URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
martedì, febbraio 28, 2006
This is not a lit-blog
A scanso di ulteriori equivoci, si precisa che Herzog è un blog irregolare, irrispettoso, irridente (soprattutto verso se stesso).
A volerlo comprimere in una definizione sola, proprio non ci sta.
Ma se volete sapere cos’è invece un lit-blog, allora l’occasione è propizia e non sfugga: Isabella Moroni apre LibroBlog, che “vuole essere il luogo di ritrovo degli appassionati della lettura, dei libri e della scrittura. Il senso di questo blog non è di dare alle persone notizie sul prossimo best seller (che d’altronde si trovano facilmente ovunque), quanto di far riscoprire, che so, Achille Campanile illustrato da Peynet. E lasciare sempre un piccolo spazio anche alle scritture (inedite, edite ed esordienti) di chi merita. Parlandone insieme. Con tutti i lettori, gli appassionati, i bloggers. Scambiando idee, proposte e notizie”.
Lo strappo l’aveva aperto la moglie del maniscalco, che leggeva vite in fondo agli occhi: amerai per sempre un uomo solo, e avrà lui destino di falco e corpo di serpente.
Ma lei lo aspettava anche da prima – solo, adesso sapeva da cosa lo avrebbe riconosciuto. Furono allora notti in attesa, e mani che stringevano il cuscino.
Era bella, e non era il primo a chiederla così in sposa. A tutti dava lei l’identica risposta, e tutti la sospiravano, e per sempre.
La chiese anche lui, ed era un pomeriggio come questo, con l’aria gialla di polvere di sole.
Amerò per sempre un altro, e avrà corpo di serpente e destino di falco.
Lui andava in giro per valli ad aggiustare cose, e riparava finimenti e forconi, e vecchi muri, e ossa rotte, e ferite aperte. Avrebbe aggiustato anche un amore così.
La prese lo stesso, allora, e nel paese chiunque lo invidiava, e di più lo compativa.
La casa era lassù, a monte del paese, e aveva scucito il tempo tetti e muri, e slegato le finestre. Lui aggiustava cose, e aggiustò una vita per loro due.
Nella casa sul bricco, ogni giorno rotolava pieno e lento. La notte, però, lui si svegliava carezzando la sua assenza a metà letto.
La cercava, allora, e lei era sotto il portico, o dietro al pozzo, o dopo il campo, a cercare con lo sguardo tra terra e buio, verso quella parte d’orizzonte da cui, solo a desiderarle, nascono promesse.
Lei stava in piedi, scalza ad affondar radici, abbracciata alla camicia da notte che un vento leggero sbandierava piano.
Lui la prendeva per mano, ed era come se dovesse ogni volta insegnarle di nuovo a camminare. La riportava in casa e la baciava sugli occhi, a cancellare quello che non aveva visto.Poi la spogliava piano, e le ricordava come amare, e dividevano in due un amore solo, il suo, ma a luce spenta, che non voleva vedere il suo sguardo lontano.
Al primo anno la notte lo fermò dall’altra parte della valle. Mancava ancora qualche ora di cammino, e la pioggia non allentava. Ma lui sapeva di dover tornare, non poteva lasciarla sola contro la notte intera.
Arrivò scavando il fango con un passo che non sapeva attendere, e trovò la casa al vuoto. Andò avanti ancora, verso quella linea d’orizzonte.
Il sentiero scendeva buio giù al paese, contando dieci volte cento passi. Solo dalla taverna arrivava luce, e lì la trovò, con la camicia da notte bagnata che raccontava il corpo pieno, e braccia d’altri che la stringevano ridendo.
Tutti gli sguardi caddero a terra, quando entrò lui, e in silenzio.
Non disse nulla.
Aveva una crepa che lo attraversava dentro, ma avrebbe aggiustato anche quella.
La sollevò, e lei era come addormentata. Sotto l’ultima parte della notte che cadeva a inzuppare ogni mondo, tornarono alla casa vuota. Lui le asciugò i capelli lunghi, e le regalò un sonno breve e senza sogno.
Per l’intera vita, poi, tutti e due avevano aspettato, ma i loro occhi in attesa non si erano trovati mai.
Sedevano adesso vicini, sulla panca sotto il patio, con la schiena contro il muro caldo.
Lui guardava il pomeriggio giallo, pensando a tutta la vita, a tutte le vite passate lassù ad aggiustare, ad attendere, a riportare indietro.
Per lui erano trascorsi cinquant’anni, nascosti tra le rughe della pelle cotta al sole.
Per lei sembrava passato un sogno breve, tanto era uguale a quello che era stata.
Lui sentiva che i ricordi lo abbandonavano piano, e sapeva cosa questo volesse dire. Comprese allora che non poteva più aspettare, e le domandò se, in tutti quegl’anni, almeno per un’ora, un istante, uno sguardo, l’avesse infine amato mai.
Lei gli prese la mano macchiata e stanca, baciandola con labbra ancora rosse.
Hai avuto di me ogni giorno, il mio lavoro e il mio riposo, la prima parola al mattino e l’ultima sul far di notte. Ma io ho amato un uomo solo, che aveva destino di falco e corpo di serpente. Ho amato lui, ho amato la sua stessa attesa.
Lui aggiustava agli altri ogni cosa. Ma quell’amore, invece, no.
Si alzò nella vertigine.
E’ calato il sole, disse, ed erano le tre del pomeriggio. Scivolò a terra senza rumore, e fu un momento breve, che a vivere occorre tempo, ma a morire no.
Lei lo guardò prima senza capire, poi s’inginocchiò al fianco, e prese a cantare un dolore con voce tiepida. Adagiò la testa di lui sul grembo, cullandolo lieve, mentre lacrime che non aveva pianto mai sapevano ora di ferro e vento.
Lo cantò e lo cullò e pianse fino a sera. Poi trascinò il corpo, leggero ormai di vita e pesante d’ombra, fino al pavimento di cucina.
Lo spogliò, per la prima volta in luce e non nel buio, poi prese acqua calda e sapone per lavar via dalle rughe fonde il colore della terra e del lungo tempo, e olio profumato per confondere la durezza dell’ultimo giorno.
Lavò con cura il volto e il petto e i fianchi e le gambe che erano state dappertutto.
Poi lo girò con fatica, che il corpo era rigido e distante, e adagiò il petto e il ventre sul pavimento nudo.
Avvicinò il saponee l’acqua, e lì si fermò.
La schiena sua di anni e attese, cotta dalle estati e bianca d’inverno, terminava in una minuscola coda a squame.
Sulle spalle, cicatrici fonde raccontavano, inutilmente ormai, di giorni oppure sogni, un tempo alati.
Ora, non è che io sia proprio favorevole all'eventuale ritorno di una rigida divisione in corporazioni d’arte e di mestieri:
E neppure può trattarsi di etnofobia gastronomica.
E però, togliete a un uomo i suoi pregiudizi in fatto di cucina: che cosa ne resterà, di minimamente rilevante?
In terra sabauda il fenomeno è presente ma non radicato, il che mi permette ancora di stupirmene. In effetti, se nello sbirciare all’interno di una pizzeria mi accorgo che il manipolante pizzaiolo ha tratti nord-coreani, basisco (pur se, in un agone internazionale a base di margherite e quattro stagioni, ricordo vincitore un asiatico, con gran scorno dei Ciro e dei Gennarino).
M’incuriosisce e spesso mi appaga la cucina etnica, e tuttavia avrei un moto di malsopportazione, se ritrovassi nelle cucine di un ristorante cinese un cuoco quechua.
A volerlo confessare, l’intolleranza nei confronti delle commistioni etnogastronomiche deriva da un fatto lontano.
S’era adunque attraversata da sud a nord l’Europa a bordo di una vetturetta e, dopo un soggiorno a Oslo, avevamo traversato il vasto altopiano del Telemark per raggiungere le coste occidentali.
Velocità massima consentita: 60 chilometri orari.
Polizia stradale in agguato dietro ogni pinastro.
Pericolo attraversamento alci.
Durata del viaggio: ore 14.
Giunti infine a Bergen (ridente villaggio di pescatori eccetera, case di legno colorate eccetera, pesca alla balena eccetera) ormai ridotti a larve neppure umane, apprendemmo che il soggiorno in città era impossibile, causa un entusiasmante evento che aveva portato il tutto esaurito: un convegno internazionale di odontoiatri.
Ci venne quindi indicata una sistemazione a qualche chilometro della città.
Ora, voi avete conoscenza di come sia, la vita sociale dei paesi nordici dopo le ore venti: inesistente. Nessuno per le strade a cui chiedere informazioni sulla nostra meta, che risultava sconosciuta sulla cartina. Non un locale aperto. Il grande, profondo, terribile nulla.
Dopo aver vagato a lungo, digiuni, spossati e con qualche preoccupazione per il futuro nostro e del mondo intero (più per il nostro, invero), fu il fato a portarci in una stradina, dove un’insegna luminosa e nota fungeva da faro: Pizzeria.
Diamine, paisà, finalmente degli esseri minimamente vivi cui chiedere notizie dei luoghi in mezzo alle selve.
Entrammo quindi nel locale gridando a squarciagola le immortali note di Italia, Italia! di Mino Reitano, mentre il resto della nostra truppa restava in strada, multibalzante, a cantare Chi non salta norvegese è.
E poi, finalmente, dalle cucine, ecco un volto sorridente.
Molto sorridente.
Occhi scuri.
Molto scuri.
Pelle olivastra.
Molto olivastra.
Un indiano.
In una pizzeria.
In Norvegia.
Tacquero i cori, caddero le mascelle, si piegarono le ginocchia.
Tentammo una difficile conversazione. L’indiano non parlava inglese (forse per un rifiuto storico-coloniale), noi non parlavano hindi, e nessuno parlava norvegese. Noi pronunciavamo in modo approssimativo il nome del luogo che dovevamo raggiungere, e l’indiano cortese rispondeva Namasté, Namasté.
Per rendere breve una storia troppo lunga, a notte fonda individuammo infine la nostra sistemazione (una colonia per bambini, con letti di adeguate dimensioni - adeguate per i bambini, dico).
Poiché le cucine erano chiuse, e d’intorno non c’era possibilità di rifocillarsi in alcun modo, dividemmo equamente in sei porzioni un pacchetto sottovuoto formato tascabile di noccioline salate (numero due noccioline a testa). Quello fu l’unico pasto della giornata.
Da quel dì, lo confesso, aborro gli indiani norvegesi, la pizza nord-coreana e la cucina cinese quechua.
Alcuni di noi s’ostinano a rimanere abbarbicati al passato, tardoromantici che altro non siamo, tentando di risolvere equazioni oramai impossibili.
E’ inutile pensare ancora che mille Euro equivalgano pressappoco a milioni due delle Lire fuori corso. Ve ne sarete ben accorti, che il rapporto non ha più senso: mille Euro sono mille Euro, neppure uno di più.
Questo per dire che le cose in effetti cambiano anche contro il nostro parere; occorrerà prenderne buona nota.
Considerate ad esempio
la Torino pedemontana, capitale sabauda augusta e angusta. Ve l’immaginate certo, voialtri foresti, come grigia e bigia metropoli preterindustriale.
Macché.
In questi giorni Torino è talmente cambiata da non poterla riconoscere. Vie pavesate, direzioni di marcia modificate o proibite, corsie stradali olimpiche, segnaletica sorprendentemente incomprensibile (se sapete decifrare diciture come PV 26 X #§ FJ gnec gnec, mandatemi un messaggio in bottiglia).
E’ talmente cambiata, la città, che occorre prestare attenzione, nell’uscire di casa al mattino; non è detto che a sera si ritrovi la strada del ritorno. E a domandare indicazioni, è probabile che si riceva risposta in indi-hurdu.
Il cambiamento più eclatante è dato infatti dalla popolazione multietnica e varioparlante.
Siamo diventati attori sul set internazionale di un film olimpico, e ognuno interpreta il proprio ruolo.
Il torinese, assediato, recita il ruolo dell’entusiasta (Tutto magnifico, anche la metropolitana costruita per l’occasione e che non funziona), dell’infastidito (Tornate a casa vostra a lavorare, lazzaroni) ovvero dell’indifferente (Olimpiadi? Quando?).
Anche gli ospiti stranieri recitano bene il copione. Vidi io stesso, ieri l’altro, un giapponese che fotografava, sfidando in t-shirt un’improvvisa nevicata, un edificio civile, sfolgorante esempio di barocco piemontese. Peccato si trattasse di un trompe-l’oeil, uno di quei teloni a che riproducono palazzi a grandezza naturale, e che coprono in realtà macerie non ristrutturate.
Ma insomma, è pur straniante navigare d’improvviso immersi in un mare agitato di idiomi diversi e confluenti.
Mi trovavo così sul solito tram della linea 18, pieno fino allo straripo d’ogni etnia. Una torre di babele orizzontale e vociante.
Accanto a me, la delegazione olimpica australiana (ma che, ce l’hanno davvero la neve, in Australia?), con il loro idioma saltellante, in lieto conversare con l’inglese largo e tutto denti degli americani.
Dietro di me, la parlata schioccante di un gruppo ispano-americano. A sentirli distrattamente, sembrava ripetessero in continuazione Cucaracha, cucaracha. Un dialogo piuttosto monotono, in effetti.
Di contorno, i francesi arrotati e blesi, l’ugro-finnico smozzicato, l’afrikaans zeppo di nasali, il panslavo dolce e scivoloso, il nipponico marziale e tagliato con l’accetta.
E tutti, tutti parlavano ad alta voce.
Io stavo giustappunto compulsando un libercolo sulle lezioni americane di poesia di Borges, nella parte in cui si dice del ritmo, del suono, della magia del verso poetico, che sono universali e da tutti compresi.
Allora, vinto dalla suggestione del Grande Argentino, e colmo d’un afflato amoroso nei confronti della folla multiloquente, salii a vista su di un sedile (peraltro non libero) e, con voce epica e ardente, declmai a tutta Babele:
WHAT IS QUESTO INFERNO, CAINI CHE SIETE?
PRENDETE CE MOT PER AUTENTICA E VERA:
SI AHORA NON STATE SILENTI E IN QUIETE
OF COURSE IO NE SCHIAFFO QUALCUNO IN GALERA.
Si tacque allora di repente la folla alloglotta. Deh, possanza e malia dell’inclito verso.
Ho scoperto tante cose questi giorni, non posso dirle ancora per ragioni non del tutto chiare. O che non posso ancora spiegare.
(frammento quasi anonimo)
- E’ il nostro passato che non esiste. A ogni risveglio, ne deve sognare ciascuno un altro, e differente. Questo spiega molte cose.
Il giudice istruttore era arrivato la sera prima alla gendarmeria di Canelli.
Gli ultimi freddi avevano lasciato ormai le colline, e restavano ora certe sere nebbiose e basse che tagliavano gli alberi in due, e gli uomini.
- Intendete dire, signor giudice, che tutti e tre mentono?
Il brigadiere aveva ospitato il giudice nella foresteria, dove ora si trovavano entrambi, perché lo aiutasse a indagare sul caso inaudito.
- Intendo che tutti e tre dicono la loro verità.
Il giudice si mosse attraverso la stanza passando di fianco alla branda militare preparata per la notte. Con il piede sinistro toccò appena l’involucro che s’intravedeva al di sotto della branda, nascosto quasi del tutto dalle coperte che sfioravano il pavimento. L’involucro scomparve senza far rumore.
- Eppure – dubitò il brigadiere – non è possibile che dicano tutti la verità. Secondo la ricostruzione di Emma Belbo, il signor Legio, la vittima, sarebbe arrivato a Canelli con il postale del mese scorso. Stefano Belbo, marito di Emma, sostiene invece che Legio fosse qui da almeno sei mesi, mentre per il terzo, il conte di Prunetto, Legio era nato e vissuto qui. Quanto a noi, non abbiamo traccia della vita della vittima, del suo arrivo e della sua permanenza. Se non avessi visto io stesso il corpo e la ferita, potrei dubitare addirittura della sua esistenza.
Mentre il brigadiere parlava, il giudice aveva aggiunto alcuni ceppi nella stufa d’angolo, ravvivando la voce della fiamma.
- E tuttavia, anche la faccenda del corpo non è chiara - suggerì il giudice.
- Vi assicuro sul mio onore che io davvero...
- Ma certo, ma certo, perché dovrei dubitare della vostra verità? Ora lasciate che riassuma i fatti che mi avete raccontato. Qualunque sia il passato di questo Legio, nessuno si accorge di lui fino alla notte in cui vince alle carte da gioco la villa di famiglia dei conti di Prunetto. Legio permette al conte di continuare a viverci, ma come ospite intollerato, non mancando di ricordarglielo in tutti i modi possibili, e pubblicamente. Poi c’è Emma Belbo. Secondo quanto lei stessa riporta, Legio l’ha stregata, affascinata, vinta, avuta. Lui la portava spesso alla villa del conte, passando in pieno giorno per la strada principale di Canelli in modo che tutti sapessero. Infine c’è Stefano Belbo. Della relazione della moglie con Legio è di certo al corrente, ma per qualche motivo – codardia, oppure amore, che forse sono la stessa cosa – finge di non vedere.
Il giudice intanto si era avvicinato alla finestra stringendo nella sinistra una tazza di vino cotto, portato poco prima dal brigadiere. La tazza mischiava sul vetro il proprio fumo con la nebbia dei campi d’intorno.
- Tutto però precipita due notti fa – riprese il brigadiere. - Legio sta per partire per un viaggio, e decide di dare una grande festa alla villa dei conti. Tutto il paese è presente, tutti annusano l’evento. Durante la festa, e dopo qualche bicchiere, Legio caccia il conte, umiliandolo di fronte a tutti. Vattene, questa ormai è casa mia, non farti più vedere. Il conte si allontana, livido. Legio cerca tra gli invitati Emma Belbo, la trova, l’afferra alla vita ridendo e la bacia, tra lo scandalo di tutti. Stefano Belbo interviene, ma Legio estrae una rivoltella e lo minaccia. Vattene anche tu, vigliacco. La pagherai cara! inveisce Belbo mentre esce dal salone. Legio allora completa l’opera, rivolgendosi a Emma. E tu, cosa ci fai ancora qui? Mi sei venuta a noia. Sparisci, non farti più vedere. Andatevene tutti!
Il suono caldo del fuoco bastò a riempire per qualche attimo la foresteria, mentre i due uomini osservavano fuori dalla finestra il buio denso.
Giunto a metà della notte, il tempo scorreva ora più lento.
- Infine – riprese dopo breve il giudice – al mattino Legio viene ritrovato nel giardino della villa, con uno stiletto dal manico in madreperla piantato dritto nel cuore.
- Sì - confermò il brigadiere – lo stiletto risulterà mancare dalla collezione d’armi del conte. Al nostro arrivo, però, il pugnale non c’era più, durante il trambusto qualcuno dei presenti deve averlo preso. I tre sospettati, Stefano Belbo, Emma Belbo e il conte di Prunetto vengono ritrovati all'interno di locali diversi della villa. Non hanno mai abbandonato la casa, durante la notte, e avevano tutti e tre un ottimo movente per l’omicidio. Il cadavere è stato poi trasportato nella camera mortuaria del cimitero, dove ho disposto che due dei miei militari rimanessero a piantonare l’entrata. Alla sera di quello stesso giorno, e cioè ieri, siete arrivato voi, e quindi il resto vi è noto.
- So infatti che quando mi avete condotto alla camera mortuaria, il corpo non c’era più.
- I miei militari giurano sul loro onore di non aver mai abbandonato il piantonamento, ma non ci sono altre entrate oltre quella sorvegliata. Evidentemente, qualcuno deve aver trafugato il corpo con la loro complicità. Verranno deferiti alla corte marziale.
- Quando porterete i tre sospettati al carcere di Mondovì?
- Domani stesso. Mi domando però se mai si riuscirà a scoprire la verità. Nessuno di loro confessa, nessuno accusa l’altro, dicono semplicemente di non sapere nulla. Forse sono tutti e tre colpevoli.
- O non lo è nessuno. Accertare la verità non è poi importante, lo scopo è già stato raggiunto.
- Quale scopo? Cosa intendete?
- Tre persone sono state umiliate, ingannate, tradite, e ora verranno processate e forse condannate. In ogni caso, la loro vita è segnata. C’è la sofferenza, e questo era il suo scopo. Ormai sarà soddisfatto, del resto non gl’importa.
- Ma a chi vi state riferendo?
- A Legio.
- Parlate come se la vittima non vi fosse sconosciuta.
Il giudice guardò distratto le mani del brigadiere, che ora torturavano nervosamente il berretto della divisa.
- L’ho già incontrato altre volte, è la verità. E forse lo incontrerò ancora.
- Ancora? Ma questo non è possibile, Legio è morto.
Il giudice sorrise debolmente, socchiudendo appena la finestra per rinfrescare l’aria della foresteria, che sapeva di legna umida. Attratta dal vuoto e dal calore, la nebbia della collina entrò a sbuffi e a vortici nella stanza, insieme alla notte, innalzandosi in brevi colonne che subito si dissolvevano.
- Ci sono cose che ci aspettano, là fuori, e storie. Ma non possiamo sapere se stanno venendo verso di noi, o se si allontanano, invece, fino a scomparire col favore delle nebbie.
Ancora silenzio, ancora due uomini, ancora la notte che premeva.
- Andate ora, brigadiere, domani vi aspetta un viaggio non breve, e anche io partirò.
- Buonanotte, signor giudice – rispose il brigadiere, accennando il saluto militare.
Rimasto solo, il giudice si avvicinò senza fretta alla branda e, piegandosi, recuperò l’involucro nascosto.
Lo svolse con attenzione e poi, con un panno appena umido, prese a strofinare piano, per togliere le macchie di sangue dallo stiletto con il manico in madreperla.
(questa è, credo, una delle storie possibili contenute nel nick di Colfavoredellenebbie)
Trascrivo per vostro agio la seguente notificazione, tratta a guisa di amanuense da un documento originale dell’epoca ora esposto in uno studio legale, a motivo di ben numero cinque concause:
- per farvi munifico dono di una scrittura che ha dell’inconsueto;
- perché ivi si favoleggia di tempi in cui la pericolosità di un uomo era calcolata sulla scorta della sua malizia;
- perché, anche in tempi presenti, il brano serva da monito ai pendolari delle FF.SS. e agli amici NO-TAV che covino eventuali intenzioni facinorose;
- perché qui si parla spesso di scrittura dell’altrove, e una lettera dal passato questo è, e non altro;
- perché sì.
n. 18194/1845Imperiale Regio Governo di Milano
NOTIFICAZIONE
Sua Maestà I.R.A. si è degnata mediante veneratissima Sovrana Risoluzione 30 Gennaio 1847 di emanare le seguenti disposizioni sulla punizione del delitto di pubblica violenza per danni maliziosamente recati alle strade ferrate.
§ 1°
I danni maliziosamente recati alle strade ferrate e loro pertinenze, ai mezzi di trasporto, macchine, attrezzi ed altri oggetti inservienti all’esercizio e che sono di tale natura da poter da essi all’atto della corsa derivarne pericolo alla vita, alla corporale sicurezza, od alle proprietà altrui, quand’anche non fosse seguito alcun sinistro accadimento, sono puniti col carcere duro da uno a cinque anni, e qualora l’azione sia stata commessa con singolare malizia o pericolo, dai cinque ai dieci anni.
§ 2°
Queste pene saranno da applicarsi anche quando taluno intraprende con malizia qualsiasi altra azione che possa produrre un pericolo di tale sorta, oppure quanto un tale pericolo possa avvenire con deliberata omissione di un dovere incombente a chi ha qualche incarico nell’esercizio delle strade ferrate.
§ 3°
Quando questo delitto ha avuto per conseguenza qualunque siasi disgrazia, la pena sarà quella del carcere duro dai cinque ai dieci anni, ed a misura del grado di malizia o pericolo e delle dannose conseguenze avvenute alla proprietà, alla salute, od alla vita altrui, quella dai dieci ai venti anni, ed in caso di molto aggravanti circostanze, del carcere duro a vita.
§ 4°
Se il delitto ha occasionato la morte di una persona, e ciò poteva essere preveduto dall’autore, sarà egli punito colla pena di morte.
§ 5°
Se l’autore dopo commesso il fatto (§§ 1° e 2°) si è adoprato o da sé, o col mezzo di altri, in modo che con ciò siasi prevenuto ogni sinistro accidente che avrebbe potuto derivarne, soggiacerà egli, in caso che avesse commesso danneggiamento di quelli contemplati dal § 1°, a quella pena soltanto nella quale già fosse giusta il § 74 del Codice Criminale eventualmente in corso. Se però ad un tale autore non sarà imputata che una di quella azioni enunciate nel § 2°, sarà egli esente da ogni pena.
Tanto si deduce a pubblica notizia per comune intelligenza e norma in esecuzione del rispettato decreto 14 Maggio p°p°, n. 6049/v.b.
Ebbene, se desiderate una parola definitiva sullo scrittore, e sullo scrivere, e forse financo sul leggere, e certamente sull'uso dell'alcol in letteratura, e sul mondo e su tutto, allora non dovreste perdere questa poesia del Signore degli Apostrofi, Arsenio Bravuomo, poeta ubiquo e obliquo, tendenzialmente diagonale e irridente (o irredento), che quivi riporto in significativo stralcio:
e quel che vi debbo di dire è che son rimasto lì all’elementari scrivo solo sotto dettatura e ‘desso è il negroni che detta quel che scrivo chi mi detta è il negroni (scriver sotto dittatura del negroni) e dice (e io riporto) è poi vero che son tutti uguali gli scrittori, pieni di seghe, pieni di cose da dire mentali tipo indugiare dicon, indugiare, dicon lercio dicon cose messe da parte dal tempo (come se ‘l tempo avesse la barba e il ditone puntato) dicon che spesso si scherniscono dicon che son commissariati dai lettori (o era commissionati? già ci vedo doppio, ci sentirò pure, doppio) dicon che più che scriver passo il tempo a riscriver dicon che poi, sottovoce, ti dicon come se lo dicessero solo a te, come fosse un segreto, dicon che loro son gente che la scrittura è tutta dentro (lasciarcela no, eh? tirarla fuori, propio) e verso la fine dicon che loro scrivon propio senz’erre e videocammmera con tre ‘mme solo per far incazzare i software correttori ortografici verso la fine, invariabilmente
Non rimane che resistere ancora i giorni, e sperare le notti.
Quando scende lungo tutta l’avenida Malabia, svoltando d’improvviso da qualche calle, è come se il ritmo ampio e sicuro del Rio de
la Plata si fosse fatto carne, a scorrere tra lastrico e case.
Ogni tarda sera ha camicia bianca che nasconde il cuore, e pantaloni neri che intramano movimenti di velluto.
Ha zigomi alti, Carlos, quasi da indio, e occhi color della distanza.
Ha un dolore pallido che lo fa bello, e una tristezza sprezzante che gli apre ogni amore di donna.
Nel barrio Palermo, dove ogni uomo sa far vibrare corde di chitarra e lama di coltello, Carlos arriva di sera.
Lo aspettano.
Lo vogliono.
Dalla parte opposta del barrio compare anche un Vecchio, ogni sera, e appoggia al bastone un passo lieve.
Il Vecchio e Carlos non si guardano, non si parlano, ma sempre si ritrovano nella stessa sala, e mentre il Vecchio siede in un angolo, Carlos tutta la notte balla.
Con i piedi che sfiorano il parquet, le spalle dritte, il corpo che disegna storie in diagonale e al centro, Carlos balla ogni tango, ogni milonga, per tutta la notte.
Balla come una necessità, come un dolore.
Balla ogni notte una vita diversa, fino all’alba.
Ogni donna vuole la sua bellezza pallida e la voluttà del movimento, e cede alla fine sfiancata e sorridente, e subito un’altra ne prende il posto tra le sue braccia, fino a che quasi grida e si abbandona.
Carlos non parla, non sorride, con il corpo a fianco della donna raccoglie ogni apertura della musica, la rilancia, e ripete ogni figura:
la Media Luna,
la Cadencia, el Ocho, el Cruzado.
Carlitos, ama solo me, balla solo per me.
Ma Carlos ama tutte allo stesso modo, e nessuna, e balla come se fosse solo, o non fosse lì.
C’è chi dice che debba espiare, e balli fino a ottenere il perdono.
C’è chi dice che voglia vendetta per una donna da tutte le donne.
C’è chi dice che solo nel tango ritrovi vita l’unico suo amore.
Ma nessuno sa, e Carlos balla, balla tutta la notte, fino a ogni alba, e tutti vanno a vederlo, e lo amano e lo odiano e non possono fare a meno di ammirarlo.
Dal barrio allora arriva una notte a sfidarlo Pato Torres, nerocorvino, ed è come un leone.
Sfida Carlos, lo vuole rendere nulla, non c’è nessuno che gli sia superiore nel tango.
Pato Torres non vuole correre rischi, e ordina agli orchestrali che eseguano Caminito.
La gente gli fa spazio, lo lascia al centro della sala.
Il suo tango racconta di amori forti e lontani e di destini inutili, e qualcuno si gira per nascondersi mentre piange.
Ora tocca a Carlos, che non ha mai guardato Pato Torres durante Caminito.
Carlos balla con una donna che sa di muschio e di luna, e la tiene salda e s’accosta a lei con movimento così lento da farlo sembrare immobile.
I due corpi compiono una sola figura, una soltanto, ma così lenta e dilatata nel tempo, che dura l’intero ballo.
E’ un non-movimento torrido, sensuale, che rimanda il piacere ancora un po’, ancora un po’, e ancora.
Le donne intorno asciugano sui fianchi le mani sudate, gli uomini si slacciano il colletto della camicia.
La donna di Carlos a stento regge la tensione e il fuoco, alla fine si fa rigida e perde i sensi.
Carlos la lascia scivolare a terra, indifferente.
Non la guarda, e non cerca con gli occhi Pato Torres, che se n’è andato alla settima battuta dell’orchestra, quando ha visto Carlos quasi immobile, quando ha sentito il desiderio, e ha capito chi era il migliore.
Ma questa, infine, questa è forse l’ultima notte.
Lo avvertono tutti, lo sentono nel corpo e nella musica.
Carlos non è mai stato tanto pallido e bello.
Balla ogni tango con una tristezza crudele, balla intere vite, e sempre ricomincia.
La Lustrada, el Boleo, el Cruzado, el Alfajor.
Non bastano le donne presenti nella sala, altre ne vengono chiamate perché lo accompagnino fino alla resa.
Anche gli orchestrali riprendono fiato mentre altri li sostituiscono, ma Carlos no, non si ferma, sembra che debba ballare ogni tango del mondo prima che venga l’alba, e balla e danza e disegna figure e destini, finché alle prime luci si spezza, cade sulle ginocchia, uno sfregio di sangue dal naso sulla camicia.
Mentre Carlos ansima con lo sguardo a terra, bellissimo e lunare, il Vecchio si avvicina, e tutti si aprono di fronte a lui e restano muti.
E’ ora che il Vecchio parli, che riveli, che sciolga dall’obbligo, se c’è vincolo, che perdoni, se c’è colpa, che conceda, se c’è diritto e dica se sì, e dica se no.
Ma il Vecchio non dice, non scioglie, non concede, non perdona, come se non fosse abbastanza, non ancora, e poi gira le spalle e strascica il passo fuori dalla sala.
Si alza anche Carlos, respinge con movimento brusco le mani che vogliono aiutarlo, e si pulisce dal sangue col dorso della mano.
Quando esce, lo ferma per breve la luce che non è abituato a trovare in strada, dopo l’ultimo tango.
Sorride un sorriso triste, e scende lungo l’avenida Malabia, svoltando poi a un canto.
Tornerà.
Non rimane che resistere ancora i giorni, e sperare le notti.
Allora dev’essere infine vero, che a Torino ci sono i Giuochi Olimpici.
Finora i pedemontani non se n’erano fatti convincere, ma adesso si manifestano prodromi che ai più avvertiti non saranno sfuggiti.
La città è parzialmente militarizzata, e volano certi elicotteri a bassa quota che nemmeno in Apocalypse Now.
Le strade sono pavesate da garruli stendardi color rosso-soviet, a fare di Torino una nuova Stalingrado. Il che è strano, se considerate che qui si ha il sindaco di sinistra più di destra di tutte le passate amministrazioni. Ma in effetti, a ben guardare, qualcuno tra stendardi e manifesti, parimenti rossi, non si riferisce se non indirettamente ai Giochi. Trattasi invero di pubblicità della Coca Cola, sponsor ufficiale – di qui, la scelta del colore.
Sia detto per inciso: sarò senz’altro un pericoloso anarco-insurrezionalista, ma io preferisco di gran lunga il chinotto. Ben ghiacciato, grazie.
Altro segnale sospetto, è la presenza di uomini e donne parimenti tarantolati che sgambettano per la città brandendo una fiaccola a forma di omero di brontosauro. Che poi, nemmeno li si può avvicinare, per via del servizio di sicurezza, a chiedere Scusi, mi fa accendere?
Ma il segnale definitivo, quello che dà ragione ai possibilisti, circa prossimo inizio dei Giochi, è la presenza massiccia e in ogni dove dei sedicenti Volontari.
Lo si riconosce subito, il Volontario, per via della zimarra che indossa, che presenta i colori ufficiali dei Giochi: un tristo grigio topo, brevemente spezzato da brividi rossi earancione.
Codesti Volontari giungono da tutta Italia, ma anche dall’estero (ho sentito citare Vancouver, Tblisi e Tenochtitlàn).
A loro è affidato il compito di prodigarsi acciocché la manifestazione si svolga senza intoppi.
Senonché essi Volontari appartengono a categorie umane che rasentano l’inverosimile.
Per limitarmi alla sola mattinata di oggi, qui si è incontrato, nell’ordine:
un’arzilla ottuagenaria con la cataratta;
un pensionato calvo e con la gotta;
un marinaio con lo scorbuto;
un renitente alla leva;
un ex cameriere con dodici bypass;
un ragioniere con la cifosi;
una casalinga con l’alitosi;
uno studente fuoricorso da quarant’anni;
un prete spretato;
un insegnante di tango argentino (il tango, argentino; lui, di Abbiate Grasso).
Forse è per questo che li chiamano Volontari: perché dati questi presupposti, per far sì che i Giochi si svolgano con successo non resta che affidarsi alla volontà di Domeneiddio.
Lo scrittore odia il lettore (che, peraltro, è un assassino)
{Apro molte parentesi. Avevo promesso di riprendere la discussione sul fatto che, secondo Untitled Editori, si scrive quello che si sa, mentre a mio giudizio semidivino si scrive quello che si è [e siamo molto più di quello che sappiamo (di essere)], e per B.Georg si scrive quello che si può, e secondo MarioB si scrive per cercare la verità, mentre per Luiperre esiste la scrittura come grazia . Avevo promesso. Ma a mantenere c’è rischio d’esser tacciati di coerenza. Sia mai. Si parli allora d’altro [ma non poi così altro (e si chiuda infine ogni parentesi)]}
Tenetevelo dunque per detto: la scrittura è un fatto preterintenzionale.
E’ sempre al di là di possibilità e intenzioni.
Una storia non è mai una storia, ma infinite – è solo l’attimo a decidere quale verrà alla luce più di altre.
S’è già detto più volte che lo scrittore spera il lettore, spera il suo mistero, la sua capacità di aprire porte.
Chi legge sa sempre più di chi scrive.
Per questo il lettore è un nemico necessario, perché lui soltanto ha risposte (mentre chi scrive ha solo domande e urgenze).
Quel che avviene durante la lettura è che la storia dell’autore, quella che gli si è mostrata, viene uccisa e saccheggiata, per far posto ad altre storie, ad altre verità.
Il lettore è un assassino della peggior risma.
Attende lo scrittore a un crocevia, alla svolta dell'angolo, nel semioscuro, con finto sorriso, e lo guata, lo pedina, l’assale, lo pugnala alla gola, infierisce, scanna e recide, e gli strappa dalle mani la storia e la fa sua – fa sue le infinte storie di ogni storia.
L’unico modo che uno scrittore ha, per amare il lettore, è di odiarlo, detestarlo, temerlo, considerarlo altro da sé, nemico necessario eindispensabile, l’unico che può compiere il sacrificio e il rito e la rinascita.
Ora, che fine avran mai fatto dei e semidei e mezzosangue divini e cugini di terzo grado dell'olimpo e demoni e anche santi e arcangeli, e tutta la genia empirea e iperuranica che una volta riempiva i templi siccome stadi, mentre invece oggi c’è la televisione, e la gente di casa non esce più (ci vorrebbe un miracolo, per dire).
Ora son spodestati e trovano asilo negli ammezzati, nei pied-à-terre, nelle officine interno cortile, nel retro delle botteghe, a far mestieri un po’ così, per sopravvivenza propria e altrui (che non ci hanno mica più il contributo statale).
E vi giuro, basta prestar orecchio, e tenere l’anima in sospeso, per accorgersi che è così.
E allora, per esperienza personale, ecco un breve elenco, che vorrete voi continuare, dei mestieri cui si piegarono gli dei oggidì:
E invece non erano giorni, e neppure mesi. Da oltre un anno ormai l’intera pianura era sangue e creta e polvere. Nuvole come linee brevi si addensavano a volte, brulicavano, cedevano, si scioglievano senza un lamento. Niente pioggia, solo pensieri secchi che restavano a terra, schiacciati da un sole bianco. La casa di seu Bastiano era all’argine di un fiume ormai dimenticato. Se ne stava, seu Bastiano, seduto a piedi scalzi, triturando con il coltello una treccia di tabacco da poco prezzo, per farne fili di fumo. Seu Bastiano, gli dicevano allora, la terra non ha acqua, le bestie non hanno acqua, gli uomini non hanno acqua. Allora seu Bastiano traeva da sotto la panca il Libro, e lo apriva sul tavolo alto, in modo che chi stava di fronte non avesse permesso di leggere. Intingeva la cannuccia nel calamaio, e poi diceva Cosa volete? A cosa rinunciate? Vogliamo pioggia, e d’acqua colmi i pozzi, rispondevano, e rinunciamo a un sogno di fine notte, alla lite tra fratelli e al primo giorno d’autunno. Seu Bastiano scriveva tutto nel Libro, con lenta fatica. Nel silenzio ronzante si sentiva la punta della cannuccia graffiare la carta. Ho scritto nel Libro, ho scritto le parole, e se otterrete quel che avete chiesto, ricordatevi del patto. Veniva allora il giorno seguente, e un’aria scura. Piovve per tre giorni, inondando la pianura e le case e gli stabbi. Allora andavano alla casa sull’argine, che veniva ora leccata da lingue liquide e fangose e da carcasse e nidi di rami. Seu Bastiano, dicevano, i fiumi coprono campi e pascoli, le bestie muoiono, gli uomini muoiono. Che cosa volete, a cosa rinunciate? chiedeva seu Bastiano. Vogliamo tempo buono e campi grassi, e rinunciamo alla vendetta, al terzo bicchiere d’acquavite e ai pensieri su Antonia la maestra elementare, ma solo nei giorni pari e se non c’è mercato. Allora seu Bastiano annotava tutto, e il Libro custodiva richieste e rinunce, e vincolava tutti e per sempre. E così, ogni volta che il minore dei figli era a letto per una malattia senza nome, o la giovenca non dava più latte, o il padrone dell’emporio non faceva credito, allora qualcuno andava alla casa sull’argine, e chiedeva e rinunciava, e il patto si faceva giuramento dentro al Libro. Venne un giorno Isaias Carinha, tagliagole di foresta, spergiuro e baro. Seu Bastiano, disse, m’insegue Oracio Bittencourt, giovane, bello e gendarme, che ha carabina nuova e mira buona e cavalla baia. Ha giurato per ogni santo d’uccidermi e riscuotere così la taglia. Domando la sua vita di prima mattina. A cosa rinunci? chiese seu Bastiano. Rinuncio al tramonto nella selva, al ricordo dell’amico lontano e a uccidere voi, se il desiderio non verrà esaudito. Seu Bastiano scrisse tutto sul Libro. Mentre Isaias tornava alla macchia, seu Bastiano riprese a sminuzzare la treccia di tabacco con la lama del coltello. Poche ore più tardi, lo raggiunse Oracio Bittencourt, giovane e bello e gendarme. Inseguo Isaias Carinha, scomunicato e bandito. Chiedo la sua vita sulla riva del fiume. Rinuncio alla prossima notte con la moglie del giudice, ai sospiri notturni e a uccidervi, se il desiderio non verrà esaudito. La sua rinuncia venne scritta nel Libro, subito dopo quella di Isaias. Li trovarono entrambi sulla riva del fiume, morti per carabina nuova e per coltello di prima mattina. E c’era poi Vitória, che cucinava in casa di seu Bastiano. Vitória era arrivata da lui bambina, tre anni prima. Ora il suo corpo aveva odore di preda, e i suoi passi facevano rumore di bosco, e i suoi occhi erano color della battaglia. Seu Bastiano era vecchio, ma si sorprese a sognare di Vitória, innocente e colpevole. Un giorno lei gli parlò. Vorrei conoscere cos’è felicità. A cosa rinunci, domandò seu Bastiano, e la voce non voleva uscire. A quello che comandate voi, rispose remissiva e con pericolo. Seu Bastiano restò per un momento con la cannuccia sospesa sul Libro, poi chiuse le pagine in un arco lento. Felicità è non rinunciare a niente. Domani andrai via di qui. Il giorno dopo la portò alla stazione, le comprò un biglietto e la fece partire verso la costa, dove seu Bastiano aveva una sorella con due figlie da marito. Senza Vitória, seu Bastiano s’ammalò di rinuncia. Molte volte aprì il Libro, deciso a riportarsela indietro. Ma poi posava la cannuccia e nascondeva il libro sotto la panca. Morì di lontananza, infine, e di un sogno. La casa restò sull’argine, e il Libro nella casa. Vi abitò di lì a breve un nipote che seu Bastiano s’era scordato d’avere. Faceva freddo, e non c’era paglia in casa per accendere il fuoco sul braciere. Il nipote trovò allora il Libro, e ne aprì la prima pagina. Era bianca e profonda e vuota. E anche la seconda, era bianca. E la terza, e tutte le altre ancora. Il nipote strappò i fogli e li usò per accendere un fuoco breve, senza alcun rimpianto. Fuori pioveva, un po'.