URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, giugno 30, 2005

Per un'Apologia di Se Stessi
(in tredici rapide mosse)

La coerenza è un trucco degli individui dotati di scarsa fantasia

La lungimiranza è la presbiopia di chi ignora il presente

L’essere sempre disposti a festeggiare le fortune altrui provoca problemi di cirrosi epatica

Il genio è frutto di una anomalia cromosomica

Essere sempre sorridenti causa quelle fastidiose rughe di espressione

La bellezza fisica è cosa da persone che si fermano alla superficie

Razzolare male dopo aver predicato bene è una questione di riequilibrio universale

Il pregiudizio è il miglior amico dell’uomo

La fedeltà è propria delle persone poco sensibili al nuovo

Aver sempre pronta la frase giusta da scrivere è prerogativa da Baci Perugina

Essere taciturni preserva dai colpi d’aria al cavo oro-faringeo

Tenere a mente tutte le cose senza scordare mai nulla è un atto di feticismo

La sconfitta è solo mancanza di tempo da dedicare alle vittorie


affrancato e spedito da Effe | 00:26 | commenti (77)


martedì, giugno 28, 2005

Canto gallego

Le scogliere alte di Galizia sono donne e sono uomini che si gettano in mare a volo dritto - lassù il verde cupo, e sotto, di attesa in attesa, il blu che già è oceano.
Il cielo di Galizia è sole e pioggia, e a volte un campo di stelle.
Nel vento di Galizia ci sono cammini, e voci, e volti.
Camilo Cela ha barba di anni e occhi di molte stagioni.
Non scuote mai la polvere dal vestito vecchio o da una nuova ruga, perché la polvere è tutte le storie che si porta addosso.
Parla poco, Camilo, ma conosce ogni canto gallego di bosco e di costiera, e solitaria per le strade dei borghi si sente a volte la sua voce di ruggine e ferro che tesse filamenti tra le case come un passaggio di cometa, visibile solo al tramonto.
Non sa di astronomia, ma la notte conta ogni stella senza nome che illumina il mondo lontano da qui.
Non ha carta geografica, ma infinite volte ha viaggiato i cammini che portano a Pontevedra, Lugo, Ourense. E poi ancora Padròn, Costiñàn, Betanzos, Poizà e Abadìn.
Tutti conoscono Camilo Cela, e nessuno.
Arriva verso sera, o che ancora mattino non è.
Se qualcuno nel lavoro di mare ha un braccio o un piede rotto, Camilo subito si fa dare delle uova e separa il bianco dal rosso, poi il bianco lo monta a neve, e con l’amido lo mescola e copre panni di cotone intorno al braccio, o al piede, così che più duro del gesso lo riavvolge.
Camilo cura il Fuoco di Sant’Antonio facendo un fascio con certi rami d’albero che lui solo sa, poi ne brucia le punte nel fuoco di un camino e le passa sul malato recitando piano Vixen Santa Marta, estrela do norte que lle deu a vida ao que estuvo a morte.
A chi soffre di sangue spesso o di malinconia, applica sulla schiena quattro o cinque sanguisughe d’acquitrino che tiene in una bottiglia di vetro verde.
A chi patisce d’amore regala pochi versi dimenticati di Rosalia de Castro, la donna che mutò il pianto in brina e la brina in poesia.
I pochi reales che così guadagna li versa Camilo nel bicchiere di taverna, nel vino delle Rìas Baixas o del Ribeiro, che aiuta a ritrovare ricordi falsi e felici in fondo all’anima.
Dopo aver bevuto piano e sorriso un po’, Camilo Cela prende dalla bisaccia un quaderno grande dalla copertina di cartone spesso e giallo, avvolto in un panno di lino.
Scosta i lembi del panno a poco a poco, solleva il quaderno con entrambe le mani macchiate di strada di tempo, e lo alza a mostrarlo ai presenti, come in un offertorio.
Tutti sanno del quaderno giallo di Camilo, e nessuno.
Da anni, da quando lo conoscono, ogni sera scrive qualcosa, con lenta fatica d’analfabeta.
Ogni sera qualcosa, poche lettere, una parola al più.
Poi si ferma, posa la penna, non ricorda una lettera.
Allora si alza, si avvicina a un tavolo li da presso, e domanda.
La jota, dice solo.
Come il manico di un ombrello aperto, gli rispondono.
Camilo torna al suo tavolo, ripetendo a fior di labbra come il manico di un ombrello aperto, e poi ricopia l’immagine sul quaderno, con cura.
Il quaderno è il segreto di Camilo, e forse il segreto di tutte le vite che ha incontrato, che ha guarito, che ha aiutato ad andarsene con meno rimpianto.
E’ il suo segreto, dicono tutti, ma nessuno sa di che segreto si tratti.
Ma questa sera no, è differente.
Questa sera Camilo solleva il quaderno agli avventori, lo benedice muovendo le labbra in una devozione senza voce, poi lo apre e solleva la penna.
Resta per poco con la mano sospesa, Camilo, a fissare la pagina del quaderno, e della pagina l’ultima riga, e dell’ultima riga la fine.
Nulla.
Del quaderno grande, delle pagine riempite a fatica, poche lettere alla volta, degli anni e del segreto – di tutto questo, dopo tutto questo, non c’è rimasto ora nessuno spazio da riempire ormai, nessun vuoto da cancellare.
Quello che doveva essere , è stato.
Camilo si alza e dice a voce bassa, in modo da intendere se stesso: Domani parto.
Questa è l’ultima sera di Camilo, l’ultima, se mai c’è stata una prima.
Da dove venga, e dove vada, e ogni storia antica di Galizia, o futura, forse è scritto lì, nel quaderno che ora si spagina sul tavolaccio macchiato di vino e di carte e di parole forti.
Basterebbe poter leggere una pagina, una riga, e forse si saprebbe il suo segreto.
Proprio adesso, mentre lui guarda lontano per un attimo non breve, come se non si riconoscesse.
Ma poi richiude piano il quaderno, lo avvolge attento nel panno di lino e lo infila nella bisaccia.
Poi esce dalla porta, alla notte, diretto verso sud, diretto verso nord.
Camilo Cela, che tutti conoscono, e nessuno.


affrancato e spedito da Effe | 09:09 | commenti (46)


giovedì, giugno 23, 2005

Che fine ha fatto il Camerlengo?

Scommetto che neppure vi ricordate più il suo volto, pover’uomo.
Non parliamo poi del nome, che forse non l’avete mai saputo.
Dai fasti della gloria in diretta mondiale, a un presente oscuro anzichenò.
Abbiamo chiesto ai nostri affezionati lettori di segnalarci gli eventuali avvistamenti del Camerlengo, per sapere come vive, cosa fa, come sbarca il lunario l’uomo che sale alla ribalta una volta ogni morte di Papa.
Ecco alcune segnalazioni. Se avete conoscenza di altri possibili scoop, siete invitati a darne notizia nei commenti
(questo è un blog di pubblico servizio)

- Fa il figurante nella trasmissione Amici di Maria De Filippi

- Cuce etichette Coveri a capi contraffatti in un sottoscala di Chinatown

- Si è arruolato nell’Esercito della Salvezza, che lì almeno gli fanno suonare la trombetta

- Sta scrivendo un libro di memorie dal titolo Re per una notte

- Insegna aerobica indossando pantacollantes fucsia in una palestra abusiva di Calate Brianza

- Conduce una trasmissione notturna soft-core su una televisione privata marchigiana

- Si prepara a candidarsi come leader dell’Ulivo alle prossime politiche.

- Altro?


affrancato e spedito da Effe | 09:29 | commenti (30)


mercoledì, giugno 22, 2005

Intervista-shock a Loredana Lipperini
(clamorose rivelazioni)

tutto quello che avreste sempre voluto sapere, e non avete mai osato chiedere

Abbiamo esitato a lungo, indecisi circa l’opportunità di dare alle stampe quanto segue.
Il contenuto dell’intervista è estremamente forte, in alcuni casi addirittura destabilizzante per l’intero ambito editoriale.
Certi aspetti reconditi andrebbero forse sottaciuti, anche in considerazione dei rapporti già tesi tra giornalisti e blogger.
Ma infine ha prevalso il senso del dovere, e il rispetto del diritto all’informazione.
Si pubblica tutto in versione integrale, quindi, e senza pecette (tanto poi si sa la fine che fanno), pur consapevoli del fatto che il mondo, da oggi, non sarà più lo stesso.

Chi, dove e perché

Lei: sorride da sotto il celebre caschetto. Risponde a migliaia di telefonate, in contemporanea e con traduzione simultanea in otto lingue. Sorride anche mentre parla con un interlocutore alemanno usando un oscuro dialetto della bassa Sassonia (il che, è risaputo, richiede notevoli equilibrismi maxillo-facciali)
Lui: avendo equivocato sul luogo d’appuntamento, percorre circa 28 miglia marine a piedi e di corsa (temperatura 38 gradi Celsius, umidità del 128%) e raggiunge Lei con un principio d’asma.
La location
: nel cuore (indeciso tra barocco e liberty) della capitale sabauda, presso un caffè semi-storico, sotto i portici che conducono al lungofiume. A 15 centimetri dal dehors sferragliano in continuazione vecchi tramvai. I due suggono un improbabile cocktail color verde-mentadent, sconsigliabile come aperitivo, ma una vero toccasana come collutorio gengivale.
Lo scopo dell’incontro carbonaro è un’intervista a carte scoperte.

Lui: Loredana Lipperini! Per prima cosa scaviamo nel torbido della sua esistenza: costringe anche i parenti più prossimi a chiamarla LaLipperini?

Lei: No, a loro concedo di chiamarmi confidenzialmente Lippa (ma è chiaro che sto mentendo)

Lui: Loredana Lipperini! Dati i suoi molteplici interessi, lei è spesso in giro per il mondo. Tocca quindi con mano, durante i suoi viaggi, esempi differenti di cultura e di arte. Ma nel frattempo, a proposito di arte (culinaria), chi cucina a casa sua?

Lei: Mio marito, naturalmente, ed è un ottimo cuoco

Lui: E per forza, se vuole sopravvivere al digiuno. Loredana Lipperini! Tra rivoluzione e restaurazione, tra libri di destra e di sinistra, occorre prendere posizione. E allora le chiedo:

Marzemino o Sciacchetrà? Pasta alla Norma o Pastiera Napoletana? Briscola parlata o Chemin de ferre?

Lei: Marzemino, senz’altro. Pasta alla Norma, ma solo perché la Pastiera fa ingrassare, altrimenti... E infine briscola, sì.

Lui: Suppongo che presto avrà notizie dall’Anonima Alcolisti. Le ricordo inoltre che il gioco d’azzardo è reato. Loredana Lipperini! Lei è considerata un intellettuale di riferimento (ho scritto intellettuale intendendolo al maschile, andrà bene?) del nuovo corso della blogosfera. Un ruolo di cui è difficile esser degni. Per verificare la sua conoscenza dell’opera omnia dei maîtres-à-penser del passato: chi ha vinto il Festival di Sanremo del 1997?

Lei: Mi dichiaro gravemente impreparata. E poi quell’anno ero all’estero. O forse c’era stata un’invasione di cavallette, ora non ricordo.

Lui: Loredana Lipperini! Giudicare non l’artista ma l’arte, e non la giornalista per via del giornale. Si dia dunque un giudizio come ballerina di tango.

Lei: Ah! Pessima, in verità.

Lui: Loredana Lipperini! Come ogni persona che si è fatta da sé, immagino che i suoi inizi siano stati difficili. Erano tempi, presumo, in cui era necessario arrangiarsi per sopravvivere in attesa di momenti migliori. Quand’è stata l’ultima volta che ha scippato una vecchietta all’uscita dall’ufficio postale?

Lei: Nel 68’, credo. A maggio. Un periodo caldo.

Lui: Eh, brava lei, citiamo solo i reati prescritti. Loredana Lipperini! Come mediatrice culturale, dovrebbe sentirsi in dovere di impedire la morte della poesia, che pare essere in stato precomatoso. Adesso, non si limiti a generiche dichiarazioni di apprezzamento per il verso. Lo faccia. Il verso, dico. Dell’upupa. Nella stagione della muta.

Lei: (ingolla un’oliva comprensiva di nocciolo d’ordinanza, pur di non rispondere)

Lui: Adesso non faccia così. In effetti, però, se era la stagione della muta… Loredana Lipperini! Siamo in odore di premi letterari, ormai è quasi stagione. Si sbilanci in una previsione. Chi vincerà lo scudetto 2006?

Lei: La Roma, ovviamente.

Lui: Seee, come no, lei legge troppi fantasy, per il suo lavoro. Loredana Lipperini! Per quanto riguarda il suo blog, quanto tempo impiega ogni giorno a scrivere da sola tutti quei commenti che poi firma falsamente su Lipperatura con nomi di ignari scrittori di genere?

Lei: Tutta la giornata e parte della notte.

Lui: Cos’è, pubblicità occulta alla famigerata Antologia notturna? Loredana Lipperini! Lei è un’esperta di musica classica, e sull’argomento ha scritto testi imprescindibili. Le risulta che con il termine "mutismo" si indichi la propensione dei direttori d’orchestra a chiudersi in se stessi? (d’accordo, questa era una domanda di riserva)

Lei: La propensione, piuttosto, a rinchiudere gli altri e a buttare via la chiave. Ma questo non lo scriva, eh.

Lui: No, no, si figuri. Loredana Lipperini! Lei ritiene che, tra tutte le interviste che ha concesso, questa sia l’intervista migliore e definitiva, nel senso che, visti i contenuti, non si sogna nemmeno di concedermene altre, in futuro?

Lei: Gliene concederò ancora, proprio perché questa è stata la migliore.

Lui: Tanto lo so che dice così a tutti. Scusi, la mangia tutta quella tartina?

(Lunedì, 30 Maggio 2005)


affrancato e spedito da Effe | 00:55 | commenti (23)


lunedì, giugno 20, 2005

Blu milonga

Se fu l’ultima alba con la sua poca luce a guidarti tra le basse case di Itaùna, se è stato l’aver smarrito la strada a condurti in questa città condannata e maledetta, se ancora non conosci la storia di Maria del Pilar, o straniero che siedi ora al mio stesso tavolo, ordina allora altri due bicchieri di aguardiente, e per null’altra ricompensa che questa io ti racconterò – ma presto, prima che venga la notte chiara, prima che tornino le note blu della milonga, e tu sia perduto per ogni eternità.
Quel che successe, accadde cento anni fa, e forse più.
Era bella, Maria del Pilar, venata d'alabastro la sua pelle e il corpo flessuoso come la giovane palma buritì.
Scalza camminava per le stanze della fazenda del Colonnello Zequiel, che dalla sua casa nella selva l’aveva portata lì un giorno, ancora bambina e già, a colpi di frusta, ubbidiente sposa.
Scalza camminava, e ogni uomo avrebbe baciato la terra battuta dove si era posato il suo piede leggero.
Ma nessuno poteva avvicinarla, il Colonnello era dio, in queste terre, e nella sua volontà si trovavano la vita e la morte di ognuno.
Arrivò a Itaùna quello straniero un giorno, ed era la stagione delle piogge.
Son passati cento anni e forse più, e nessuno ricorda ora perché arrivò fin qui, e perché avesse negli occhi quella febbre, e quale fosse il nome suo.
Né glielo chiese lei, quando nella selva lo vide, che la notte entrambi aveva chiamato sui suoi sentieri e al loro destino.
Lo straniero guardò gli occhi di Maria del Pilar, i suoi occhi color della promessa, e seppe che da quella febbre non sarebbe guarito mai.
Lei lo prese per la mano e lo amò sotto la pioggia, sotto la pioggia lo amò di un amore di unghie e denti.
Ci sono storie che arrivano da lontano, storie che corrono verso il loro compimento, e uomini e donne non sono che pretesti perché tutto accada.
La pelle di Maria del Pilar era più chiara della notte chiara, i capelli dello straniero erano più neri della notte nera, e per molte notti conobbero un amore che fine non aveva.
Lui le regalò l’unica cosa che possedeva, un rosario di madreperla, e lei gli regalò l’unica cosa che era sua, la sua vita.
Sono passati cento anni e forse più, ma ancora oggi si racconta che ad ogni sera Maria del Pilar abbandonasse piano le stanze della fazenda, perché nessuno sapesse, né il Colonnello né i suoi uomini, svelti di fucile e di coltello.
Il profumo della sua pelle chiara attraversava silenzioso ogni stanza e ogni cortile, e poi il patio, e superava i recinti dei cavalli quieti, e prendeva quel sentiero che tra le palme si perdeva.
La pioggia cancellava le sue orme ad ogni passo, come se solo il sogno di lei fosse passato, leggero.
Maria del Pilar e lo straniero erano ciechi al mondo, e non seppero quando la stagione delle piogge fu però finita.
Da quel momento, le orme di lei sulla terra battuta restarono come un’accusa.
Qualcuno da lontano la seguì, e il Colonnello seppe.
Quella sera stessa si fece festa grande alla fazenda, e la città intera venne, e anche lo straniero, che desiderava il profumo di Maria del Pilar nell’aria di ogni suo respiro.
Danzarono le note blu della milonga, un suono d’amore e di destino, e si mangiò e si bevve, e la notte sembrava non avere tregua.
Si fece attenzione che la tazza di zinco dello straniero fosse colma sempre, e che lui bevesse l’aguardiente che rende prima allegri e dopo ciechi.
Qualcuno gli disse poi che Maria del Pilar, la bella Maria, la donna che lui voleva respirare, era stata ora uccisa dallo stesso Colonnello, perché sapessero tutti che l’onore suo era salvo.
Aiutarono lo straniero a rialzarsi sulle gambe deboli e gli misero tra le mani bianche la lama di un coltello.
Il sangue grida sangue, e lo portarono malfermo nella stanza interna dove il Colonnello, ormai sazio d’alcol e di vendetta, dormiva un sonno profondo.
Lo straniero squarciò in due con la lama l’aria buia della stanza, e sprofondò il coltello nella carne morbida e profumata.
Vide allora che a restare per sempre in quel letto sarebbe stata Maria del Pilar, che ancora sorrideva stringendo in mano il rosario di madreperla.
Fuggì da quel dolore lo straniero, e immerse le mani rosse di sangue in acqua di fiume, ma quel colore scuro aveva marchiato per sempre i suoi palmi, e non se ne andò mai più.
Da allora, se uno straniero passa di qui in una notte come questa chiara, si dice che risuonino le note blu della milonga, e che incontri lo straniero una donna dagli occhi color della promessa.
Lei lo prende per mano allora e lo porta nella selva.
Al mattino nulla si ritrova, non le orme di Maria del Pilar sulla terra battuta, né alcuna traccia dello straniero, mai più.
Versa allora un ultimo bicchiere, e porta poi lontano i tuoi passi da qui, prima che sia notte, prima che anche tu, straniero, sia infine perduto.
E se non credi che tutto questo sia accaduto cento anni fa e forse più, e che ancora accada, guarda allora questo vecchio che racconta, versagli da bere e guardalo, e credi almeno al colore delle mie mani, indelebili per sempre del sangue suo.


affrancato e spedito da Effe | 09:17 | commenti (37)


giovedì, giugno 16, 2005

Libro Cuore Reloaded

In occasione del prossimo anno scolastico, il ministero dell’Istruzione (fu Pubblica) ha predisposto una versione aggiornata di un testo fondamentale per le scuole dell’obbligo: Cuore, di E. De Amicis (con prefazione di Letizia Moratti).
L’operazione si è resa necessaria per avvicinare il libro al Paese reale.
Quanto segue è un abstract di alcuni capitoli dell’indice.
I titoli [il gioco è proprio questo, NdB – Nota del Blogger] sono riportati letteralmente dalla versione originale.
Cuore dimostra ancora una volta tutta la propria attualità.

Ottobre

I miei compagni (storia del Professor Prodi, pericoloso bolscevico, che non riusciva mai a capire chi giocasse insieme a lui, a mosca cieca, e chi contro)

In una soffitta (gli agi di una famiglia di extracomunitari davvero felice)

Il Piccolo Patriota Padovano (anche Calderoli ha avuto sei anni, ed era già così come è adesso. La mamma racconta)

Novembre

La maestra di mio fratello (racconto espunto perché inadatto ai minori)

Il Direttore (Giuliano Ferrara fonda un giornaletto scolastico sovvenzionato requisendo ai compagnucci i soldi per le merendine)

I soldati (cronaca di un’allegra gita a Baghdad)

Il protettore di Nelli (storie di marciapiede)

Il primo della classe (sottotitolo: Da grande farò il premier)

La piccola vedetta lombarda (appostato sui tetti di un caseggiato popolare di Busto Garolfo, un giovine lanciava l’allarme all’avvicinarsi di un qualunque immigrato, irregolare o non, scatenando folle di assegnatari IACP)

I poveri (storie di ordinaria evasione fiscale)

Dicembre

Il trafficante (un racconto stupefacente)

La vanità (Io e il mio lifting)

Il piccolo scrivano fiorentino (parlano i nostalgici di Indro Montanelli)

Gennaio

I funerali di Vittorio Emanuele (ma i Savoia non desideravano tanto venire a pagare le tasse in Italia?)

Il tamburino sardo (biografia di Soru)

L’amor di Patria (i calciatori della nazionale cantano l’inno di Mameli, video registrato a Top of the Pops)

Speranza (Rutelli chiede a Berlusconi se lo fa amico)

Febbraio

Una medaglia ben data (se tutti i calciatori e gli atleti si dopano, allora campionati e gare sono disputate ad armi pari, e quindi regolari)

Buoni propositi (la Sinistra scrive a Babbo Natale: E per quest’anno ti prometto che non mi dividerò più al mi interno, appena all’indomani di una schiacciante vittoria elettorale)

Il prigioniero (video-saluti dall’Iraq)

Il piccolo pagliaccio (censurato per vilipendio a un’Alta Carica dello Stato)

I ragazzi ciechi (l’avevano detto i giornalisti, che i blogger sono degli onanisti)

Marzo

Le scuole serali (indagine sul livello di istruzione dei parlamentari italiani)

Il numero 78 (non ci rimane che sperare nel Lotto)

Aprile

L’asilo infantile (riunione del Direttivo Nazionale della Margherita)

Gli amici operai (Berlusconi: sono uno di voi)

Giuseppe Mazzini (Umberto Bossi: era un extracomunitario)

Maggio

I bambini rachitici (Mamma, perché quei bimbi scuri in televisione non mangiano qualche merendina del Mulino Bianco in più?)

Dagli Appennini alle Ande (e ritorno, con valige pieni di polverina bianca)

Giugno

In campagna (gli italiani e il referendum)

Naufragio (allegra crociera di un gruppo di scafisti albanesi)

Luglio

Gli esami (metodi per ricevere raccomandazioni ai concorsi pubblici)

Addio (la diminuzione delle tasse ci fa ciao ciao)

[Sono gradite ulteriori attualizzazioni dei titoli originali]


affrancato e spedito da Effe | 09:52 | commenti (49)


Local blog

1) Cameriere, mi porti in camera la colazione. E le Lettere dal carcere, grazie.
La Giunta comunale di Torino ha deciso la trasformazione della casa dove Gramsci abitò, in un albergo di lusso.
Ora non resta che auspicare che la casa di Primo Levi diventi un Centro di Depilazione Estrema, e quella in cui visse Nietzsche, che amava gli animali, nel call center di quell’operatore telefonico, come si chiama, quello là, quello delle cuatro paperele.

2) Le bugie hanno le gambe corte, ma possono ballare lo stesso.
L’Accademia dello Spettacolo di Torino, già protagonista di eventi artistici di rilievo, ha in cantiere un nuovo progetto:
LE AVVENTURE DI PINOCCHIO. Uno spettacolo cantato, ballato e recitato dal vivo, ripreso televisivamente.
Il primo casting avverrà il giorno 23 giugno, per informazioni chiamare: 338.770.86.73 oppure andare sul sito www.accademiadellospettacolo.it

Si cercano urgentemente : attori, ballerini e cantanti (no veline, suppongo). Poi non dite che non ve lo avevo detto.


affrancato e spedito da Effe | 09:09 | commenti (8)


martedì, giugno 14, 2005

L’ipocrisia

Non parleremo del lutto, perché privato.
Non parleremo del problema dell’immigrazione, perché palese.
Non parleremo delle cause dell’immigrazione, perché conosciute – al più, possiamo fingere di dimenticarle.

Nella capitale sabauda, all’immediato confine del centro barocco e liberty, in una contiguità che è soprattutto antinomia, si apre la prospettiva di Porta Palazzo, sede dei più grandi Mercati Generali della città.
L’area è sempre stata, fin dal secondo dopoguerra, zona di immigrati.
Un tempo, quando il boom economico non era ancora un ibrido sconosciuto che si trova solo più sui libri di storia, le soffitte delle case fatiscenti che caratterizzano ancora oggi Porta Palazzo – una sorta di Alfama con nulla di romantico, a meno che non vi piacciano le paraboliche a centinaia sui balconi a catturare immagini e parole di Paesi lontani – risuonavano dei dialetti del sud.
Le condizioni igieniche erano del tutto precarie, le soffitte rigurgitavano di sempre nuovi arrivati.
Spesso il confine tra famiglie diverse, all’interno di bui stanzoni, era dato solo da una vecchia coperta stesa su un filo a guisa di divisorio.
I proprietari di quelle soffitte, che intascavano i soldi delle pigioni, erano vecchi piemontesi, quegli stessi che poi scrivevano sui portoni della case Non si affitta ai meridionali.
Ora in quelle soffitte i dialetti sanno di Maghreb, di Sahara, di guerre balcaniche.
La situazione, se possibile, è ancora peggiore che in passato, perché la povertà è maggiore, e più facile lo sfruttamento.
I proprietari delle soffitte preferiscono affittare a immigrati clandestini, piuttosto che a italiani, perché i primi pagano con più regolarità, temendo eventuali problemi con la giustizia.
I proprietari sono gli stessi che nelle interviste dei telegiornali ora dicono Gli immigrati devono starsene a casa loro.


affrancato e spedito da Effe | 11:00 | commenti (74)


lunedì, giugno 13, 2005

Il Funzionario

Benché le dieci del mattino fossero già suonate da un pezzo, Nikolaj Vasil’evic Dovlatov poltriva ancora a letto come un sibarita.
La sera prima aveva fatto tardi giocando a whist a casa della governatoressa Praskovia Fiodorovna, e nel rientrare aveva dato ordine al vecchio cameriere Arkadj di non disturbarlo per nessun motivo al mondo.
E infatti, subito qualcuno bussò tre volte alla porta della sua stanza.
Era quello stesso Arkadj, che Nikolaj Vasil’evic accolse con innegabile bonomia.
– Arkadj, che il diavolo ti porti! Non ti avevo detto di lasciarmi in pace?
– Quanto a me, lo avrei anche fatto, Nikolaj Vasil’evic, ma resta certo che c’è qui, ma non propriamente qui, in effetti di là, in anticamera, un funzionario del ministero che dice di dovervi comunicare una cosa della massima urgenza. Poi, per me, fate come volete.
– E da quale ministero viene?
– E io che cosa ne so? - rispose con precisione Arkadj mentre usciva dalla stanza trascinandosi dietro l’artrite.
– Un funzionario – pensò con dispetto Nikolaj Vasil’evic – che il diavolo si porti anche lui, così si risparmia un viaggio.
Poi, però, giacché ogni russo di buona educazione tiene in gran conto il titolo e il grado, indossò la vestaglia da camera e diede udienza al funzionario, raggiungendolo in anticamera.
L’uomo, che vestiva un’uniforme nuova con un colletto alto e rigido, si voltò verso il padrone di casa, rivelando un nastro con l’effigie di un ragno appuntato al bavero.
– Buongiorno, Nikolaj Vasil’evic.
– Ad ogni buon conto, sì, certo, buongiorno anche a voi, però, diciamo, voi mi conoscete? Io vi conosco? In una parola, ci conosciamo?
– Mi chiamo Tanaton Tanatonovic Leteschin, consigliere titolare del ministero. E giustappunto dal ministero giungo per mettervi a parte di un fatto della massima importanza. E’ infatti ormai certo, secondo quanto ci consta, che vivere un numero eccessivo di anni nuoccia oltremodo alla vita stessa. Ogni anno vissuto, in verità, risulta per così dire tossico per il corpo, che patisce addirittura fino a morirne. Vengo dunque ad avvisarvi di questo, che vi asteniate assolutamente dal vivere, pena la morte.
– Ma io non ne sapevo davvero nulla! Siete stato davvero premuroso a disturbarvi per me, Tanaton Tanatonovic. Dovete però sapere che io, in perfetta buona fede, finora di anni ne ho già vissuti alcuni.
– Me ne dolgo, Nikolaj Vasil’evic. Ma voglio lo stesso rassicurarvi. Se avete vissuto due, al massimo tre anni, ebbene, in fondo si può sperare che la cosa non abbia poi ripercussioni letali.
– Le vostre parole mi sollevano, e tuttavia debbo confessarvi che, non avendo idea di quanto questo fosse pericoloso, ho consumato ben più di tre anni.
– La questione mi pare allora piuttosto grave, e certo non resterà senza conseguenze. Ad ogni modo, fatevi coraggio: ho conosciuto persone che, avendo colpevolmente vissuto anche e addirittura una diecina d’anni, essendosi poi impegnati senza riserve a non viverne mai più, hanno potuto proseguire ancora la propria esistenza.
– Non sapete che gioia mi danno le vostre parole, e non vorrei sembrarvi ingrato, Tanaton Tanatonovic, ma neppure queste considerazioni fanno al caso mio. Dovete infatti sapere che finora ho vissuto, facendo un calcolo approssimativo, quattro o cinque diecine d’anni, non una di meno.
– In questo caso, Nikolaj Vasil’evic, temo non vi sia più nulla da fare, per voi. Partecipo al vostro dolore.
– Ve ne ringrazio. D’altro canto, che farci? Son cose che succedono.
– Converrete anche voi che sarebbe opportuno vi preparaste alla bisogna.
– Senz’altro, Tanaton Tanatonovic, come avete ragione. Tuttavia, avendo poca esperienza di trapassi, non so bene come ci si debba comportare, in codesti casi. Voi forse potreste consigliarmi.
– Vi dirò allora, Nikolaj Vasil’evic, che in genere, in circostanze simili, la prima cosa che si suole fare è attaccare la trojka e volare in città, dal pope, per fare confessione d’ogni peccato. L’anima solitamente ne trae beneficio.
– Che uomo accorto siete, Tanaton Tanatonovic. Che esperienza del mondo avete! E però dovete sapere che Misha, il cocchiere, a quest’ora del mattino è già del tutto ubriaco. Prima che si riesca a fargli tornare i sensi occorrerebbe batterlo così tanto, che poi non sarebbe comunque in grado di governare i cavalli. Inoltre, non avendo mai disposto di prendere nota delle mie colpe, temo che ora sarebbe ben difficile ricordarle tutte, per una piena ed efficace confessione.
– Comprendo, Nikolaj Vasil’evic. Ma se non dell’anima, occupatevi almeno del corpo. Radetevi con un rasoio nuovo, e frizionate poi il viso con un po’ di vodka, che apre i pori e riattiva la circolazione. Fiutate quindi due buone prese di tabacco, che libera la testa dal raffreddore ed è anche indicato per problemi di origine emorroidale. Ma non usate il solito trinciato di betulla da pochi copechi l’oncia, Scegliete quel buon rapé che tenete in serbo per le occasioni migliori.
– E dite che questo gioverà alla mia causa?
– Per nulla affatto, ma almeno da morto avrete un aspetto assai più salubre che da vivo.
E così fece Nikolaj Vasil’evic, iniziando proprio dal tabacco, che ogni russo degno di questo nome non manca di fiutare anche più volte al giorno.
Il tabacco produsse subito i suoi effetti e Nikolaj Vasil’evic, con un potente starnuto, si svegliò.
Guardò con stupore la luce fredda entrare nella stanza da letto attraverso le imposte, e si mise a sedere sul letto.
– Dunque, tutto questo non era altro che un sogno. Ma si capisce, che razza di assurdità. Chi mai potrebbe prendere per vere simili corbellerie? A tal punto è imperfetto l’uomo, che neppure riesce a distinguere se vive nel sogno o nella realtà.
In quel momento, qualcuno bussò tre volte alla porta della sua stanza.
Era Arkadj.
- Nikolaj Vasil’evic, c’é qui in anticamera un funzionario del ministero che dice di dovervi comunicare una cosa della massima urgenza.
Nikolaj Vasil’evic restò per un attimo senza parole e poi, dopo essersi dato un doloroso pizzicotto sulla guancia per accertarsi d’essere questa volta ben sveglio, così ragionò tra sé:
- Ebbene, che vuol dire? Si tratta di sciocche coincidenze. E’ ovvio che non può trattarsi di... non può affatto essere che...
Indossata la vestaglia, raggiunse quindi il funzionario in anticamera.
Questi si voltò, rivelando al bavero un nastro con l’effigie di un ragno.
– Buongiorno, Nikolaj Vasil’evic.
– Tanaton Tanatonovic!
– Bene, vedo che vi ricordate di me. Sono venuto per mettervi a parte di un fatto della massima importanza.
– Noo! - esclamò Nikolaj Vasil’evic, drizzandosi a sedere sul letto.
Ancora una volta osservò stupefatto la sua stanza, del tutto deserta.
– Ebbene, allora, in verità questo era esattamente un sogno, proprio come quello di prima. Ma perché poi impressionarsi così tanto? Sogno e realtà sono momenti ben diversi e tra loro separati. Prima sognavo, e ora veglio. Nulla di male può accadere. Certissimamente nulla.
In quel momento, qualcuno bussò tre volte alla porta della sua stanza.


affrancato e spedito da Effe | 08:42 | commenti (39)


venerdì, giugno 10, 2005

Varie ed eventuali

Paper crossing per Visioni Binarie. Il progetto esce dal blog e sale sui treni in forma cartacea. Chiunque può contribuire con una foto e/o un commento (visionibinarie@gmail.com). Visione Binarie verrà distribuito bisettimanalmente sui treni italiani. Gratuitamente.

Zu, Copiascolla e altri insani di blog ci invitano alla Pazziata, evento scritto, diretto e interpretato da un gruppo di amici senza arte né parte, che si terrà Domenica 12/6 presso il Castello di Beseno (TN). Accorretevici.

E poi, per quanto riguarda il referendum sulla procreazione assistita. Massì, hanno ragione quelli. Gli astensionisti, intendo. Andate al mare. Rinunciate a votare. Non solo al referendum, dico. Rinunciate proprio al diritto di voto. Tanto non è così importante, mmh?


affrancato e spedito da Effe | 10:21 | commenti (22)


giovedì, giugno 09, 2005

Succede (e meno male)

Succede che l’italo-guru Joseph G. Granieri riprenda su BlogNotes il post herzoghiano Se quel bloggèr io fossi, scritto a proposito del ruolo dei blog letterari.
Succede poi che, in seguito al pezzullo granierico, si verifichi uno scambio di mail tra i due loschi figuri e una nota agit-prop della blogosfera, tale LaLipperini.
Parte di quella corrispondenza campeggia ora sul blog (letterario, eh) Lipperatura.
Aggiungo, oltreacciò, che il mio suggerimento circa il recensire di Libri Inediti o Mai Scritti era stata gentilmente segnalato anche da Marsilio Black.
Intanto, mi piace sottolineare ancora una volta come solo un mezzo come il blog consenta, nel giro di così poco tempo, un tale scambio pubblico (nel senso di: aperto anche a contributi altri) di idee e posizioni.
Dappoiché mi avanza qualche risposta non data, approfitto della gentile ospitalità che mi concedo.

Caro GGG, lei contesta il determinismo di quel manifestuccio, sostenendo che la rete è il posto di tutti, dove tutto può (può, e non deve) essere. Come darle torto? Epperò, Mr. G, il ragionamento vale per qualunque considerazione riguardante il web (e non solo). Non vogliamo, scendendo dal generale ed empireo al particolare e letterario, provare a individuare nuove strade? Perché non tutte le strade sono uguali, qualcuna rischia di essere senza uscita.

Antonio Montanaro, nei commenti al post su BlogNotes, dice di essere contro ai miei manifesti contro. Caro Antonio, i manifesti devono avere carattere minimamente oppositivo, perché per accodarsi allo status quo non c’è mica bisogno di manifestare, è sufficiente il silenzio. Epperò la mia posizione non è contro, ma in alternativa all’esistente. Quel che già c’è non mi è sufficiente, non mi accontenta. Il blog stesso, per me, è alternativa, è nuovo spazio, nuove possibilità. In rete si può osare più che altrove, si può addirittura essere " provocatori in senso borgesiano" (cit. Guru Granieri). Dunque, se osar si può, osar si deve.

Caro Squonk (sempre nei commenti a BlogNotes) McSweeney’s è un’esperienza che ritengo troppo lontana dalla realtà dell’italica blogpalla, i mie obbiettivi erano più a portata di obice (che vuole, siam provinciali).

Cara LaLipperini, ha ragione, quando si iniziò a parlare di Perceber, il libro non era ancora stato pubblicato, e lei sostiene che neppure si sapesse se lo sarebbe mai stato, ma su questo bisognerebbe far confessare Giulio Mozzi con uso di pentotal. In effetti, l’avvenuta pubblicazione finale un minimo sospetto di "operazione di marketing" sull’operato precedente lo fa sorgere. Ma diciamo che la direzione è quella.
Piccoli Libri.
Libri Mai Pubblicati.
Libri Mai Scritti (questi ultimi senza dubbio, i migliori, ma è cosa che devo aver già detto)


affrancato e spedito da Effe | 11:21 | commenti (43)


mercoledì, giugno 08, 2005

Il ritorno

La bicicletta gioca un difficile equilibrio, appoggiata appena al tronco inquieto dell’ulivo.
La vecchia pianta, con la sua storia di nodi e rami e radici, è l’unica cosa rimasta uguale ad allora.
Tutto d’attorno è cambiato, perché vent’anni sono troppi, anche se c’è stata poca vita dentro.
E’ il terzo giorno che viene a sedersi qui, sotto quello che era il loro albero, cresciuto unico come un errore in mezzo a campi piatti.
E’ il terzo giorno, e lei non può non aver saputo del suo ritorno.
Qualcuno lo avrà raccontato, parlandone piano, come per caso.
Lei sa che l’aspetta lì, perché vent’anni sono troppi, ma non per una promessa.
Siede a terra, la schiena sente ogni ripensamento del tronco, ogni indecisione, mentre tutto intorno è sole e silenzio.
Da lontano, da quello che potrebbe essere il punto in cui il mondo inizia o termina, una nuvola si alza a seguire l’automobile che ridisegna la strada bianca di polvere come in un percorso frequente e noto.
Lui si alza, mentre il sole scheggia lampi a perpendicolo sulla carrozzeria rovente.
A cento passi, a cento passi si fermano l’uno dall’altra, e nella distanza breve lui misura tutti gli anni vissuti lontano da qui, in una terra nuova dove le case hanno mille piani, le strade mille miglia, e la gente parole sconosciute.
Lei scende dalla macchina, viene verso di lui, e cancella ogni passo, e ogni anno, finché la distanza tra loro non sarà esistita mai.
Ogni cosa è cambiata, perché vent’anni sono troppi, ma lei no, è rimasta uguale, come se fosse questo il momento in cui si erano detti, in cui si diranno addio.
Ha vent’anni ancora, come vent’anni fa.
I suoi occhi di burrasca, che raccontano un cuore di arance e di malaspina, sono gli stessi, e la sua bellezza non ha conosciuto un solo giorno in più.
Ha vergogna lui invece delle sue rughe, della polvere che si è posata sullo sguardo, dei sogni che non ha più.
Ora non ci sono più distanze.
Lui è qui, oggi, e lei è qui, ieri.
Gli porge la mano, come se dovessero impararsi di nuovo, come se non si fossero conosciuti più di qualunque altra cosa al mondo.
Gli porge la mano, e gli dice il suo nome.
Si siedono sotto l’albero, ora, tra qualche silenzio.
Avevi detto che saresti tornato, gli dice con la sua voce d’allora.
, risponde lui, come se quell’unico suono potesse contenere tutte le cose che in vent’anni avrebbe voluto dirle.
Sono tornato, aggiunge, aggrappandosi all’unica certezza che sente appartenergli.
Sono qui per la promessa, dice lei.
Mi hai aspettato, risponde lui, o forse è una debole domanda.
Per tutta una vita, dice lei, e questa è senz’altro una risposta.
Poi apre la borsa chiara che porta a tracolla, ne ottiene un fascio di poche lettere, scritte e mai spedite, e gliele consegna.
Non sapeva dove inviarle, non hai mai comunicato il tuo indirizzo. Non ha potuto dirti di me. Quando si sono accorti che sarei nata, la sua famiglia l’ha rinchiusa in campagna, perché non si sapesse. Non l’hanno mai più voluta in casa. Lei ha vissuto per te, più ancora che per me. Ha vissuto perché sapeva che saresti tornato. Ma ogni anno passava, e tu non c’eri. "Ha promesso", diceva, "verrà" e ti scriveva una lettera, una per ogni anno. Neppure alla fine si è arresa. E’ stata vinta. Solo all’ultimo mi ha raccontato di mio padre, e mi ha dato le lettere perché te le consegnassi al posto suo. E’ a lei che ho fatto la promessa. Adesso no. Adesso sono libera.
Lei si alza leggera, già per metà fatta del vento caldo del pomeriggio che ora spira forte da sud.
Se ne va portandosi via vent’anni passati, e tutti quelli futuri.
La polvere sollevata dall’auto si dirada verso un punto dove, ora lui lo sa, il mondo finisce.
Il vento nasconde lontano nei campi le lettere che non ha la forza più di trattenere tra le dita.
Alla fine ogni traccia è cancellata, non resta altro che sole e silenzio, una bicicletta appena appoggiata al tronco di un ulivo, e un uomo che non sa se mai è partito, e dove sia la strada del ritorno.


affrancato e spedito da Effe | 09:07 | commenti (22)


martedì, giugno 07, 2005

Tutti i Sensi di sacripante!
on line il numero 4 della rivista

Direzioni, significati, sensazioni e quant’altro sensatamente declinabile, nel numero sacripantico che vi sfida ora alla lettura.
Due notizie.
Quella buona è che, con questo corposo numero, sacripante! conferma la propria irregolarità, cadendo in un letargo estivo.
La notizia cattiva è che comunque tornerà, irregolarmente inesorabile, dopo la stagione calda e con l’approssimarsi dell’autunno, e già sono in preparazione straordinarie novità (ecco, insomma).
Mentre va online Sensi, è già disponibile il pdf del numero precedente, l’Altrove.

Buona lettura, e migliore scrittura.


affrancato e spedito da Effe | 10:00 | commenti (34)


lunedì, giugno 06, 2005

Imminenze

S'ode un rumore [rotatìv, rotatìv, rotatìv]


affrancato e spedito da Effe | 09:32 | commenti (13)


mercoledì, giugno 01, 2005

Se quel bloggér io fossi

Intendo: se io gestissi un blog letterario, riconosciuto come mediatore di cultura, non recensirei libri editi o comunque facilmente reperibili.
Per quello ci sono già i media tradizionali o il libraio di fiducia.
Il blog, dico, deve andare oltre, laddove gli altri non osano. Deve saper definire, rispetto ad altri percorsi, nuovi riferimenti.
Io, verosimilmente, recensirei solo libri rifiutati dagli editori, libri che per misteriosi motivi i lettori non leggeranno mai, libri che forse non sono mai stati neppure scritti (questi ultimi, senza dubbio, i migliori).
E allora mi piace segnalare un’operazione realizzata dalla rivista Margini che, nel numero 1, tra le altre cose, riporta alcuni brani tratti dal romanzo Die Brükevom goldenen Horn (Kiepnheuer & Witsch, Köln 1988) di Emine Sevgi Özdamar, nata in Turchia ed emigrata in Germania negli anni settanta per motivi politici.
Il libro – che dall’assaggio ritengo delizioso – è inedito in Italia (perché le nostre Case Editrici, loro sì che)

 ***

Vivevo con molte donne in un Frauenwohnheim [pensionato femminile], wonaym dicevamo noi. Lavoravamo tutte in una fabbrica di radio. Ognuna di noi, mentre lavorava, doveva tenere una lente d’ingrandimento sull’occhio destro. Anche quando tornavamo al wonaym, la sera, ci guardavamo o guardavamo le patate che pelavamo, con l’occhio destro. Un bottone saltava, le donne cucivano il bottone con l’occhio destro aperto. L’occhio sinistro lo si stringeva sempre un po’ e rimaneva mezzo chiuso. Dormivamo anche così, con il sinistro sempre un po’ strizzato e la mattina alle cinque, quando quasi al buio cercavamo i pantaloni o le gonne, vedevo che anche le altre donne, come me, cercavano solo con l’occhio destro. Da quando lavoravamo alla fabbrica di radio credevamo di più al nostro occhio destro che a quello sinistro.

 ***

Da Hertie [grandi magazzini], all’ultimo piano, c’erano i generi alimentari. Eravamo tre ragazze, da Hertie volevamo comprare zucchero, sale, uova, carta igienica e dentifricio. Non sapevamo le parole. Zucchero, sale. Per descrivere lo zucchero, mimavamo l’azione del bere caffè e poi dicevamo schak, schak. Per descrivere il sale sputavamo sul pavimento di Hertie, allungavamo le nostre lingue e dicevamo "eeee". Per descrivere le uova giravamo le spalle alla commessa, ancheggiavamo con i nostri sederi e dicevamo: "gak, gak, gak". Ricevevamo zucchero, sale e uova, per il dentifricio non ci riuscivamo. Ci davano detersivo per le piastrelle. Così le mie prime parole in tedesco furono schak, schak, eeee, gak, gak, gak.

(traduzione di Graziella Perrone)


affrancato e spedito da Effe | 00:42 | commenti (31)

THE CURE
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