URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
lunedì, ottobre 30, 2006
Un amore
(decalogo in dieci mosse e dieci parole in conclusione)
Se lui era corteccia e tronco, era lei radice.
Lui una vasta corrente, lei la direzione dei venti.
Lui camminava il mondo come non avesse fine. Lei del mondo era inizio e origine.
Lui era la necessità del viaggio, era la partenza; lei il motivo d’ogni ritorno.
Lei temeva le domande del domani; lui era certezza d’oggi.
Lui traversava la notte a occhi aperti e senza sogno; lei sapeva il sogno e ne faceva parole.
Rimase a fondo stanza una marea, che fu sogno di oceani e tempesta.
Lasciò il Sognatore il letto che già l’acqua si attorniava alle caviglie. Chinò al pavimento liquido, a chiedersi se fosse ancora sogno, o già realtà, o il confine innominabile tra i mondi. Alla bocca avvicinò la mano, e alla mano le labbra, protese ancora e tiepide di sonno. L’acqua era di sale, di correnti e di grecale.
Si guardò d’intorno, e i passi sommuovevano marosi brevi.
Ai bordi della stanza, negli angoli e a ridosso dell’armadio, e sotto il letto, e più raramente al mezzo della camera, galleggiavano relitti di sogni.
C’erano oggetti, aerei a elica, stagioni, vulcani, e certi tramonti di un improvviso ocra.
C’erano foglie di cedro, libri bianchi e poi cappelli.
C’erano nuvole miste a ricordi, e un imprevisto ritornare.
Alcuni di quegli oggetti li conosceva bene: erano sogni, erano vite che aveva immaginato, ancora avvolte dal termine già chiaro della notte. Ma altri relitti, le macchine volanti, scorpioni e serpenti, e fichi d’india, e deserti che ora cercavano àncora al largo del comò, quelli invece non li sapeva. Non ricordava di averli mai sognati prima.
Forse, ragionò, sono i sogni che ancora dovrò sognare. Forse è questo il materiale di cui è fatto il sogno, la sua sostanza: un eterno arrivare di vite da chissà poi dove.
Con una scopa di saggina remò piano la superficie dell’acqua per un’adunata di tutti i relitti all’angolo di muro che dava sulla strada.
Nel lasciarli sul davanzale a sgocciolare, gli oggetti perdevano colore, si gonfiavano di trasparenze diventando più leggeri, e fu necessario assicurali alla gomena del filo da bucato per non farli scivolare via verso un orizzonte di tetti e vite. Una volta asciutti e poi domati, raccolse i relitti in una cesta riponendola sopra l’armadio, come le valigie di chi ha fatto ritorno infine.
Scelse alla sera di quel giorno alcuni oggetti dalla cesta: un sari indiano, un vicolo in periferia, un senso di colpa. E li sognò.
Al risveglio successivo, e agli altri dopo, la marea aveva dato in cambio altri relitti, ancora bagnati di sogno, con cui riempì i primi due tiretti della cassettiera.
Ormai, durante il giorno tutto, non faceva che pensare agli oggetti che lo attendevano nella stanza, e al momento in cui avrebbe passato la mano sui loro contorni, rotolando i nomi tra i denti per soppesarne massa e possibilità.
A sera vuotava allora ceste e cassetti e tasche fino a ricoprire di oggetti il pavimento della stanza intero, allineando melograni e stagioni e treni a vaporiera.
Impiegava sempre più tempo a sgranare i nomi dei relitti, per scegliere tra tutti quelli giusti. I sogni erano poi i più veri che avesse mai sognato, talmente vivi da fargli accarezzare il dubbio sul suo luogo esatto tra la veglia e il sogno.
Alla luce successiva, sbrigava poi in fretta la sua vita e faceva ritorno nella stanza. Usciva ormai di casa sempre meno. Soltanto voleva sognare, densamente, a lungo, e fare sogni incongrui e pieni di verità brevi.
A ogni mattino, la marea lasciava altri relitti ancora che riempivano ormai le notti come i giorni. Così erano colorati e solidi i sogni, che tanto appariva stinta e indefinibile la vita. Non solo gli oggetti del giorno avevano perso i contorni noti, restando sfuocati nei particolari, ma anche le persone, e le voci. Il mondo si andava svuotando di senso e cose.
E’ perché la notte è così buia, adesso. Nessuno riesce più a sognare, o si sogna da lontano, come di nascosto, gli disse poi un amico, ormai distinguibile appena in controluce.
Nel fare ritorno a casa, un giorno, conobbe che non c’erano più, all’angolo di strada, i voli dei bambini in gioco, gli occhi delle donne dietro le gelosie e le grida di uomini ai banchi del mercato. Era certo di ricordarsi, invece. Corse a casa, e svuotò le casse che aveva stivato sotto il letto, e infine li trovò, ed erano i voli, le grida e gli occhi che aveva sognato la notte prima.
Raccolse allora un’àncora appoggiata alla parete, e la gettò attraverso i vetri della finestra, che esplosero a sesto acuto.
Avvertì con leggerezza che il mondo rallentava, si tendeva, si allungava, fino a strapparsi quasi per un istante di basalto.
Quella notte, la marea esondò dalla falla della finestra, restituendo infine mondi e tutti i sogni.
Fatto gli è che, a leggere centinaia di blog esteri per la rivista pubblicanda (come voi ben sapete, cit.) sono così prigioniero delle storie d’altri da non poterne liberare, qui, di mie.
Poco male, in effetti.
E tuttavia, come amuleto e riscatto dall’ignavia, lascio qui un incipit. E’ la promessa (o la minaccia) di un post per la prossima settimana. Liberi, nel caso, di continuare nelle more la historia nei commentarios (olè, per dire)
La marea era rimasta nella stanza per l’aver sognato oceani e tempesta.
Tenetevelo per detto: qualora venissi coinvolto, non parteciperei mai a una di quelle risibili catene santantonine che circolano in rete. S’ha mica tempo da perdere, qui: ci abbiamo il mondo da salvare. E tuttavia, per sollazzo potrei partecipare a una catena laddove NON venissi coinvolto. Per questo darò continuazione alla scrittura di Manginobrioches, che racconta in modo succoso i sette peccati canonici. Lo faccio però in modo eterodosso e acre (e dopo, sì, ritorno a salvare il mondo)
Indifferenza
Guardò la foto che qualche collega aveva affisso accanto alla bollatrice dell’ufficio. Era sorridente, lì come sempre. Nessuno di loro aveva capito. Nessuno di loro aveva saputo vedere in tempo, e chi se lo sarebbe mai aspettato, proprio da lui.
Se la vita che abbiamo fatto ce la portiamo addosso – pensò – tra le rughe e in fondo agli occhi, la morte che ci spetta, invece, dove si nasconde? Nei pugni chiusi, forse, o nelle notti di veglia. Oppure ce la portiamo in fondo alle tasche; un giorno affondiamo la mano, ed ecco tutto.
Osservò l’orologio della bollatrice. Le nove e venti. Anche per quel mese gli avrebbero decurtato lo stipendio.
Devo ricordarmi di puntare la sveglia mezz’ora prima, si disse, mentre saliva le scale.
Solitudine
L’impiegato e la donna gli lasciavano sempre qualche spicciolo, all’angolo della strada. Indossava lo stesso impermeabile anche d’estate, troppo per il caldo, e troppo poco per l’inverno. Non parlava mai con nessuno. La mano tesa, e lo sguardo altrove. L’impiegato e la donna, tornando verso casa, lasciavano cadere pochi centesimi, per compassione di quella solitudine, per superiorità di fronte a quella vita così vuota. Alla sera, l’impiegato scaldava un po’ di minestra alla madre, che ormai non si alzava più dal letto, e poi si addormentava di fronte al televisore spento. La donna sfogliava lettere e ricordi, domandandosi come sarebbe stata l’intera vita, se quella volta avesse detto sì.
Violenza
Non avrebbe creduto di esserne capace, da sola contro tutti. E invece ha fatto nascere sua figlia nell’ospedale di un altro paese, e non è tornata indietro. Il padre era sparito subito, e anche la sua famiglia le aveva detto che con lei non voleva avere più nulla a che fare. Né con lei, né con la bambina. E’ dura, resistere da soli alla Grande Città e al suo silenzio assordante. E’ difficile trovare lavoro, quando gli occhi stanchi per le notti difficili e il marsupio con la piccola fanno chiudere tutte le porte. Qualcuno le aveva fatto capire che qualche soldo gliel’avrebbe dato, nel retro del negozio o in un sottoscala. Dopo tre mesi, cammina ancora a testa alta per le strade, tra ombre che la sfiorano senza vederla.
Paura
Tornai indietro di qualche passo, per far scattare la chiusura centralizzata dell’auto.
Fa bene, non scordi mai di farlo, questa è diventata una zona invivibile.
Indossa un vecchio grembiule. Sulla manica sinistra, un puntaspilli. Mi osserva dalla porta del suo negozio.
Zingari. Aprono le macchine. E senegalesi, soprattutto. I senegalesi sono i peggiori. Puntano un coltello alla gola, e via. Non usciamo più, la sera. Non siamo più liberi di sentirci sicuri a casa nostra. Meglio non pensarci, a cosa è diventata questa città.
Spegne la luce del negozio e chiude la saracinesca. Si passa una mano tra i capelli crespi. L’insegna dice Farouk Douvalé, sarto.
Povertà
L’uomo all’inizio aveva un sogno. Ma poi le difficoltà, i primi debiti, la famiglia da mantenere. Aveva allora accettato un po’ di tutto, anche i lavori che gli altri non volevano fare. Spesso scambiava la notte con il giorno, senza vedere la moglie e il figlio che per pochi minuti al mattino e alla sera. E anche adesso, che le spalle erano ormai curve. Alle quattro del mattino faceva freddo, a scaricare ai mercati generali le cassette che avevano nomi del sud. A mercato finito, toccava cancellare passi e voci dal selciato della piazza. La macchina si fermò per il tempo necessario di un semaforo rosso. Qualcuno dal finestrino lo indicò, e suo figlio si sporse in avanti, per guardarlo dall’abitacolo. L’uomo avrebbe ben potuto dirgli L’ho fatto per te, tutto questo l’ho fatto per te, per te ho dimenticato i sogni. Ma il figlio fece cenno che no, non si trattava di suo padre. Mentre la macchina ripartiva, l’uomo strinse tra i denti un sapore amaro.
Ipocrisia
Glielo dirò chiaro, alla prossima assemblea di condominio.
Ma perché la connessione è così lenta, questa sera?
Lo dirò ad alta voce. In questa casa hanno sempre vissuto persone rispettabili. La parola moralità significa ancora qualcosa.
Altro che adsl, qui la rete funziona a carbone.
Non possiamo tollerare che quella nuova del terzo piano riceva uomini a tutte le ore del giorno. Che esempio diamo, ai nostri figli?
Ah, finalmente, ecco la connessione. Allora, vediamo, no, questo no, Bambine Violentate l’ho già visto l’altra sera.
C’è qualcosa di terribile, che la scrittura può fare: violare i limiti, eccedere i confini.
Abbattere i muri è a volte necessario, spesso doloroso.
In altri casi, permane il dubbio.
Leggo questo articolo di Repubblica (suppongo che la lettura possa risultare non inutile anche per voi).
Esiste un sito del Dipartimento di giustizia criminale del Texas (uno Stato canaglia, se non erro) che riporta le ultime frasi (last statement) pronunciate dai condannati a morte appena prima dell’esecuzione.
I condannati sono tutti colpevoli, o giudicati tali (a volte rei confessi) di omicidi spesso orribili
Ma è quel sito, a essere davvero orribile.
Riporta l’elenco dei Colpevoli Giustiziati (Executed Offender) e in attesa di morte, con breve storia criminale degli stessi, fotografie, età.
E razza, naturalmente.
Black.
Black.
Black.
Hispanic.
Black.
White.
Black.
Black.
Hispanic.
Black.
Solo per citare le ultime dieci esecuzioni, dal 20/06/2006 al 12/09/2006.
Non so dire se la scrittura, qui, sia più utile per la denuncia di questa asettica, legale, terribile routine, o se sia piuttosto una violenza per quelle morti – morti spesso per nulla innocenti – strappare loro le ultime parole e farle sopravvivere.
Mike and Ms. Allison, I would like to tell you that I am responsible and I am sorry for what I did and the pain I caused you all. I love you Earline and all of my friends that stood by me. I feel blessed to have had you all. Stay strong and take care of them kids.
Set me free, Warden.
(Robert Morrow, matricola 999244, giustiziato il 4/11/2004)
E’, la notte, all'angolo già dove svoltano vite e vie.
La parte di giorno che ne dice la fine sgocciola giù da grondaie e colatoi, s’infessura in longitudini d’interstizi lungo i muri e cade ad allagare il selciato d’improvvise scurità.
Nel vicolo tuttavia il nerofumo della notte si stempera, diluito dall’unico lampione sfuocato, e la luce tra alba e tramonto non arriva mai, se non raccontata da altre vie d’intorno, che hanno cammini meno stretti e muri meno alti a incolonnare sei piani di esistenze.
La notte non è notte e il giorno non è giorno, nel vicolo, e il tempo non scorre, non oltrepassa, ma si addensa vischioso e opaco ai mattoni spessi d’umido e alle vite randagie e poche.
Ma questo è il luogo, e il momento adesso.
Cresce dall’altro lato del cantone un passo, il suo ritmo tellurico già sconquassa bitumi e selciato, e si annuncia a breve.
I muri s’irrigidiscono a trattenere il respiro, sembrano allargarsi le crepe che rilasciano frammenti d’intonaco, e gli scantinati premono la superficie e sommuovono detriti, facendo ululare le tubature nascoste.
La tensione si trasmette mattone a mattone, strada a strada, e presto tutta la città di muri e marciapiedi converge verso il vicolo, verso il punto dove il tempo non passa, verso il luogo e il momento dove tutto sta per accadere.
Il suono dei passi è ora enorme, sovrasta la città che ritrae le sue radici sotterranee, e le fondamenta spostano case, e tutto scivola ai bordi del vicolo, sul piano inclinato della notte.
Il passo ora è lì, sul bordo esatto del cantone, pronto alla svolta, alla rivelazione, al fuoco che tutto divora.
Il lampione sfuocato quasi cede per la tensione, si piega, scolora, è solo una fluorescenza o un ricordo.
Tutto è adesso.
Ma il passo prosegue oltre, non scantona, non rivela, non sa il vicolo e la città, non conosce il luogo e l’attimo, e va a spegnersi nelle vie consuete, dove il tempo scorre ancora come nulla fosse accaduto mai.
Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.
Eran giorni, quelli, in cui ogni parola pesava ed era tanto solida da far ombra sul terreno. Eravamo in ascolto di ogni rumore, e di ogni assenza di rumore, per leggere il destino.
L’inverno aveva avuto la coda lunga.
Abitavamo in quella cascina lassù a mezza costa, e ogni giorno eran tre chilometri di sentiero giù verso il paese e l’unica scuola. Ci si alzava che non era chiaro ancora, e a volte c’era mezzo metro di neve, e noi non avevamo che zoccoli di legno e una mantella cerata. Mio padre spalava neve per cento metri, e alla cascina successiva facevano lo stesso, così che c’erano tratti in cui gli zoccoli non affondavano. Ma al giorno continuava a fioccare, e nel ritorno in salita i piedi si ghiacciavano sul sentiero cancellato di bianco.
Intorno all’unica stufa della casa, avevamo chiamato per nome anche gli ultimi giorni d’inverno. Mancava non molto a primavera e alla Liberazione, ma ancora non sapevamo l’una né l’altra.
Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.
L’otto aprile fu l’ultimo giorno dei fratelli Barge.
Il maggiore era già salito a monte con le Brigate Garibaldine, mentre gli altri tre velavano la sua assenza continuando a lavorare la campagna.
Dorino Barge, il più giovane, a ogni mietitura e alla vendemmia traversava giù la costa dalla parte sua e risaliva fin qui a casa, dove mio padre gli dava la giornata. All’aprile le Brigate gli fecero portare delle casse loro sopra il carro, per spostare munizioni. Di ritorno dal crinale, Dorino aveva poggiato l’ultimo passo sopra la terra smossa di fresco e minata. L’avevano poi cercata a lungo tra le radici dei castagni nudi, ma era rimasta ai boschi per sempre, la sua testa.
Lo trasportarono allora al casolare più vicino per non fare altri movimenti, che la repubblica aveva occhi e tendeva orecchie. La notte stessa, gli altri due fratelli Barge lo avevano vegliato insieme, per non lasciarlo solo in casa d’altri.
I fratelli parlavano a denti stretti e occhi bassi, mentre i due vecchi della cascina sgranavano il rosario. Non sentirono nulla, finché non li avvertì il cane, ma era troppo tardi ormai. Fuori dalla finestra, i tedeschi avevano riempito l’aia e la notte fredda con parole secche. Li aveva condotti lì uno di Mombarcaro, che aveva le costole rose da una canna di pistola.
I soldati li fucilarono tutti: i due fratelli Barge, i due vecchi della cascina, e quello di Mombarcaro, che ora tra le costole aveva un foro grosso come una noce.
Per tutta notte il cane non aveva smesso di abbaiare alle ombre sull’aia vuota. Tirava la catena da matto, e ringhiava contro nessuno. Avrebbe continuato a vedere e a sentire per sempre quella notte. Era solo più un raschio rauco, il suo abbaiare, quando alle prime luci il padre dei Barge dovette abbatterlo per compassione.
Il mattino dopo mio padre guardava giù verso il Bormida, che ancora era opaco per le scurezze del giorno non fatto appieno.
Nemmeno il corteo funebre, gli faranno.
Gli uomini non si muovevano più dalle case e dai campi, per paura dei rastrellamenti. I ragazzini come me erano invece invisibili, e passavano a bordo dei sentieri e tra i borghi come fantasmi. Mio padre mi serrò la spalla con le dita che sapevano di terra e legno.
Cala fino allo stradone che va al cimitero, e aspetta finché passa il padre dei Barge. Resta nascosto fin quando arriva, e guarda se c’è gente che lo segue al camposanto. Se non c’è nessun altro, ségnati con la croce e volta indietro.
Lo avevo già visto da lontano, prima che arrivasse allo stradone. C’era solo un velo sottile di pioggia che sfuocava l’inizio di aprile; per il resto, non si muoveva altro, se non quell’uomo e il carro.
Sul carro c’erano sei casse, e tre erano di figli suoi.
Lo lasciai passare, guardando basso, finché il curvone oltre il ponte non lo cancellò.
La pioggia, un uomo, il carro, e poi nulla.
Voltai allora verso casa, scordandomi del segno e della croce.
(di questa storia non so dire molto, se non che è vera, con l’eccezione dei nomi di persona. Insieme a molte altre che raccolgo e conservo, appartiene a chi c’era e vuol lasciarne, per ragioni d’età, testimonianza – ma, forse, queste storie appartengono anche a noi)