URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
venerdì, dicembre 22, 2006
Clamoroso furto in rete
Rubato un testo di Antonio Chimal
La redazione di Buràn ha denunciato alle competenti autorità un gravissimo fatto di spionaggio virtuale. Nottetempo, ignori ladri forzavano gli archivi informatici della rivista, asportando una pur piccola parte del contenuto.
Così è che su Permalink n. 3, web magazine in pdf della comunità di Blogo.it, è comparsa la prima parte di un racconto di Alberto Chimal, giovane scrittore messicano in rete e su carta tra i più promettenti.
Il testo si intitola Gente del Mondo, ed è un catalogo di popoli e nazioni (si legga a pagina 33 del pdf, una volta scaricato, senza fidarvi dell'indice del magazine).
Tuttavia, il ladrocinio non è stato perpetrato per l’intero, sicché occorrerà attendere sino all’otto gennaio 2007, data in cui Buràn verrà rilasciato nel suo primo numero, per leggere il seguito del racconto, così come gli altri testi trovati nella rete del Mondo.
Cenzo sollevò d’un colpo la saracinesca che il giorno ancora non era iniziato. Questa volta toccava a lui spiegare, dire cose. Detestava tutto questo, ma altra scelta non c'era. Tra non molto, lo sapeva, sarebbe arrivato Tonio. Entrò nel Caffè con una bestemmia scordata a metà, lasciando fuori notte e gelo.
La colazione sarebbe risultata perfetta, soltanto ventiquattr’ore prima. Adesso, il pane era raffermo, il caffè era l’avanzo della sera prima e il latte era scaduto da un giorno.
Strano che mia moglie non se ne sia accorta, pensò Tonio, mentre i suoi piedi ancora in ciabatte gelavano per gli spifferi che passavano dagli infissi crepati della cucina.
Aveva sognato, Tonio.
Era da quarant’anni almeno che non pensava più a quell’amico. Erano stati ragazzi insieme, nella stessa casa di ringhiera. Tutto il giorno in strada e tra i cortili. Poi più niente. Qualcuno, molto tempo prima, gli aveva detto che forse l’amico era morto, ma la notizia era scolorita e vaga, e a Tonio non aveva fatto molta impressione, Ma ora l’amico aveva agitato il suo sonno.
Dopo colazione, infilò sotto la canottiera di lana alcuni fogli di giornale per proteggersi da quello che sarebbe stato il giorno più freddo dell’anno. Questa volta sua moglie non si alzò a salutarlo, come faceva di solito. Troppo freddo, forse, e poi non erano ancora le cinque del mattino.
In cortile Tonio tentò di aprire il lucchetto con cui aveva assicurato la bicicletta, ma il freddo aveva bloccato il meccanismo, e il metallo ghiacciato gli scottava i polpastrelli lasciati indifesi dai mezzi guanti. Le strade erano comunque troppo gelate e buie, quella mattina in fabbrica non avrebbe potuto andarci in bicicletta.
Camminò piano fin alla fermata del tram, assicurandosi con una mano ai muri della case per non scivolare sul marciapiedi coperto di ghiaccio. I suoi piedi crocchiavano sulla crosta dura, il suo giaccone crocchiava sopra i fogli di giornale. Era lui il centro perfetto di ogni rumore al mondo; d’intorno, il silenzio completo e bianco.
Il tram che portava agli stabilimenti era un’Italia a scartamento ridotto. Nella parte anteriore c’erano i napoletani, che già a quell’ora ridevano e parlavano forte con tutti. Al centro i siciliani, che parlavano a voce piana e solo tra di loro. In fondo c’erano poi i calabresi, che non parlavano mai con nessuno, e il loro silenzio aveva profilo d’Aspromonte. Per qualche fermata viaggiarono con loro anche alcuni zingari dagli zigomi alti e i denti d’oro, ma scesero ai Mercati Generali, ad aspettare borse e portafogli. Tonio restava in disparte, a guardare la città immobile che si raccontava a fotogrammi dai finestrini.
Ai cancelli del Reparto Presse c’era gente. Un picchetto, che lasciava uscire quelli del turno di notte ma non faceva entrare gli operai delle sei. Sua moglie non sarebbe stata contenta, stavano risparmiando danari per comprare una lavatrice automatica. Tonio allora non le avrebbe detto nulla. La giornata l’avrebbe passata in giro, da qualche parte, per rincasare poi all’orario d’abitudine.
Stringendo bene il bavero del vecchio giaccone risalì la città lungo il fiume che respirava nebbia. Le strade erano un patina lucida, e rispecchiavano una città capovolta e doppia.
Dopo un’ora di gelo si ritrovò nel quartiere in cui era nato, laggiù lungo la Dora, tra le case vecchie di ringhiera. Non era mai più tornato lì, in tanti anni, e adesso i suoi passi incerti e scivolati lo avevano guidato docile e distratto.
Il freddo aumentava, e Tonio entrò nel primo locale aperto.
Un caffè corretto grappa, ordinò con lingua intorpidita e la voce tagliata dal gelo. Quando l’uomo al banco si voltò verso di lui, non durò fatica a riconoscerlo.
Cenzo, sei proprio tu. Dopo tutti questi anni. Non lo si può mica credere, ma giusto stanotte ti ho sognato.
Ciao,Tonio, rispose l’altro, mentre correggeva generosamente la tazzina di caffè.
Cenzo, questo è un giorno strano, con tutto il gelo, e i tram e la città ferma, e lo sciopero, e i sogni, e adesso tu. Dimmi di te, dev’essere bello lavorare in un Caffè.
Lo detesto, rispose Cenzo. Non sopporto né caffè né liquori, e tanto meno i clienti.
Ma allora, perché? domandò Tonio
Perché in fondo l’inferno è uno spazio individuale, un’occasione personale in cui ciascuno sta male a proprio modo, inseguito da caffè e liquori, oppure da colazioni rafferme, da lucchetti ghiacciati, dal gelo e dalle lavatrici.
Le ultime parole le disse però piano e voltato di spalle, e forse Tonio non volle sentire.
Adesso vado, Cenzo, che da qui casa mia è lontana.
E’ lontana, sì. Molto lontana, rispose Cenzo, versando ancora un po’ di grappa nella tazzina.
(credits: gli elementi del racconto sono dono munifico del Signor Direttore dell'Hotel Messico, via fervida mail. Qui ci si è limitati a un lavoro di cucito a filo grezzo)
La casa di Giuseppe Perrella a Fuorigrotta contava una camera sola, ma grande e quadra che ci si accalcava comodo tutto il mobilio: un letto a due piazze per lui e la moglie Maria, un letto a una piazza per Santina e Serafina, le due gemelle, e la culla dove dormiva il piccolo Nazario. A fondo stanza una cucina economica e, tra cucina e letti, il tavolo da pranzo con sei sedie. Tutte rigorosamente spaiate.
Era pur vero che, così accatastata, la mobilia non lasciava spazio per passare, e quando si voleva raggiungere la cucina dalla zona notte, o viceversa, bisognava impilare tutte le sedie sopra la tavola, e poi rimetterle a terra fino al passaggio successivo, ma dalla vita non si poteva mica pretendere tutto.
L’anno venturo sarà migliore, si ripeteva Giuseppe Perrella a ogni fine calendario, certo che prima o poi qualche dio si sarebbe ricordato anche di lui.
Adesso la tavola era apparecchiata, e sua moglie sedeva in silenzio insieme alle figlie, mentre il piccolo gattonava sotto le sedie. I piatti in tavola non erano spaiati come le seggiole: due erano uguali addirittura, e un terzo ci si avvicinava parecchio, a non guardalo poi con troppa attenzione.
Tutti gli occhi erano adesso rivolti alla porta. Giuseppe era uscito fin dal pomeriggio con un fascio di rose quasi fresche, trovate con un colpo di fortuna al mercato dei fiori mentre smontavano le bancarelle. Se fosse riuscito a vendere le rose, ne avrebbe ricavato i soldi per il cenone di quell’ultima sera dell’anno. Già da un’ora la famiglia masticava un'acquerugiola dolciastra, al pensiero di quello che avrebbero potuto mangiare a dispetto della dispensa vuota dal giorno prima.
Al primo giro di chiave si alzarono con un movimento perfetto e unico, facendo sbattere le spalliere delle sedie contro letti e cucina. Le rose reclinavano la corolla, ancora sottobraccio a Giuseppe Perrella.
- La gente non ha più il senso della bellezza, nessuno regala più fiori.
- Ma allora, il cenone?
- Niente cenone. Mi dispiace.
Giuseppe uscì sul balcone, per non vedere gli occhi delusi delle figlie. La moglie lo raggiunse poco dopo.
- Maria, sono giorni storti. Ma non te la prendere, vedrai che l’anno venturo sarà migliore.
Per strada, gli ultimi ritardatari rincasavano portando involti e pacchettini.
Nel palazzo di fronte, le finestre del cavalier Melchiorre Morra-Dutto erano aperte, e voci e rumori di stoviglie traversavano la strada.
- Giuseppe, ma cos’è questo odore?
- Aspetta, fammi sentire. Giuseppe Perrella inspirò profondamente. Zampone e lenticchie. Il cavalier Morra-Dutto ha iniziato il cenone.
Anche Maria inspirò con gusto.
- Lo zampone non è male, ma le lenticchie mancano di sale. Chissà quante anime del purgatorio deve salvare, la moglie del cavaliere, con tutto il sale che risparmia nelle pietanze.
- Eh, Maria, in tutto il vicolo non c’è una cuoca come te, e poi quelli là sono stranieri, vengono dal nord, che ne sanno di cucina.
Giuseppe inspirò ancora, e finalmente si illuminò.
- Maria, prendi le seggiole e sistemale in fila qui sul balcone, una accanto all’altra, e fai venire le gemelle.
Quando tutti furono sistemati, Giuseppe ordinò perentorio:
- Adesso, ragazze, respirate bene, e non avanzate niente.
La famiglia Perrella si sporse allora alla ringhiera, con il naso per aria e in favore di vento.
Terminata la teoria di antipasti caldi e freddi, fu la volta dei primi.
- Papà, si lagnò Santina, a me i cappelletti in brodo mica mi piacciono, io voglio le tagliatelle.
- Zitta e respira. Non ci pensi a tutti i bambini africani che muoiono di fame?
In quel momento, per strada passò don Gaspare Scaringella, vedovo ormai da due anni. Giuseppe si alzò dalla seggiola per salutarlo.
- Don Gaspare, i miei rispetti, e auguri a voi.
- State in grazia di Dio anche voi, don Giuseppe.
- Don Gaspare, ma perché state ancora in giro a quest’ora, non lo fate il cenone?
- Eh, quest’anno tocca tirare la cinghia. Faccio due passi per scordare l’appetito.
- Ma allora favorite qui da noi, che tanto abbiamo appena iniziato.
- Vi ringrazio molto, don Giuseppe, non vorrei disturbare.
- Ma quale disturbo, salite, salite. Maria, prendi un’altra sedia per don Gaspare, e fallo sedere al posto d’onore.
Dopo i secondi e i contorni, Serafina iniziò a dar segni d’impazienza.
- Mammà, posso andare con le amiche a vedere i fuochi?
- Non ci si alza finché non si è finito tutto, lo sai che non è educazione, eppoi abbiamo ospiti, rispose Maria.
Il cenone passò in buona compagnia. Dopo la frutta, Giuseppe Perrella osservò la scena sul suo balcone. La moglie conversava piano con don Gaspare; il piccolo Nazario si era addormentato in braccio a Santina, mentre l’altra gemella si preparava a uscire di casa.
In strada si sentivano i primi botti, e gli auguri da una casa all’altra.
Giuseppe sospirò.
L’anno venturo sarà migliore.
E, dopo il cenone, respirò con soddisfazione anche un poco di caffè.
(aggiornamento: il branetto è un contributo al Post sotto l'Albero, pdf anche quest'anno realizzato dal pervicace e anglo-terzista Sir Squonk. Buon pro.)
Alla fine del pomeriggio l’edificio ribolle. È l’ora in cui la gente ritorna dal lavoro e accende la radio a tutto volume. I bolero si mischiano con i ritmi selvaggi, Willy Chirino e Albita da Miami con lo stridore dei Van Van e NG. Anche i bollettini di Radio Martí e quelli dell’Onda dell’Allegria spingono come se volessero espellere quello che rimane tappato dalla manopola del volume. Il resto è il frastuono dei secchi, l’ora del bagno, quando la gente vuole riscaldare l’acqua e il gas non sale, arriva fino al secondo piano e si ferma lì. [...]
La donna rimane tutto il giorno dietro la porta. Fuma un sigaro di quelli lunghi e si schiarisce la voce mentre controlla ciò che avviene dall’altra parte. Su quella porta ha disegnato un occhio che spia tutto il mare di inganni di Prado 112. Sotto il letto, con l’infinita pazienza di un eremita, nasconde noci di cocco e collane, perché sua figlia, sergente di artiglieria alla Fortezza della Cabaña, possa un giorno godere del favore degli uomini [...]
Nino dimostra undici anni ed è molto orgoglioso della sfera di cristallo con la neve che riposa sul suo comodino. Una sfera di cristallo che scruta quando tutti dormono, per vedere i misteri del Prado. “E’ il presepe di Gesù, con i negri e i cammelli” dice fra sé. Nino ha la stessa età dell’anno millenovecentosessantuno. In quell’anno i suoi genitori decisero di andarsene a Miami e all’aeroporto, al momento di partire, Nino si rifiutò e si mise a correre per la pista rifugiandosi all’ombra della bandiera cubana. Lì chiese asilo alla Patria e, dopo pratiche e inni, lo dichiararono Figlio della Patria e gli concessero la pensione [...] Da quel momento ha smesso di crescere ed è rimasto con una chiocciolina da angioletto tra le gambe e una voce da poeta improvvisato.
(Perversioni all’Avana)
Si sa che costì, prima e più che scrivere, si ha gusto alla lettura, e a far leggere. Una volta assolti gli obblighi militari e civili, qui si farà l’editore. Poiché, con questo lunario, i danari non son bastevoli all’uopo, nell’impossibilità di far con esattezza l’editore ho acquistato una vocale in meno, facendo l’editor. Che poi, nemmen quello, che a far l’editor occorre buon fiato e mano ferma. Più artigianalmente e con mestiere antico, ho fatto allora il correttore di bozze. L’editore (lui sì) di Edizioni Estemporanee mi ha permesso di giocare – epperò serissimamente – con le bozze della versione italiana di Perversiones en el Prado, di Miguel Mejides, autore cubano già noto in Italia (Feltrinelli). L’esperienza mi ha fruttato alcuni tesori:
-varie notti insonni a inseguire i personaggi lungo il Prado
-cornee arrossate per le ore di correzione passate a fumare il miglior tabacco di Vuelta Abajo, torcido a El Laguito - per chi sa cosa intendo - munifico omaggio dell’editore (lui sì)
-il mio nome nelle pagine interne del libro, alla voce Redazione. Perché, diciamolo chiaro: ormai chi di noi non ha il proprio nome stampato sopra un libro, sulla copertina? Ma avercelo stampato dentro, tra le pagine del libro, è dunque questa la nuova frontiera dello chic.
Dice: ma allora, il titolo del post? Ah, sì, mi son distratto. Edizioni Estemporanee è alla fiera della media e piccola editoria di Roma (Più libri Più liberi, 7-10 dicembre), stand T47. Per chi si trovasse a passare, l’occasione sarebbe fausta per ammirare un altro splendido libro: Non aver paura, Lulù, l’intero versante poetico-visuale di Pedro Juan Gutierrez. Splendore, rabbia, desolazione e lussuria nel cuore dell’Avana (versi narrativi e poesie visive). Il libro ha formato particolare, rilegato dal lato corto come un vecchio album. L’autore sostiene che l’arte serva se è irriverente e tormentata, indecente e incollerita, ribelle e disposta al rischio. Non è escluso che abbia ragione.
Il mio amico Kjell ha appeso un libro fuori dalla finestra / Ha messo un gancio e il libro penzola da una corda / e si congela. / Il gancio, la corda, il libro e il vetro della finestra / sono coperti di brina e di gocce d’acqua gelata / dopo tutta la notte. / Con la neve che si scioglie in città tutto è umido / e Kjell vuole raffreddare per bene quel libro dove ho scritto / alcune poesie sulle pagine delle illustrazioni, / attorno agli schemi dei barometri. / Dice che lì fuori è il posto migliore / affinché il libro possa respirare / e non contamini l’appartamento. / Lo spazio è piccolissimo ed ermeticamente chiuso, / come un sottomarino / e Kjell non vuole libri qui, / tantomeno di poesia. / L’unica carta che ho trovato è quel catalogo: BORS, Barometern. / “Se mi infetto di nuovo di poesia non guarirò mai” / mi ha detto ieri sera molto serio. E io non ho fatto domande. / Suppongo che se la sia vista brutta. / Oggi si è alzato molto presto, / ha controllato attraverso il vetro: il libro era ancora lì immobile / a sgocciolare acqua gelata nel mattino grigio, / ha preparato il caffè, ne ha bevuto una tazza, / e se n’è andato al lavoro nella fabbrica di barometri.
(Precauciones en el submarino, da Non aver paura, Lulù)
aggiornamento: delle volte, la combinazione: su Raramente, una bella recensione di No tengas miedo, Lulù
Di sabato escono in strada le ragazze a sera, e hanno trucchi al volto e qualche inganno, e armi di facile sorriso. Escono a sera, le ragazze, e hanno sogni da vendere e vita in regalo. Spostano intere le città, le ragazze al sabato, ne muovono strade e quartieri in periferia verso il centro dove la notte non ha fine.
Han denti stretti, le ragazze, durante intere settimane, a mordere vite che non le sfiorano nemmeno, dentro uffici fabbriche vetrine, la sveglia al mattino e le cuffie nella metro, a cancellare finestrini grigi e occhi di colore uguale con una musica che ripetono muovendo le labbra appena.
Hanno nomi vecchi di vent’anni che non dicono niente di loro, e parlano accenti che assomigliano alla tivù. A lezione mordono matite mentre ascoltano le voci che arrivano da fuori, dal mondo che guarda solo loro, riquadrato alla finestra. Nei pomeriggi lunghi hanno voci al telefono e messaggini brevi che perdono vocali e senso. E di notte, il sorriso di quel ragazzo che solo hanno immaginato, e non le guarderà. Hanno lavori stanchi e uguali, parlano mai o il meno che possono, che ogni parola le allontana dai sogni che faranno. Hanno camere chiuse a chiave per lasciare ogni cosa fuori, e dirsi da sole qualche lacrima leggera.
Ma di sabato escono in strada le ragazze a sera, dipingendo terremoti con i tacchi sul selciato, e hanno abiti leggeri, e una fretta di vivere. Ricreano mondi con risate piene, hanno forza e vita, per un notte che è arrivata ancora. Escono insieme le ragazze a sera, vanno alla vita, e pensano a qualcuna che non è tornata più
(in memoria di M.)
La Bestia
Di tutti i giorni ben stirati e quieti, di cravatte uguali in coda a ogni semaforo, di colazioni all’angolo decaffeinate e brevi; della teoria di sere e di tinelli sparecchiati, di briciole a scomparsa e televisori accesi, di letti d’amido e figli addormentati bene; e delle notti d’abitudini e silenzio, e di corpi nudi solo ogni martedì; di tutto questo era tormento e fine il respiro in strada della Bestia.
Si usciva allora ai controviali, sotto notti periferiche di vetro e di cemento, a farsi largo tra falò di gomme e donne di peccato, a cancellare scandalo, a punir la Bestia per la colpa.
Nel far mattino il rientro era leggero e di silenzio, le famiglie difese e addormentate, le mani ancora a dolere per i colpi di spranga mai negati.
Si dimenticava in fretta, eran solo poche righe di giornale, e poi a ritmo calmo i giorni in fila, uguali a rassicurare, finché non raschiava ancora alle nostre porte, con unghie e denti, il corpo caldo e insoddisfatto della Bestia.
Allora sotto ponti, agli angoli, in fondo a ogni giardino, ovunque fosse scambio di bustine a intasare corpi e vene. Senza guardare chi, oppure come, si puniva ancora la colpa e la malattia, fino a non poterne più, fino al dolore esausto di braccia e mani.
Se il mondo ancora si svegliava, se il mondo era, lo doveva al nostro esercito notturno, alla lotta ancora e alla caccia a danno della Bestia oscura.
Era coscienza nuova e chiara ogni mattina, il sapere di aver dato respiro e ordine, di avere ammansito l’indomabile per qualche notte ancora.
Per questo potevamo condannare ogni episodio, censurare poi in pubblico la violenza, perché non era una nostra volontà, ma il bisogno di difendere le nostre vite quiete.
Ma sempre sentivamo poi l’odore di selvatico, il passo della Bestia in caccia, l’aria della notte mossa dagli ampi giri dell’animale in mezzo a noi. Lasciavamo freddi a metà ancora i nostri letti, per obbedire a quel richiamo che svegliava occhi e anime e tensioni, condannati a uscire senza tregua, senza che si vedesse di tutto questo mai la fine.
E a ogni rientro poi, a ogni mandata alla porta chiusa, ci raccontava per un istante il fondo scuro dello specchio, in un riflesso duale e netto, che la Bestia, l’inseguita, l’odiata, la temuta, la desiderata, era infatti noi.
Come letture felici e propizie, favorisco codeste leccornie:
Prima di essere capovillaggio in Belucistan fui agave ai margini del deserto, dalle parti di Oaxaca. Da agave rimpiansi spesso di non aver avuto formazione né mente filosofiche, perché di tempo per pensare ne avevo quanto ne volevo. E' anche vero che se fossi riuscito ad arrivare ad una rigorosa sistematizzazione del mio pensiero, esso sarebbe morto con me. Così morii da solo. Non mancano pagine al vostro libro di filosofia.
- Parlami un po' della Sasiadka, su. Io credo che è molto simpatica ma non ho io bene capito da dove spunta fuori.
Da quando gal l'ha rimbrottato questo anziano condominio ha ripreso ad imitare la parlata dei suoi connazionali e non più lo sfiorentinare di p (perché g la parla versigliese e pp non la parla). Sasiadka è la nuova inquilina di Zulawskiego, l'ultimo acquisto che ha seguito a ruota la giovane coppia di studenti magri e muti. Sono studenti, sono entrambi molto magri e non parlano, mai il minimo cenno di saluto, mai un timido 'salve' mormorato tra i baffi.
Sasjadka, la vicina, delle Inquiline, che guardano Cracovia da Zulawskiego 5, condominio del quartiere NowyKleparz.
Don Porro a forza di essere sempre malato ha perso il lavoro. Un pomeriggio che cerca di rilassarsi col porro sul sofà suonano alla porta. Un po’ scocciato va ad aprire; è il suo vicino di casa. “Non sai quanto vorrei essere al tuo posto: domani vado in Australia per lavoro, tutto spesato. Sono stressatissimo, non so se ci vado!”
Don Porro lo guarda, respira forte nel porro che si trasforma in bazooka e fa piazza pulita del vicino. Poi chiama un piastrellista per il buco nel pavimento.
Don Porro, di Petarda (il resto qui), che ha volontariamente ristretto e infeltrito la possibilità di commentare il suo blog a un solo commento per post, che per di più è poi impossibile da leggere.