URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, luglio 25, 2005

Summer time
(and the living is easy)

Molte cose ci sarebbero da dire ancora, e altre da raccontare.
Ve ne faccio grazia.
Il blog, in anticipo sul blogger, chiude per la vacatio estiva.
Herzog ormai è stagionato, più che adulto, e andrà a fare le sabbiature e a passare le acque in una stazione termale.
Dappoiché la ripresa preautunnale porterà, come da tradizione, un’autentica moria di blog, saluto tutti coloro che non rivedremo più (suvvia, ora non fate gestacci).
Grazie, è stato bello.
Né tampoco è certo che sia Herzog a ripresentarsi ancora in scena.
Quel ch’è certo è che questo post c’è; se ve ne saranno altri in futuro, non è dato sapere.
V’invito pertanto ad approfittare dell’occasione, forse estrema, per affiggere nel commentarium le vostre doglianze, rivendicazioni, appelli, suppliche, fatwe, dichiarazioni di sentimento, ultimatum ed esazioni di credito (si paga solo a mezzo cambiali di lungo corso).
Conducetevi bene, e i cagionevoli non scordino la maglietta della salute.


affrancato e spedito da Effe | 09:11 | commenti (92)


giovedì, luglio 21, 2005

Il Grande Fratello?
Si chiama Splinder

Inorridisco.
S’alzi alto il grido, si denunzi lo scandalo, s’affilino l’arme e ci si accinga alla pugna.
Il fatto ha dell’incredibile, per la sua invasività.
Mi è stato rivelato (una soffiata, che altro?) che, nella pagina del Profilo di ogni blogger ospitato su Splinder, è riportato l’elenco degli ultimi 20 commenti, in ordine di tempo, vergati dal blogger stesso nell’universo splinderiano.
Come altro chiamarla, questa, se non una mappatura dei movimenti del singolo all’interno della blogosfera?
Il blogger viene spiato, osservato, guatato, pedinato, seguito.
Controllato.
C’è tutto: link al blog commentato, link al post, giorno e ora del commento.
Qualunque troll, o capufficio, o amante geloso, può verificarne l’attività commentatoria e mettere al blogger il sale sulla coda.
Si dirà: ma il commento è un fatto comunque pubblico.
Sì, però.
Anche il cammminare per strada è un fatto pubblico, ma come vi sentireste ad essere perpetuamente spiati da una telecamera che permetta ad altri di conoscere ogni sosta che fate davanti a un negozio (e a quel negozio in particolare), ogni parola che scambiate con un passante, ogni azione che andate a compiere lontano da casa vostra?
Ecco, la situazione è infatti quella.
Si dirà (ancora?): esiste comunque la possibilità di deselezionare l’opzione, oscurando la mappatura dei commenti.
Ma andava fatto l’esatto inverso, da parte del Sig. Splinder.
Questa opportunità doveva essere semmai messa a disposizione degli esibizionisti, e non inserita di default e, soprattutto, senza segnalazione preventiva, all’interno di ogni blog.
Possibile che non ci sia mai un Rodotà, magari anche di seconda mano, quando serve?
Per intanto, sappiate che ieri vi ho spiati, ho saputo quel che avete fatto e detto, tutto e ogni cosa.
So dove abitate.
Il prossimo avvertimento sarà una testa di cavallo mozzata tra le lenzuola.


affrancato e spedito da Effe | 10:21 | commenti (105)


martedì, luglio 19, 2005

Specificità del blog: la scrittura post mortem

Si è spesso detto, in senso non positivo, che la scrittura digitale sarebbe effimera e impermanente (l’impermanenza è poi concetto da rivalutare, ma non qui e adesso).
In effetti si dicono spesso sciocchezze, parlando di quel che non si conosce.
Non è difficile confondere l’essenza transeunte e mai definitiva della scrittura elettronica, con la sua presunta aleatorietà.
Al contrario, le parole in rete restano, circolano, si amplificano, rieccheggiano.
Blog cancellati e non più esistenti continuano nella loro immanenza, recuperabili con la Wayback Machine.
Ma non solo.
Ha fatto clamore il caso di Ciro Milani, giovane blogger che ha illustrato per mesi, sul blog, il suo progetto di suicidio - progetto che poi ha realizzato saltando da un parapetto.
Ancora oggi, dopo giorni dalla sua morte, il blog viene aggiornato dai post che WordPress ha in memoria, programmati per comparire post mortem.
Con nessun altro mezzo questo sarebbe stato possibile; neppure gli inediti cartacei, a volte scoperti anni dopo la morte del loro autore, appaiono paragonabili, perché l’inedito ha necessità di un agente esterno, per essere ritrovato, identificato e pubblicato (ovvero censurato e nascosto).
Qui, invece, la scrittura si ritrova e si pubblica da sola.
Al di là del giudizio etico (o estetico, come dice Mantellini) sulla vicenda, è meraviglioso e terribile pensare che la nostra scrittura digitale è così poco effimera da potersi disvelare in rete, certo grazie a noi, ma anche senza di noi.


affrancato e spedito da Effe | 11:16 | commenti (75)


Migrazioni

Cataloghi, caselle, cartellini, classificazioni, etichette. 
Esiste, per tutto, una definizione.
Qui si è piuttosto allergici al concetto ma, anziché evitarle, si cerca di moltiplicare le definizioni all’infinito, in modo che non de-finiscano affatto, ma diano sempre nuovi inizi.
Oggi tocca ai blogger.
A seguito dei timidi contatti avuti nei giorni scorsi con alcuni blog portoghesi (a cui si sono aggiunti qui, visitatori di passaggio, Carlos Gil e Theo) è avvenuto che un blogger portoghese, Speak Easy, scrivesse sul già citato A Cidade Surpreendente (che ha dato una bella definizione - appunto - di herzog), rivolgendosi all’autore Carlos Romao più o meno così:
Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, ho scoperto il tuo blog dopo essere passato per quello italiano".
Un lungo viaggio, in effetti.
Questo in realtà è ciò che siamo: nuovi migratori oltremodo sedentari.


affrancato e spedito da Effe | 10:31 | commenti (8)


lunedì, luglio 18, 2005

Achab

Da lontano, quando ogni volta appare, è come nuvola incorporea e bianca, giunta per caso al suolo perdendo per distrazione il cielo;
oppure, ha sembianze di bagliore chiaro, ed è lampo, e però lento;
o ancora, è il riflesso di un sole tramontato altrove.
Ma poi, più da presso, i suoi contorni diventano allora più solidi e densi.
Non bagliore, o nuvola.
Vecchio, ma di una vecchiaia senza motivo, arresa al solo biancore dei capelli crespi.
Avvolto a crisalide, in inverno e in estate non di meno, nello stesso impermeabile chiaro, senza perdono chiuso sempre fino al collo.
Ai piedi, qualche moneta in un cappello rovesciato, ma un po’ discosto, come se non ne conoscesse l’appartenenza.
Appesa sul petto, ancorata con cinghie di cuoio che stringono le spalle e muovono onde sull’impermeabile, porta una vecchia fisarmonica d’argento e azzurra, priva dei tasti per metà e con il mantice slabbrato e rotto, inutile medaglia al passato ormai, che espone allo sguardo pieno della gente.
Lo si può trovare ad ogni crocevia della Città Grande – per poco ancora qui, ieri lungo una strada già lontana, e poi più oltre ancora.
Inspiegato e immobile, ma ubiquo, presente ogni giorno e ovunque, fermo all’apice dell’improvviso incontrarsi per poi subito perdersi di tutte le strade.
E guarda.
Guarda lui con immutabile distanza la gente che passa, e le auto, e la vita che scorre via veloce.
Non fa nient’altro, solo osserva.
Lo si potrebbe credere non vero, così immobile, un errore forse del nostro pensare, se non fosse per quel rapido contrarsi del braccio destro che si alza fino a sfiorare la bocca con una sigaretta accesa sempre, inesauribile come l’oscillare continuo del braccio, che ogni volta torna a rilasciarsi lungo il fianco - il fianco avvolto nel baco dell’impermeabile chiaro, e poi ancora su, e sempre, ancora, per sempre.
Fuma.
E osserva.
Con attenta indifferenza, tutto e ogni cosa, e di noi ciascuno.
Ogni giorno, e di ogni giorno ogni notte, e ogni stagione, osserva.
E, dopo aver osservato, ci giudica?
Condanna le nostre vite?
La mia, come le altre, gli è nota?
Saperlo è impossibile, immobile il volto che non cede consapevolezza o pensiero, e nello sguardo non si accende, rapido, nessuno stato d’animo; è uno specchio, e come uno specchio riflette ciò che accade - non aggiunge, non toglie, solo è.
La testa non si volge, non a destra, non a sinistra, non segue lo sguardo nulla e nessuno.
Solamente osserva il momento che gli accade dinanzi, come se avanti a sé non avesse che un solo presente.
Ma tutto passa di lì, tutto si offre ai suoi occhi, lungo le strade che si incrociano ad ogni angolo della Città Grande.
Nulla resta lontano dal suo sguardo immobile.
E lui osserva.
Fuma.
E Osserva.
Achab, lo chiamo e lo spero, vedetta sulle esistenze, pronto a lanciare il segnale di avvistamento non appena qualcosa increspi la superficie delle nostre anime.
"Là, ecco, si muove, si contrae, vive!".
Resiste lui, marinaio di tolda, incurante di vortice e libeccio, capitano di vela e d’altre vite.
Io so, nei momenti miei di dubbio e di speranza nessuna, quando il certo non è più probabile del possibile, io so che basta allora uscire di casa per subito incontrarlo nelle vie, e sapere così con sicurezza che il mondo non è scomparso.
Non ancora.


affrancato e spedito da Effe | 01:28 | commenti (32)


giovedì, luglio 14, 2005

Trippa alla maniera di Oporto

Quanto è ampia, la realtà?
Quanto misura il mio mondo?
Lo domandavo ad alta voce ieri.
D’accordo, in quel momento non c’era nessuno nella stanza, oltre a me, ma comunque mi è parso seccante non ricevere risposta.
L’argomento, da queste parti, non è nuovo: il mondo esiste nella misura in cui lo possiamo dire.
La realtà arriva fin dove c’è una parola per raccontarla.
E’ la parola a essere l’unità di misura del mondo. La realtà esiste fin dove una parola arriva a far luce.
(Sì, ma cosa c’entra Oporto? A parte l’immediato riferimento per gli amanti della poesia lusitana - ma anche della gastronomia, certo - solo un attimo di pazienza, prego).
Ci si lamenta spesso del fatto che la rete è in realtà un cortile, anche se ben frequentato; dopo un po’, tutto appare scontato, già visto.
Si avverte la necessità di nuove parole.
(Oporto! Oporto! D’accordo, ora ci arrivo).
Capita che una visionaria gallega segnali a un editore mediterraneo un blog portoghese di immagini e parole, A Cidade Surpreendente.
 "...a inefável leveza da luz", si legge su quel blog, che disegna profili della città di Porto (ah, era ora).
Capita poi che, di link in link, si arrivi, passando dai commenti della Cidade Surpreendente, ad un altro blog dal nome apparentemente italiano, Zona Franca.
E poi invece no, il blog è portoghese, l’autore di Porto anch’egli.
Capita che, in uno dei suoi ultimi post, si legga questa frase: "Depois de uma passagem pela blogosfera nacional...".
Blogosfera.
Leggere questa sola parola ha allargato sensi e realtà.
Dunque, questo termine semplice, blogosfera, si usa anche in portoghese.
Da una rapida ricerca su Google, scopro che il termine viene utilizzato anche in spagnolo.
E portoghese e spagnolo significano non solo Europa, ma anche America Latina.
D’improvviso, ho sentito che i muri del cortile si allargavano, spostandosi, ed entrava ora più luce.
La semplice condivisione di una parola da parte di centinaia di migliaia di persone insospettate ha dilatato il mondo che so dire.
Quanto è grande, la realtà che conosco?
Da ieri, un po’ di più.


affrancato e spedito da Effe | 09:53 | commenti (64)


Tutto si spiega

Il ricordo è fumoso, ma ieri (ieri?) in un occhiello (era un occhiello?) su Repubblica online, laddove si parlava di uno studente universitario che ha ucciso a pistolettate un altro studente (eh, no, non ho il link, altrimenti che ricordo fumoso sarebbe?) si concludeva dicendo: Entrambi avevano un sito.
Così, come una volta si sarebbe detto Entrambi erano massoni, oppure Entrambi da piccoli rubavano merendine a scuola.
Osservazioni, queste, che permettono alla gente di dire Ah, ecco perché.
Sappiatelo, dunque, che qualunque cosa anormale vi capiti, scriveranno di voi Aveva un blog.
Ah, ecco perché (avvertite, in ogni caso, almeno i vostri intimi).

[aggiornamento: clamorosi sviluppi lombrosiani all'interno dei commenti]


affrancato e spedito da Effe | 09:36 | commenti (30)


martedì, luglio 12, 2005

Il Rabdomante

L’acqua cerco, profonda e buia, la fonte che altro non vuole se non libertà e luce.
Io libero l’acqua, spezzo catene, sconfiggo la maledizione di sassi e di radici.
L’acqua gorgoglia e danza, scavando tra pietra e terriccio.
Ha un suo canto, l’acqua, una musica, un ritmo che lei conosce.
E quando, con il mio bastone dalla punta doppia come la verità, il bastone che vibra e mi percuote e lacera, trovo infine quel ritmo, e inizio il canto, lì è l’acqua, ancora una volta l’acqua, l’acqua infallibilmente
.
Cominciava allora ogni volta a cantare il suo canto acquoreo, ritmando le parole sconosciute con il battito del cuore e con il passo.
Un battito, un passo e una nota, modulati in un movimento unico e fluido, richiamo per il liquido nascosto che scorreva puro sotto i nostri piedi.
Cantava un canto tellurico e buio che pulsava nelle vene sotterranee, laggiù nel profondo, vibrando attraverso arterie di magma, fino ai capillari rocciosi e fragili in superficie.
Rispondeva allora il tuono, rombava ritmica la terra, e la pioggia cadeva, chiamata come simile e uguale dalle polle ctonie, e da lontano ecco le onde di un mare, e cielo e terra, e fuoco, e tutto era vivo, tutto danzava una nuova creazione intorno a quel piccolo uomo.
E lo si sarebbe potuto dire un sogno, quello spettacolo terribile, o un nuovo inizio.
Ogni volta, un’oscurità-nuvola-tempesta si rovesciava intorno a noi, e folgore e tuono seguivano i ritmi del canto.
Nel buio improvviso, la sua sagoma sottile illuminata a tratti in controluce dalle rapidità elettriche tra cielo e terra, e lui, come sulla cima di un monte appena innalzato dalla pressione delle ere geologiche in movimento, lassù in alto, sopra di noi e al centro di tutto questo.
E l’onda del suo canto tesseva e ordiva l’ordine delle cose e la forza delle maree, e molti soli nascevano a vorticavano attorno ai punti cardinali, e nuove costellazioni tracciavano destini futuri.
E quando finiva il canto, ecco che la tempesta, il tuono, il buio e l’onda e tutto quanto era scomparso, e mai esistito se non nel canto che terminava.
E quando ogni cosa era conclusa, e l’ultima vibrazione spenta, e placati gli elementi, allora in quel punto preciso, da quel punto sgorgava, ogni volta, la sorgente liberata infine.


affrancato e spedito da Effe | 10:37 | commenti (53)


venerdì, luglio 08, 2005

Un giorno normale

All’ora consueta la radiosveglia diffuse le prime notizie del mattino.
Fuori c’era una luce tiepida e poca vita.
Spense la sveglia con gli occhi ancora socchiusi, e si alzò piano per non destarla. Lei avrebbe dormito ancora un’ora, prima di portare il bambino a scuola.
Un doccia rapida, e poi la barba rasata con cura.
Di fronte allo specchio del bagno si toccò la guancia destra, da cui arrivavano deboli segnali. Non aveva poi fatto in tempo a passare dal dentista per quel molare.
Rientrò silenziosamente nella stanza da letto, e prese la camicia bianca dal servo muto. L’aveva indossata anche il giorno prima, e attorno ai polsini c’era un’ombra rilevabile appena.
Prese dal guardaroba una camicia azzurra e una cravatta scura, poi andò in bagno a posare la camicia bianca nel cesto della biancheria da lavare.
Mentre in cucina l’aroma del decaffeinato stentava a svegliarlo definitivamente, controllò la posta del giorno prima. Un paio di bollette già addebitate sul conto corrente, e la pubblicità di un nuovo supermercato a due isolati di distanza.
Segnò sulla lavagnetta appesa alla parete un paio di appunti: bisognava passare in tintoria a ritirare la sua giacca beige, e poi era quasi finito il caffè.
Controllò che il bambino dormisse quieto. Quel pomeriggio, a scuola, c’era la recita scolastica. Aveva studiato bene la sua parte, c’era da essere sicuri che li avrebbe resi orgogliosi.
Indossò la giacca e un soprabito leggero.
Allo specchio piccolo, quello accanto all’ingresso, affidò gli ultimi ritocchi al nodo della cravatta, poi uscì.
Richiuse piano la porta alle sue spalle, per non disturbare.
Diede uno sguardo al giardino. L’erba l’aveva falciata il giorno prima, e le siepi erano ancora sufficientemente regolari.
Intorno, altre case uguali, e giardini, e siepi.
Si avviò a passo tranquillo verso la metropolitana, sistemando meglio, sotto la camicia, la cintura pesante di esplosivo che gli premeva sul fianco.


affrancato e spedito da Effe | 08:55 | commenti (28)


mercoledì, luglio 06, 2005

I Dieci Motivi confessabili – in ordine sparso – per cui la chiamiamo Vita

Non guardatemi così, non è mica colpa mia.
L’estate è, notoriamente, stagione di test sui rotocalchi (Scopri quant’è focoso il tuo commercialista) e di elenchi sui blog.
Ora, prima di ridere del mio decalogo, provate un po’ a pensare al vostro.
Ah, ecco.

  • la Sacher Torte (degustata a Vienna, così è più snob, però indossando bermuda da turista)
  • Fernando Pessoa (per avere sottomano un’intera letteratura)
  • i viaggi (con qualunque mezzo, ma soprattutto in moto)
  • i Beatles (questa è per far arrabbiare giovani e giovanilisti)
  • la pizza (cotta rigorosamente nel forno a legna)
  • le elezioni politiche (solo nel caso in cui)
  • il Torino in serie A (vabbé, dai)
  • le persone che ami (tirate fuori i fazzoletti)
  • il pensionamento di Bruno Vespa (ammesso di sopravvivere fino ad allora)
  • i blog (dio, che insopportabile piaggeria)

affrancato e spedito da Effe | 10:11 | commenti (92)


martedì, luglio 05, 2005

Un clima da caccia allo Strega

Sabato scorso, su l'Unità, è stato pubblicato questo articolo di Lello Voce (spero che il link sia giusto, sto operando bendato a causa del firewall aziendale) a proposito di Premi, Streghe, Parpaglioni e Minima Faxa assortite e varie.
Credo che siano state sue le parole più dirette e sincere su un mondo in cui il più innocente fa il sicario prêt-à-porter, e il più pulito un po' di rogna ce l'ha.
E pensare che non sono nemmen convinto che l'innocenza sia virtù davvero indispensabile e financo opportuna.
Ma almeno il pudore, almeno quello, sì.


affrancato e spedito da Effe | 14:22 | commenti (53)


lunedì, luglio 04, 2005
Il Derattizzatore

E’ questa, allora e infine, la somma d’ogni conto, l’attimo del vero, quello da cui nessun ritorno è possibile più.
Io e te, e null’altro ancora.
Siamo rimasti in due, cacciatore io e tu preda, e una distanza breve a dire la differenza di ruolo e di destino.
Così rapida e feconda, la tua specie, così avida di ogni scarto minimo di vita da aver messo in pericolo la nostra stessa sopravvivenza.
E’ stata non una battaglia, ma una guerra di mondi, ovattata e occulta nei sotterranei oscuri ma non violenta meno che il sacrificio d’Ilio. //
                            // Poiché sotto i lor duci ambo schierati gli eserciti si fur, mosse il troiano come stormo d'augei, forte gridando e schiamazzando, col romor che mena lo squadron delle gru, quando del verno fuggendo i nembi l'oceàn sorvola con acuti clangori 
Voi piccoli, numerosi e feroci, sicuri noi della nostra intelligenza, fino quasi a morirne.
Finché non fummo addestrati noi, portati per sempre via alla nostra vita d’allora per avere come unica ragione morte e vita – la vostra, la nostra, e l’una all’altra insieme.
Anni e giorni trascinati uno dietro l’altro a denti stretti, e tornati mai.
Chissà dov’è la mia vita d’un tempo, dove quel me stesso che ero, che forse sarei stato.
Li hai veduti tu, e anche io, i miei simili e i tuoi cadere uno a uno, ché il fato rincorrere si fa, e mai raggiungere.
E adesso, e qui, non ci siamo ora che noi, l’ultimo io, e così tu, a decidere infine la sorte con le nostre stesse mani //
                                                                              // con le nostre stesse mani.
Ti attendo qui da ieri, immobile, silenzioso, teso, pronto.
Ti nascondi da ieri tu, pronto, teso, silenzioso, immobile.
Chi farà dei due il primo passo falso, chi l’ultimo errore?
Ti ho conosciuto, in questo lungo tempo, osservandoti, imparandoti, fino a distinguerti in mezzo ai tuoi, per noi così tutti uguali.
Ho previsto ogni mossa, non voltandoti le spalle mai, senza offrirti debolezze.
Ho seguito i tuoi occhi arrossati muoversi al passo oscuro della notte //
                                                                            // night // nuit  // noche // noite // nacht.
Ho atteso il momento, e il momento ora è questo.
Vieni, dunque.
E’ pronta l’esca, pronto il movimento che darà inizio alla tua fine.
E dopo, per me, di me, cosa resterà?
In questo mondo vuoto ormai, in questo angolo di terra invecchiato senza di noi, cosa farò infine?
Così a lungo non sono stato altro //
                                                                           // Così a lungo non sono stato altro che colui che doveva cancellare te, che cancellandoti scomparirò forse anch’io.
Ma non è questo, non per arrendermi alle domande sono stato programmato.
E allora vieni, vieni alla tua, alla nostra fine che sento ormai vicina, vieni allo scoperto, vieni a dirmi cosa accadrà di me.
Forse ti amerei, in questo istante estremo, forse ti odierei, se fossi in grado di amarti e di odiare.
Ma sono solo calcolo e tensione.
Vieni, allora,
[#CCCCCC 1px solid; PADDING-RIGHT: 4px; PADDING-LEFT: 4px;]
non resistere ancora, non farmi attendere finché i miei circuiti saranno esauriti e spenti.
Vieni, e termini con te la tua specie.
Vieni, infine, tu, ultimo degli Uomini.


affrancato e spedito da Effe | 00:37 | commenti (37)

THE CURE
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