedire e non per rinfrescarsi la nuca sudata.
Le Ostie vanno distribuite ai fedeli che si comunicano, non devono essere considerate alla stregua delle patatine come antipastini e accompagnate dal vin santo.
Quello sulla croce, anche se con la barba assomiglia a Che Guevara, non era lui ma Nostro Signore Gesù Cristo.
Cerchi di indossare le mutande, e quando ha caldo eviti di rinfrescarsi tirando su la tonaca.
I peccatori quando muoiono vanno all'inferno, non "a farsi fottere".
La messa deve durare 1 ora circa e non due tempi da 45 minuti, e quello che girava vestito di nero è il sagrestano, non "quel cornuto dell'arbitro".
Quello che le stava seduto a fianco ero io, il suo Arcivescovo, non "..una checca in gonna rossa".
La formula finale corretta è "La Messa è finita, andate in pace" e non "Che mal di testa, andate tutti fuori dai maroni".
Per il resto, mi pare andasse tutto bene.

L'Arcivescovo.


(dalla rete)


affrancato e spedito da Effe | 10:07 | commenti (11)


lunedì, maggio 09, 2005

Un Golpista alla Fiera del Libro (e su Radio2)
La fredda cronaca - e pensare che faceva caldo

Torino, venerdì 6 maggio, ore 15.00.
Un facinoroso si appropinqua all’ex stabilimento industriale del Lingotto per realizzare una pericolosa operazione: dissimulare tra i libri esposti alla Fiera i volantini della rivista sacripante!, luogo di scritture che appaga e non si paga.
Ai cancelli d’ingresso, la Security adocchia subito la grossa borsa nera (terroristic style) che il Golpista porta a tracolla.
"Una bomba" sorride il Golpista all’uomo della sicurezza, che risponde al sorriso e cede il passo.
Il nostro uomo si avvicina al Banco Principale delle Informazioni, costruito ad anello; chiede alla hostess di un’inesistente casa editrice e mentre la malcapitata compulsa il ponderoso catalogo, egli fa il giro dell’anello depositando generose mazzette di volantini ad agio dei visitatori.
E’ il momento dell’azione. Il Golpista stringe nelle pugna manifestini a diecine.
Cadono vittime, in rapida successione, gli stand di Minimum Fax, Stampa Alternativa, Fandango, Scuola Holden, Newton & Compton.
Alla Feltrinelli il colpo è fin troppo facile, e il nostro uomo è alla ricerca del brivido: si avvicina alla cassiera ipnotizzandola, e sgancia un malloppo di volantini proprio di fianco alla cassa, in posizione di protesta simbolica contro il caro-prezzi.
Non si concede tregua, il Golpista, e si catafionda dentro allo stand Mondadori, dove una ventina di volantini vengono occultati tra le pagine interne di altrettanti Piperno, a guisa di ammonimento per i suoi lettori.
Stessa sorte toccherà poi allo stand di Fazi con le copie di Melissa P (girlfriend di Fazi junior, mi dicono), ma qui l’intento nei confronti dei lettori sarà dichiaratamente punitivo.
Fanucci, editore che intima "Non speditemi manoscritti se non raccomandati da agenzie letterarie" riceve la dose di manifestini più massiccia nella storia del volantinaggio.
Durante una breve pausa, il Golpista incrocia un omone travestito da frate cappuccino, con saio e sandali d’ordinanza. Comprende trattarsi di un altro facinoroso che, ostentando i simboli della povertà, protesta contro i prezzi dell’editoria (46 pagine di testo di Agota Kristof costano 10 euro, Piperno vien via con più di 17 euro).
Il Golpista scoprirà troppo tardi che alla Fiera c’è davvero uno stand di autentici frati cappuccini. Per il momento, saluta il fratone con una pacca sulle spalle; il religioso risponde con un basito "Sempre sia lodato".
Riprende l’azione. Einaudi respinge ben tre tentativi di volantinaggio, i suoi standisti sono automi addestrati alla guerriglia urbana (Giulio – parlandone da vivo – ritengo questa una sfida personale che raccoglierò).
Seguono altre azioni coronate da successo.
Palomar (quello di Laura Immaginaria di Zop, impegnato a firmare autografi a centinaia) è l’unico editore che accetta spontaneamente di esibire i volantini in piena vista nel proprio stand, sia ode e gloria.
Ma è giunta l’ora del Momento Situazionista.
Sono le 19.00. Dalla Fiera viene irradiata la trasmissione radiofonica Caterpillar (Radio2), un cult condotto dagli ardimentosi Cirri e Solibello.
È l’ultima puntata del loro concorso semiserio Poeti per Posta. Una folla di poeti emaciati fa ressa in attesa di poter declamare in diretta le proprie operette.
Il Golpista verga alcuni versi immortali lì per lì, sul retro di un volantino sacripantico.
Armato di gomiti larghi e di sorriso innocente, supera la ressa poetica e si deposita lieve sul palco.
Durante i convenevoli, piazza a sorpresa la citazione di "sacripante!, la prima rivista letteraria on line scritta dai blogger".
Dopo uno scambio faceto di schermaglie, i conduttori pretendono la poesia.
Il Golpista, ormai esausto per la lunga giornata di contro-editoria, imposta la voce e declama versi indimenticabili.

"Questa – introduce egli – è una poesia moto introspettiva, molto interiore. E infatti si intitola


FUORI
sottotitolo Il Monsone"

Piove.
Piove piove.
Piove piove piove piove.
Piove.
In effetti,
piove parecchio.


affrancato e spedito da Effe | 09:37 | commenti (52)


giovedì, maggio 05, 2005

Quelli che rompono
(le convenzioni, dico)

Ecco, ma se un tipo allampanato e parzialmente barbuto si presentasse nel pomeriggio di domani, venerdì 6 maggio, alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, pericolosamente munito di, diciamo, un dugento, dugencinquanta volantini sacripantici, e depositasse furtivamente detti opuscoli - che inneggiano a sacripante! come a una delle possibili alternative all'immobilismo paraocchista dei Grandi Editori - proprio presso gli affollatissimi e iperistituzionali stand degli Editori suddetti, ecco, in questo caso, secondo la vostra augusta e avvertita opinione, qualcuno se la potrebbe prendere a male?

(questa, in caso non si fosse compreso, è una proposta di golpe)


affrancato e spedito da Effe | 13:25 | commenti (89)


mercoledì, maggio 04, 2005

La Linea

Così la chiamavamo.
La Linea.
Non aveva altro nome.
Essere una ferrovia, per questo era nata. Tutto era stato predisposto: tracciato il percorso con le traversine, realizzati i ponti, costruiti i caselli, edificata la stazione.
C’era persino il capostazione con la divisa nuova, e il berretto e la paletta a due colori e l’orologio da taschino per controllare l’orario del treno.
Mancava solo il treno.
Il treno non venne.
Mai.
Il paese si trovava molto all’interno, rispetto alla costa. Isolato. Lontano.
Venne deciso di costruire la ferrovia. Nessuno sapeva chi l’aveva ordinato, e perché.
Tutti gli uomini del paese lavorarono alla Linea per un anno intero, trascurando campi e case e liti.
Ma, alla fine, quando tutto era ormai ultimato, venne deciso di non procedere alla posa delle rotaie.
Nessuno sapeva chi l’aveva ordinato, e perché.
Un’intera Linea, dritta e perfetta, che la potevi scorrere con lo sguardo fino all’orizzonte, fin laggiù dove la terra s’incurvava, inghiottendo la Linea insieme al resto del mondo.
Ma nessun treno.
Allora con i ragazzi del paese ci si trovava tutti i pomeriggi alle quattro, seduti in cerchio sulla terra battuta di fronte alla stazione.
Nella pianura calda non c’era altro che terra e sterpi.
E noi, con i vestiti laceri dalle continue zuffe.
E la stazione, appena ridipinta.
Il segnale lo dava il capostazione, che usciva con uniforme e berretto e paletta, controllando l’orologio che estraeva dal taschino.
Allora tutti noi immaginavamo il treno – e il treno c’era davvero.
A turno, ciascuno doveva raccontare com’era fatto, il treno, di quali colori e da quanti vagoni era composto, e se trasportava merci o passeggeri, e chi c’era a bordo, e se il macchinista aveva fischiato o no svoltando da dietro la collina.
Uno descriveva, e gli altri immaginavano.
E così, sulla ferrovia senza rotaie ogni giorno viaggiava un treno diverso, e sempre puntuale.
Mentre passava di fronte alla stazione, io mi alzavo in piedi e facevo un saluto con la mano.
Dal treno rispondevano al mio cenno principi e baroni venuti in visita al feudo, e capitani di corvetta in licenza, e collegiali finalmente donne.
Il treno passava, sollevando nel caldo immobile sbuffi di polvere, fino a scomparire oltre l’ultima contrada.
Il primo treno vero lo vidi solo molti anni più tardi, nel capoluogo.
Mi spaventò.
Perché del treno avevamo immaginato tutto.
Ma non il rumore.
Un rumore come di montagna che cade, o di giorno che muore.
Il treno non era come nei nostri sogni. Questo treno sapeva di fatica e fuga, e di destino da cercare altrove.
In carrozza non c’erano più principi e baroni venuti in visita al feudo, né capitani di corvetta, e neppure collegiali finalmente donne.
Era un treno vero e irrevocabile.
Partiva.
Arrivava.
Lontano da qui.
Fui anch’io tra quanti salirono su quel treno per viaggiare fino alla fine del mondo, o almeno della ferrovia.
Non sapevo dove sarei arrivato, e in quale vita.
Durante il viaggio, ricordo di aver visto un gruppo di ragazzini seduti a cerchio sulla terra battuta di una piccola stazione, i vestiti laceri dalle continue zuffe.
Al passaggio del treno, uno di loro alzò lo sguardo e la mano in segno di saluto.
Tutti, prima o poi, saliamo su un treno immaginato da altri.


affrancato e spedito da Effe | 09:24 | commenti (26)


lunedì, maggio 02, 2005

O tu, Lettore sopraffino che vagoli in rete alla ricerca di risposte, più non dimandare: sacripante! n. 3 c’è.
In questo numero, la sezione monografica sfida l’indicibile tema dell’Altrove.
Le Idee Fisse si arricchiscono di una nuova rubrica sul teatro (anzi, dietro al teatro).
Le Cose dall’Altro Mondo raddoppiano, e ci portano davvero in ogni angolo dell’orbe.
La sezione a tema libero dei contrAppunti è la più corposa della storia sacripantica.
Lo so, o Lettore, ti sei ingolosito, però adesso umetta quell’acquerugiola agli angoli della bocca.

Per chi avesse piacere di proporre propri contributi in vista del prossimo numero della rivista, il termine per la consegna è il 21 maggio.
Per commenti e altre nefandezze, c’è pur sempre il sacriblog.

Buona lettura


affrancato e spedito da Effe | 09:26 | commenti (35)


Nessuno scrive al Camerlengo
La prova diabolica

Gentile Camerlengo,
ti scrivo per due ordini di motivi.
Il primo è che chissà come ti annoi. Non penso tu riceva molta corrispondenza. Com’è fin troppo facile dire, di te ci si ricorda una volta ogni morte di Papa.
La seconda ragione per cui ti scrivo è che - non so se il fatto possa interessarti o meno - suppongo che presto sarai disoccupato. Mica solo tu, dico. Un po’ tutti gli amici della compagnia.
In effetti, ho appena raggiunto la prova inconfutabile dell'inesistenza di Dio (che, seppure inesistente, si scrive con l'iniziale maiuscola).
Si considerino, infatti, i tre maggiori attributi divini; l'eternità, l’onniscienza e l'infinita bontà.
Si proceda ora con metodo.

1) Viene postulato che solo Dio sia eterno.
E che dire, allora, dei cantieri aperti tra Ronco Bilaccio e Barberino del Mugello?
Lo sappiamo tutti che ci sono sempre stati, e sempre ci saranno; in effetti, il segnale d'inizio estate è la voce di Isoradio che comunica "Rallentamenti per lavori in corso nel tratto autostradale tra ecc ecc".
Allora, delle due l'una: o Ronco Bilaccio è Dio (per tacer di Barberino), oppure non esiste un'Entità che detenga il monopolio dell'eternità.

2) Onniscienza.
Ma ti pare che se Dio avesse previsto che l'evoluzione naturale delle specie avrebbe portato dall'allodola a Gigi d'Alessio, dal lama a Totti, da Roth a Piperno, davvero avrebbe dato il via alla produzione su scala industriale?
Si dovrebbe ben postulare l'attributo del sadismo, in questo caso.
E' probabile invece che Dio abbia presentato un progetto di massima, senza poi essere in grado di governarne gli spin-off. Possiamo dire quindi che non esiste nessuna Entità che sia davvero onnisciente.

3) Da ultimo, la questione dell'infinita bontà di Dio.
E i cavolini di Bruxelles, allora?
Come si può supporre la bontà del Creatore, se esiste al mondo una cosa immonda come i cavolini di Bruxelles?
E passi per gli adulti che, raggiunta per autodifesa l'età della ragione, evitano l'orrida verzura.
Ma è ai bambini, proprio a loro, le innocenti creature, che viene propinata la sbobba, senza che possano rifiutarsi.
E' dunque buono, chi permette questi abusi sui minori?
Ma mi faccia il piacere, mi faccia.

Ecco, ho così dimostrato che Dio, almeno come lo intendiamo tradizionalmente, non esiste affatto.
Al più esisterà un'Entità non eterna ma interinale, non onnisciente ma vagamente intuitiva, non buona ma con propensione alla punizione gastronomica.
Ora che l'ho scoperto, non sono mica sicuro che la cosa mi piaccia.
Un tuo affezionato ammiratore.


affrancato e spedito da Effe | 09:10 | commenti (14)

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