URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
venerdì, aprile 28, 2006
Diario Minimo Indispensabile
Sono, codeste, settimane brevi e zeppe di parentesi, che a farci star dentro un intero mondo si dura fatica (occorre spingercelo a forza).
In giorni convulsi, occorrerebbe esser uomini d’ordine e di metodo, per sistemare tutto e ogni cosa al posto che spetta. Qui, invece, s’è tacciati d’essere inclini alla distrazione che genera entropia.
Si fa proclama del fatto che vero è semmai l’opposto: qui si mantiene costante un alto grado di concentrazione – solo, incidentalmente, non sulle cose che si sta facendo, ma sempre su tutt’altro.
Capita così di poter tenere atteggiamenti bizzarri, ma a chi non è capitato di condurre un tandem da soli, e per giunta seduti sul sellino posteriore, quello che non ha manubrio orientabile, o di ordinare cioccolata calda ad agosto, o di uscire di casa calzando due scarpe differenti.
Se anche a voi capita questo e similia, siete abili a superare il test Non son marziani, però son strani.
E allora che vi venga in ausilio una lettura edificante e in bell’ordine: quella di piani e di programmi riportati sul blog delle Scritture di Strada.
Si portano ad esempio, se già non li avete letti, i programmi realizzandi in quel di Mendrisio (Svizzera), Roma, Torino, Otranto, Fiano Romano.
La Giornata delle Scritture di Strada è prossima.
Liberiamo le parole; le parole, forse, libereranno noi.
L’Uomo del Tempo arriva lieve a prima mattina, segnando il cammino alla luce da est a ovest e da ieri al giorno che viene.
Percorre la strada già scorticata dal caldo risalendo dalle Basse di Stura fino al vialone di macchine e bitume a margine della Città Grande.
Nelle tasche ha un torsolo di mela e cinque pietre. Le pietre gli servono per ancorarsi al suolo, che un sogno improvviso non se lo porti via, o per scacciare qualche randagio che gli contende lo steccato degli orti nascosti nell’ultima periferia. Il torsolo gli ricorda che ieri ha mangiato e oggi potrà anche farne a meno, se la giornata è storta.
Su scarpe e giacca di lana indossa polvere fine di ghiaione e di fiume in secca, che quest’estate ha reso le acque per metà di pietra.
Ha portato la luce adesso in Città, e il mondo s’avvia con i primi banchi del mercato e i negozi e le voci ancora striate di notte in Piazza delle Erbe. E’ da qui, dal centro ortogonale e aromatico della Città Grande, che inizia sempre il suo lavoro, e alla cadenza del passo oscilla regolare alla spalla una bisaccia di tela grossa e cuoio.
L’Uomo cammina fino alla fine del giorno senza che ci sia sosta se non breve, perché il Tempo è talmente poco.
Il Tempo è tutto qui, lo si può quasi raccogliere nelle mani e non ce n’è altro, scorre via in fretta e si consuma perché, se pure eterno, infinito però non è.
E quando di tempo non ce ne sarà più, quando non ne resterà più nulla, cosa ne sarà di tutti e di ogni cosa? L’Uomo pensa questo e si accarezza la barba color dell’oro rosso, mentre
la Città Grande gli scivola intorno come corrente che non lo bagna.
Se posa per poco la bisaccia sull’asfalto quasi liquido di sole e scioglie il nodo della corda di canapa che ne serra l’imboccatura, in quell’attimo subito concluso si racconta da sé il suo segreto, e a esser fortunati si può conoscere che quello che l’Uomo cattura e trasporta a spalla, e adesso è così vicino da poterlo toccare, altro non è che il Tempo, solido e metallico.
Orologi in numero incontabile, di ogni dimensione e peso e forma.
Orologi, e fermi.
Lancette, e immobili.
E’ proprio questo che fa, l’Uomo. Ferma il Tempo.
Non lo lascia scorrere via. Lo cattura qui, dentro la bisaccia e per sempre, e non permette più che ne esca.
I suoi orologi sono trappole a cui il Tempo resta legato. Sono oggetti vischiosi che attirano i momenti e non danno scampo.
Ogni orologio può catturare un solo istante, l’attimo esatto indicato dal quadrante immobile. Nel momento in cui le lancette hanno smesso di girare, quello è l’istante conquistato, quello è l’attimo sotto scorta in cui il Tempo ha terminato per sempre di fuggire via.
E se anche il resto del Tempo continua a scorrere, non per questo l’Uomo si arrende al suo lavoro necessario che salva dalla fine e rallenta la dissoluzione.
Da polsi e tasche d’altri li prende, gli orologi, senza far male e anzi, con cura sceglie il prossimo lavoro.
L’Uomo ferma il Tempo a chi ha troppa fretta e vive in breve, a chi sta perdendo l’ultima occasione, a chi vede allontanarsi un amore, o da troppo nutre un inutile dolore, o vuol vivere un solo giorno in più, e non potrebbe.
A tutti loro, l’Uomo rallenta il Tempo, catturandolo alla tagliola della bisaccia che pende dagli spallacci.
E se tornerete voi a casa con polso nudo e tasca vuota ormai, allora anche oggi non avrà vegliato invano l’Incantatore di Momenti, il Vincitore di Istanti, l’Uomo del Tempo.
Ancora paiono inconcluse le olimpiadi invernali - qui nella capitale sabauda campeggiano e garriscono dappertutto striscioni, cartelloni, gonfaloni e bandieroni con i cerchi olimpici - che già è pronta un'altra rivoluzione. Da questo fine settimana, e per un anno intero, Torino sarà laCapitale Mondiale del Libro (insieme a Roma). Mica cotica. Un anno di eventi intorno alla scrittura. Come la Giornata delle Scritture di Strada, per esempio, che pericolosamente si avvicina. Numi del cielo, com'è faticoso essere torinesi.
Inoltre, dappoiché sembra che in rete ci sia più di un estimatore di Hamid Ziarati, continuo la campagna intorno al suo nome, segnalando ai residenti sabaudi che questa sera la commendevole libreria Massena28presenterà il già citato Salam, mamam, presente l'autore. Massena28 è una libreria atipica, mossa da curiosità verso il mondo, compreso quello della rete (e armata di blog). Tanto per non eccedere in iperboli, non resta che augurarsi 10, 100, 1.000 Massena28.
Riflettendo su The Passion di Mel Gibson – film che peraltro non ho mai visto – mi è tornata alla mente una parte della chiacchierata-intervista fatta a suo tempo con Hamid Ziarati – parte che peraltro nell’intervista non ho poi riportato (e infine non vi ho neppure segnalato che l’intervista stessa è stata linkata dalla pagina di Fahrenheit, sul sito Rai).
Diceva Hamid, riferendosi al fatto che gli iraniani, pur di lingua persiana, pregano Dio usando l’arabo coranico come tutti i musulmani: “Noi ci rivolgiamo a Dio cinque volte al giorno per tutta la vita senza sapere cosa gli diciamo. E se Dio per caso ci rispondesse, non capiremmo una sola parola”.
Di questa affermazione potreste sorridere, ma non è che ai cristiani sia capitato di meglio, invero.
Se il Dio di Abramo e di Giacobbe si liberasse un momento e fosse così magnanimo da rispondere alle nostre orazioni, è presumibile che favellerebbe utilizzando l’ebraico vetero-testamentario.
E se ad appalesarsi fosse invece Yĕhošūa‘ da Nazareth, della tribù di Davide, parlerebbe allora Egli disinvoltamente il comprensibilissimo aramaico.
La scena non è difficile da immaginare.
Imperocché il Signore Domine Iddio volle allora mostrarsi, comparì di luce circonfuso, e alla sua destra istavano le schiere dei cherubini, e alla sinistra i serafini innalzavano lodi eterne (non penserete mica che Egli si presenti sprovvisto di claque, nevvero).
E’ ovvio che
la Sua apparizione risulterebbe improvvisa, che mica Dio telefona prima per sapere se siete in casa. Ed è così che vi sorprende con una Nazionale senza filtro in mano.
Il fatto è che voi avevate giurato di smettere.
E lo avete giurato su Dio.
Allora gettate ratti il mozzicone e trattenete nelle gote il fumo aspirato – il che, in verità, vi dona l’espressione di un castoro colpito da emiparesi.
Sventolate la mano in aria per disperdere le tracce olfattive, e quando vi avvedete che il Suo occhio vi osserva interrogativo, rallentate lo sventolamento fino a trasformarlo in un cenno di saluto, come quelli che fanno ciao ciao con la manina in televisione.
Datosicché il fumo trattenuto in bocca v’impedisce di respirare, auspicate una breve permanenza divina nella vostra stanza, ma quando Egli si rannicchia assiso su di un trono fiammeggiante, e s’accicciano anche le schiere pennute ordinando chinotto per tutti, comprendete che sarà una cosa lunga.
Forse il Biancobarbuto è qui per comunicare la vostra vincita alla lotteria di Agnano. Massì, certamente è così, chissà dove diavolo – oh, pardon – avete messo il biglietto.
Ma no, invece, Egli ora parla lungamente, e la sua voce è di tuono.
Vi mostra ogni segreto della Creazione, e ogni destino dell’uomo. Vi svela, Egli a voi, unico al mondo, nientemeno che
la Verità. E voi, signori, voi, esseri tanto fortunati, non capite una sola parola.
Il Suo idioma è del tutto incomprensibile.
Vostra madre ve l’aveva pur detto che oggi chi non studia le lingue è tagliato fuori.
Se almeno vi riuscisse di comprendere qualcosa, allora certo raggiungereste l’illuminazione perfetta o, mal che andasse, potreste sempre vendere a buon prezzo lo scoop a Famiglia Cristiana.
E invece niente, non si capisce un piffero angelico.
Egli parla, e parla, e parla, e voi sospirate e vi annoiate, che in fondo le rivelazioni divine, visti i primi dieci minuti, dopo son tutte uguali.
Non potendo più trattenere il fumo nelle gote, vi concedete alcuni rispettosi colpetti di tosse, sbuffando cumulonembi azzurrini da entrambe le nari.
E mentre vi rimirate la punta delle scarpe, Egli di repente si tace.
Alzate lo sguardo verso il Suo augusto volto: Iddio sta aspettando qualcosa da voi. E presumibile che vi abbia fatto una domanda.
Nella sua lingua incomprensibile.
Dalla vostra risposta potrebbero dipendere, lo capite bene, le sorti del mondo intero, un nuovo diluvio universale, la deriva dei continenti, o il disvelamento del segreto della Coca Cola.
Ma mentre Egli inizia a inarcare, spazientito, il divino sopracciglio, voi, fortunati tra tutte le creature, unici ad aver avuto accesso all’inconfutabile verità, non sapete far altro che sussurrare un verecondo, e probabilmente inopportuno, Sprechen sie Deutsch?
Di angeli caduti e di caduti che forse sono angeli
Probabilmente li avete già letti ma, a scanso di equivoci. E poi, un tempo la rete era fatta molto di segnalazioni. Il link era il linguaggio della rete. Oggi, mi sembra, la cosa avviene più di rado, e invece la blogosfera è soprattutto relazione. Ci sono due post che vorrei segnalare per un'adeguata lettura. Entrambi, e per motivi diversi, ugualmente necessari (ricerco questo aggettivo da tutta la mattina, e alla fine ho dovuto farmelo suggerire). Entrambi i post hanno oggetto simile, e soggetto differente. Perché una stessa storia ha molte voci che la fan sembrare, ogni volta, così diversa.
Il presidente del seggio si asciugò la fronte su cui l’afa del tropico disegnava fiumi e laghi e smottamenti di paesi interi, e ricominciò il conteggio.
Poi fu il turno del segretario, che per gusto d’eleganza non si era tolta la giacca bianca per tutto il pomeriggio e si era così consumato per l’umidità e il calore, evaporando e prosciugandosi, e adesso il vestito sembrava di due taglie troppo grande.
Infine toccò agli altri componenti del seggio.
Niente da fare.
Iscritti alle liste elettorali: 237. Schede vidimate come da verbale: 237. Schede scrutinate: 238.
Il presidente si abbandonò a una breve crisi nervosa, in cui ammise che lui non ci voleva neppure venire, a fare il presidente, che ce lo avevano mandato, che lui voleva fare il poeta, altro che politica, il poeta, voleva fare, e comporre versi immortali, e invece.
Il segretario ingollò l’intera caraffa di limonata, trattenendo in bocca il ghiaccio e facendolo crocchiare tra i denti mentre misurava a passi brevi e veloci il perimetro della stanza sempre più calda, perdendo altre due taglie.
C’era una scheda in più, non era possibile il dubbio.
Eppure, tutte le schede sembravano autentiche, regolarmente timbrate e vidimate dal presidente.
Qualcuno aveva votato due volte, e nessuno se n’era accorto.
- Signor presidente – disse d’improvviso il segretario, che ormai era diventato piccolissimo, tanto che le maniche della giacca strisciavano per terra – dobbiamo eliminare una scheda, e il gioco è fatto.
- Non si faccia sentire dagli altri, per carità – sussurrò il presidente strizzando il fazzoletto con cui si era asciugato la fronte – e poi, quale scheda annulliamo? Sembrano tutte regolari. Dal conteggio cosa risulta, chi è il vincitore, l’Uno oppure l’Altro?
- Sono in perfetta, e peraltro evidentemente irregolare parità.
- Santi numi, santi numi! - ripeteva il presidente, mentre sotto il fazzoletto strizzato s’andava formando una pozza che macchiava di scuro l’impiantito. - Come possiamo scegliere di far vincere l’Uno oppure l’Altro, senza violare la reale volontà degli elettori?
Dal vestito quasi vuoto del segretario giunse una vocetta piccina.
- Lasciamo fare alla sorte. Estraiamo una scheda a caso, e che Dio ci guidi la mano.
Il presidente raccolse da terra il vestito bianco e ormai vuoto del segretario e lo ripiegò in bell’ordine, posandolo sul bracciolo della sedia.
- E così sia.
Con la scusa di diramare le ricerche del segretario evaporato, il presidente inviò i componenti del seggio in varie zone dell'edificio; poi, rimasto solo, si bendò scrupolosamente gli occhi, girò tre volte su se stesso, chiamò a raccolta i Santi, e tolse dal cumulo una scheda ignota. Alla fine sospirò, sollevato e sudato.
- In fondo, una scheda in più o in meno, cosa vuoi che cambi.
Alla sera tutta
la Nazione era sintonizzata sulla radio di Stato. Per le strade rimbombanti e vuote, anche lucciole e cani randagi e radi avevano sospeso ogni movimento.
L’attesa era di granito, e in bocca sapeva di sabbia e mare.
Alla fine, gracchiando dagli apparecchi a valvole,
la Voce Ufficiale annunciò che, dopo tanti anni di potere torvo, alla fine l’Uno era stato sconfitto, e l’Altro risultava vincitore.
Da ogni casa, da ogni vicolo, da ogni città, da ogni provincia, da ogni regione, e finalmente dal Paese tutto intero si levò allora un grido che spezzò l’attesa e aprì il mare, e il grido era leggero e di sogno, e tutti si riversarono nelle strade a ballare e abbracciare vicini, parenti, amici e nemici.
La felicità rumorosa e incontenibile coprì le ultime parole della Voce Ufficiale, che comunicava mestamente come l’Altro avesse vinto, in effetti, ma per vantaggio d’un voto soltanto.
“Il Paese è spaccato” “Speriamo ce lo cambino” (sentita questa mattina)
Peccato.
C’è mancato davvero poco.
Ce l’avevate quasi fatta.
Ancora uno sforzo minimo, e avreste meritato l’opera omnia dell’Equipollente.
E invece.
E invece, come si dice in termine demoscopico, ciccia.
E però, pur se fallito in modo miserando, ho apprezzato il vostro tentativo, che mi ha costretto davanti al televisore fino alle tre del mattino – e la palpebra pendula ora ve ne ringrazia.
Vi potrete comodamente rifare tra cinque lunghi anni.
Per intanto, come consolazione, un colpo di Vento non ve lo voglio negare.
L’ho chiamata stamattina, Flavia, per chiederle un commento sulle elezioni.
Ella, conquistato l’apparecchio telefonico, ha così squittito:
“No, no, tra le due candidature meritava di vincere quell’altra. Ci sono stati sicuramente dei brogli nel televoto. Parliamo di Miss Italia nel Mondo, no?”
Comunicazione ed esegesi per chi s’approssimi costì: il blogghettino si autosospende per la giornata odierna, in verecondo silenzio offerto in sacrificio agli dei demoscopici, acciocché abbia oggidì a vincere le elezioni quello, e invece non quell’altro (e non dite che sono stato oscuro).
Si pronuncia solenne e quindi un voto: se vincerà quell’uno, allora quivi si seguiterà a scrivere come d’uso (e peggio per voi, dico).
Ma se per disgrazia ricevuta vittorioso dovesse altrimenti risultar quell’altro, ivi saranno iscritte a imperituro monito le memorie e le gesta soltanto di Flavia Vento (o equipollente).
Quivi non si indulge, per solito, in recensioni letterarie. Già v’è chi volenterosamente lo fa assai meglio (o anche peggio, nevvero). Ma di questo libro vi debbo parlare. Hamid Ziarati è giovane ma ha cultura antica, è ingegnere ma scapigliato, è scrittore ma gourmet, è iraniano ma ha una sorella ebrea. Nato a Teheran a metà degli anni ’60, ne fugge dopo la rivoluzione khomeinista, in cui pure aveva creduto. Salam, maman è il suo romanzo d’esordio, ed è l’epica del quotidiano. E’
la Grande Storia raccontata attraverso le piccole storie, è il passaggio dal regime dispotico dello Shah a quello prima libertario e poi liberticida degli ayatollah, visto attraverso gli occhi meravigliati di Alì, un bambino che cresce mentre il mondo cambia così violentemente intorno a lui. Lo stile è lineare e lieve, e mai indulgente. Dovreste conoscerlo, Hamid, dovreste vedere il fuoco nei suoi occhi quando parla dell’Iran. Dovreste sentirlo quando recita a memoria prima in persiano e poi in italiano le parole del Pesciolino Nero, un libro che ha segnato la sua infanzia (… l’importante è se la mia vita o la mia morte abbiano avuto qualche influenza sull’esistenza degli altri). Dovreste incontrarlo. Vi piacerebbe. Io l’ho incontrato all’indomani dell’uscita del suo libro, tra i profumi speziati di una cucina che accoglieva sapori arabi e mediterranei. L’intervista che ne è risultata la trovate adesso su Libroblog. C’è un versetto che si recita sempre, a iniziare ogni cosa nuova. Che sia così anche per Hamid Ziarati:
درنامازيزدان, بخشايندهوبخشاينده Besm’ellah-e rahman-e rahim
Impossibile sfuggire e farsi salvi: siamo tutti circondati.
Ovunque e proditoriamente, il grande fratello cronografico ci ricorda lo scandire del tempo.
Sullo schermo del computer c’è un orologio, e così nel cruscotto della vetturetta, e sul display della radio e del videoregistratore.
Per non parlare di quell’orrida statuetta, regalo di nozze della zia Cecilia, che rappresenta un cavallo rampante adeguatamente anabolizzato che pesticcia con gli zoccoli un elegante orologio rococò con cifre fosforescenti.
E dalla tivù, d’improvviso e per ben due volte all’anno, con finta indifferenza annunziano che è tempo di spostare gli orologi (Ora legale! Ora solare!).
Lo annunciano come fosse niente, e invece è un fatto metafisico e arcano.
Ogni volta mi vince l’angoscia. Spostiamo pure avanti le lancette di un’ora, come prescritto. Ma quell’ora persa, quell’ora cancellata, quell’ora dimenticata, che passa per essere mai esistita, dove va?
Che fine fa, quel tempo negato?
Sia che abbiate una concezione del tempo escatologica (per dirla in modo sbagliato: il tempo è lineare e tende verso qualcosa di definitivo – la fine del mondo, l’estinzione del mutuo, lo scudetto del Torino), sia che supponiate circolare il tempo, con infiniti ritorni, converrete comunque che c’è qualcosa di sbagliato in quell’ora negata.
Ci manca il tempo.
E forse, qualcuno di voi durante quell’ora perduta per sempre avrebbe potuto trovare l’idea per il più grande successo letterario della storia moderna, o incontrare il Grande Amore, o guadagnarsi il paradiso con un’unica, strabiliante buona azione dopo un’intera via da mariuolo, o almeno acquistare il biglietto vincente in qualche lotteria rionale.
E invece niente: in quell’ora non avete mai vissuto.
E allora dove siete stati, nell’arco di tempo in cui non siete stati affatto?
Capirete che tremano le vene ai polsi, alla sola idea.
Non meno spaventevole invero l’ipotesi inversa, quando occorre vivere due volte la stessa ora, riportando indietro le lancette. Ma allora, se si ricomincia da capo, se si deve rifare tutto, a cosa valgono le parole d’amore giurate, i gesti improvvisi, le intenzioni assolute?
Possibile che, assestandosi una severa martellata sull’alluce, si sia costretti a rivivere due volte l’identico dolore?
Io, per parte mia, mi regolo così: una metà circa degli orologi di casa segue sempre l’ora legale, l’altra invece l’ora solare.
Non è questione di pigrizia, ma di equilibrio universale.
Non vorrei mai, alla fine dei conti, aver vissuto un’ora in meno di quanto mi spetti, o un’ora in più del dovuto (si sa mai che si debba, nel caso, pagare un supplemento)
Qui la gente vive a lungo solo per non dover morire.
E’ terra indolente, dove il tempo ha lentezze e le cose non vogliono cambiare.
Rubio e Moreno sono ancora di fronte come da tanto tempo ormai, come quando è iniziato, e nemmeno lo ricordano più.
Era bello allora, Moreno, biondo e aquilino, e leggero d’occhi.
Era bruno invece Rubio e forte, la pelle cotta e la voce di sole.
Nell’unica piazza, all’unica taverna, Pandora Torres li fece perdere entrambi nel profumo della sua pelle che sapeva di notte, mentre puliva i bicchieri con lo straccio che prima aveva conosciuto tavolacci e sedie zoppe.
Né sapeva scegliere, Pandora, tra biondo e bruno, e li avrebbe voluti entrambi.
Lo decisero quindi loro e per sempre, che uno solo poteva vincere e restare, e lo sconfitto doveva andarsene lungo la strada di polvere e dimenticare.
Non c’erano armi, in paese, ma i suoi abitanti eran noti per certe fionde con cui ricacciavano gli esattori delle tasse venuti dal capoluogo del distretto. Rubio e Moreno raccolsero un sasso entrambi, ed era della grandezza d’un pugno d’uomo. Si posero ai due margini dell’unica strada che attraversava il paese, indietreggiando poi di venti passi. Tesero le fionde mirando alla fronte.
O l’uno, o l’altro.
Ma quando stavano per scoccare, passò tra di loro e lungo la strada il funerale di Santiago Viejo, che si era deciso infine a non vivere più.
In testa alla processione c’era per primo don Segundo, il prete, e poi la famiglia, i parenti, i vicini di casa, gli amici, i conoscenti, gli sfaccendati, i curiosi, i compagni di lavoro, una rappresentanza dei commercianti, tutto il resto dei commercianti, il sindaco, i gendarmi, i detenuti, gli arrestati in attesa di giudizio, il medico condotto, i malati, i questuanti, il maniscalco, il garzone del maniscalco, i cavalli da ferrare, i proprietari dei cavalli da ferrare, il padrone della fabbrica, gli operai, i sindacalisti, gli scioperanti e i crumiri, e dopo questo primo gruppo ne seguivano altri molto più numerosi, e dal mattino fino a notte sfilarono persone da tutta la provincia, e gli ultimi neppure sapevano perché erano in corteo e dove stavano andando.
Rubio e Moreno erano rimasti per tutto quel tempo ai due lati della strada con il braccio teso, separati dal mondo in fila indiana. Alla fine decisero che era troppo buio ormai per tirare alla fionda, e rimandarono la sfida all’anno dopo, convenendo però di trovarsi per sicurezzaai lati della strada ferrata, dove da tre generazioni non passavano più treni e la polvere aveva nascosto traverse e binari.
Tesero allora le fionde per la bella Pandora l’anno successivo, ma acuto un fischio li fermò, e tutta la gente venne a vedere il treno che chissà da dove si era infine fermato tra di loro.
Un attendente in divisa annunciò il discorso del Generalissimo. E il Generalissimo uscì dal treno, l’occhio cisposo di sonno fondo, lucido di medaglie e alamari e spalline d’oro. Dopo essersi lavato la faccia in un catino che svelto l’attendente gli reggeva, arringò i presenti accorsi in folla, li chiamò eroi della Patria giovane, li ringraziò per il sangue donato alla rivoluzione, e chiese ancora uomini e sacrificio per l’avvenire.
Voi abitanti di Ushuaia – disse – abituati a deserto e ghiacci, non temerete di certo la sciabola e il piombo.
Terminò ildiscorso nel silenzio numeroso.
Tutti guardavano come gazze il luccichio delle sue medaglie, e non avevano capito una sola parola.
Il Generalissimo si guardò intorno, notando sagacemente l’assoluta mancanza tanto di deserti quanto di ghiacci. Si fece consegnare allora dall’attendente una mappa lacera e la srotolò seduta stante. Dopo essersi grattato con marziale vigore il mento mal rasato, chiese se la città di Ushuaia fosse molto distante.
Rispose per tutti il sindaco, che era uomo istruito e aveva viaggiato.
Mai senta prima d’ora, signor Generale.
Il Generalissimo ordinò ai suoi di passare immediatamente per le armi il macchinista del treno, traditore della rivoluzione, e chiese alla folla un volontario che lo sostituisse alla guida della locomotiva.
La Patria lo esige, disse.
La maggior parte dei presenti vedeva un treno ora per la prima volta, e così anche Simon Horabuena, che però una volta aveva guidato una bicicletta. Poiché lo esigeva
la Patria, mandarono volontario lui, e il treno si allontanò indeciso e a strattoni.
Abbandonate le fionde, l’anno successivo Rubio e Moreno si contesero il cuore della bella Pandora in una gara di corsa che doveva toccare tutte e sette le città grandi del distretto.
A dare il via fu chiamato don Fernando Hiracocha, straniero e farmacista, muto ma preciso per professione.
Quando don Fernando agitò il fazzoletto, segnale convenuto per la partenza, i due sfidanti non erano ancora in posizione ma, superata la sorpresa, si lanciarono nella corsa come purosangue.
Tornarono due mesi più tardi, magri come levrieri e laceri. Prima ancora che arrivassero al traguardo, il farmacista con gran gesticolare li fermò, e in qualche modo fece comprendere che lo sventolio del fazzoletto, interpretato come segnale del via, era stato invero una reazione involontaria, determinata dal passaggio eccessivamente ravvicinato di un’ape proprio in quel momento inopportuno. La partenza era quindi da considerarsi falsa e la gara irregolare, senza vinti e vincitori.
La stagione successiva Rubio e Moreno stabilirono di sfidarsi a nuoto, risalendo la corrente e i vortici del fiume proprio nell’anno di quella prodigiosa e improvvisa siccità, e ancora oggi nelle cantine si ritrovano gli utimi pesci rimasti sul greto e messi in gran numero sotto sale.
I duellanti per tutta la vita si sfidarono in gare mortali, senza che nessuno riuscisse a sconfiggere l’altro vincendo l’amore di Pandora Torres.
E adesso, e ancora, i duellanti sono ora qui, canuti e curvi ma arresi mai.
Si sfideranno in una gara di madrigali sotto la luna chiara e
la Croce del Sud, e canteranno tutta la notte e oltre, finché uno dei due non si dirà vinto.
Canteranno qui, sotto la finestra della bella Pandora, che fin da giovani li stregò per sempre.
Canteranno, ma nessuno aprirà quella finestra.
Pandora se n’è andata vent’anni fa, stufa di attese e di lentezze.
Se l’è portata via un commesso viaggiatore con la sua valigetta che lasciava nell’aria un profumo spesso di sapone e cocco.
Se n’è andata, Pandora Torres, ma qui restano Rubio e Moreno, vivi nella sfida.
Questa è una terra che fa resistenza, dove il tempo rallenta e le cose non vogliono cambiare mai.