URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, maggio 30, 2007
La solitudine del Blogger
 
Sta Egli (e s’intenda anch’Ella) come roccia alla tempesta, indifferente.
Bello (il Blogger è sempre bello), magnifico e progressivo, canta Egli il corpo elettrico e digitale.
Chino su una nuova alchimia, impone le mani alla tastiera, invitto, potente, incrollabile.
E solo.
Perché, subito dopo aver creato mondi di parole, e appena prima di rendere visibilità a quei mondi, il demiurgo si rattiene, tituba, si guarda intorno a cercare le voci note, e si accorge che nessuno è accanto, e dubita allora che i suoi mondi esistano in concreto, e teme che la vita sia già passata di là e abbia egli risposto Non ora, ora non posso.
Paventa dunque Egli, il Blogger, che la vita sia qualcosa che accade ad altri e altrove, mentre Egli la scrive.
Si accorge che qualcosa che forse poteva appartenergli, è ora andato perduto per sempre.
E si arrende.
Esempi clamorosi ve ne furono in passato; e poi anche ora, da ultimi, ancora Blogger che cedono le armi alla granitica solitudine su cui si sono visti assisi: Roberto Tossani (caso rientrato), Zaritmac (che riprende piano il respiro), CalMa (che ancora non si sa).
E infine, fragoroso come la fioritura di una rosa nel deserto di Atacama, Nuestra Señora delle Brioches, che qui denuncio e supplico.
Ma poi, se appena il Blogger riprende coscienza del proprio indice, e preme con falange il tasto post, ecco che i mondi allora si ricompongono, e al posto del suono del silenzio ci sono ancora parole profetiche graffiate sui muri della metro o delle case di periferia, e
il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

affrancato e spedito da Effe | 08:56 | commenti (47)


lunedì, maggio 28, 2007
Sensi

Ma cos’è allora l’effluvio che riempie adesso i viali delle vostre città nordestine, e del settentrione in genere?
L’infiorescenza, forse, del tiglio.
Ma voi vivete magari in città di costa e di mare, e i profumi delle vostre strade sapranno allora di cannella e cinammomo (non so, non ho idea di che odore abbia il cinamomo, né se ne abbia).
In realtà volevo parlarvi dei sensi, e dirvi quanto siete fortunati, nell’enumerarli, che siano solo cinque.
Non come i sette re di Roma (o i loro colleghi minori, i sette nani), che se vi si chiede di farne l’appello in ordine alfabetico o di apparizione, ecco che sempre ne manca uno, il più tignoso, il più renitente, che rende incompleto l’elenco.
E potrei interrogarvi anche sulle sette virtù teologali e cardinali, o sui sette peccati capitali, ma ve ne faccio grazia.
La verità è che, mi pare evidente, la mente umana non risulta adatta a mandare a memoria elenchi moltiplicati per sette. Propongo allora che voi gente dabbene vi facciate parte attiva affinché, per regio decreto, ogni elenco venga limitato a un numero massimo di sei unità, per facilitarne la memorizzazione.
E così, finalmente, saranno sei le stelle dell’Orsa Maggiore, sei le Meraviglie del mondo, sei le note musicali, sei i giorni della seimana, sei i Samurai, e anche le Spose per i Fratelli di pari numero.
Ma i sensi, dicevano.
I sensi sono al di sotto dello standard sestuplo che abbiamo testé stabilito per acclamazione. E in effetti cinque sensi mi sembran pochi.
Ce n’è invero un altro, che rende i precedenti financo inutili: la parola.
Non è forse con il racconto, che possiamo esperire ogni forma di realtà possibile e impossibile?
Non è, la parola, sensibile e tutta guizzi come la lingua tattile del serpente?
Non è lei che lambisce e scontorna i margini e i profili dei mondi?
Non è la parola che vi rende tutti un fuoco, o vi scioglie come ampi oceani, e remoti?
E allora lo ribadisco: per i sensi, e per ogni enumerazione, elenco, catalogo e lista, valga infine e per sempre il sei generale e politico.

affrancato e spedito da Effe | 08:53 | commenti (65)


mercoledì, maggio 23, 2007
Un vecchio e un bambino
 
Ma più del resto era irrisolvibile il silenzio.
Il giorno aveva presto termine, su al nord, appena il tempo di un finale fiammingo e breve. L’orizzonte era una voce nera, una linea piatta subito rimarcata dalla notte.
Proprio allora la baracca si riempiva di un odore di cherosene caldo e di una luce rimandata e tenue.
E di silenzio.
Il mondo moriva ogni sera, là fuori, e delle cose si dubitava l’esistenza, non essendoci luce che proiettasse a terra le ombre come per una testimonianza di solidità.
Ogni buio intorno e, al centro, la baracca, il cherosene, la lampada.
E il silenzio.
E anche il giorno aveva ore al buio, sdraiati nei cunicoli alti appena mezzo metro di puntellature, che al mattino si doveva scegliere come entrarci, se strisciando sulla pancia o sulla schiena, e per otto ore non si risaliva più, e non ci si poteva girare nello spazio stretto. Tutto il giorno nella stessa posizione a scalpellare roccia, a respirar carbone, sdraiati accanto alla vena come alla prima notte di nozze.
Alla sera poi, nella baracca, l’umiliazione di guardare gli altri e di sapersi uguali a loro, condannati di un inferno a ore.
La voce dello Zoppo era spinosa come i fichi d’india, quando al giorno li divideva per squadre e per livelli di profondità.
Ma alla sera, quando fuori e dentro la baracca ogni cosa era immobile, quando lo Zoppo iniziava a raccontare per salvarli dal silenzio che faceva bruciare gli occhi, allora la sua voce asimmetrica e arsa si scioglieva, fresca, e sapeva di malva, sapeva di fienagione, di grano alla macina, e di uno scirocco lontano. Da vent’anni non tornava a casa, lo Zoppo, per non sapere del tempo che laggiù era passato, delle persone diverse e dei luoghi, e dei figli che non lo conoscevano già più. Il tempo, su al nord, era un deserto, e non cambiava mai.
Ogni sera lo Zoppo raccontava, e la sua voce di malva leniva ferite, guariva ricordi, santificava bestemmie e giuramenti. Gli altri restavano sdraiati sulle brande, nella mezz’ombra, a occhi arresi, e per ognuno la voce raccontava una storia differente e unica, e per ognuno la voce era un ritmo di mare e controcanto. Non faceva più paura il silenzio, allora, non era più così oscura la miniera, e meno velenoso il carbone nei polmoni.
Era passato allora un anno, e al colmo dell’inverno lo Zoppo non volle raccontare più. Si girava a sera sulla branda con il viso al muro, si nascondeva sotto le coperte fredde per masticare un dolore suo, la mano a stringere quella lettera da casa per dirgli d’un nipote che forse non avrebbe visto mai. Non voleva raccontare, e la baracca si riempiva allora di notti senza sogno, di attesa a occhi aperti del naufragio del mattino, della galleria sotto terra, dei giorni insopportabili e uguali.
Finché uno di loro, scuro d’animo e di lontananza, gli puntò al petto un piccolo coltello dalla lama curva, una roncola tenuta in tasca per difendersi dai ricordi. Si era divincolato, lo Zoppo, e la lama curva aveva inciso a mezzaluna il petto, leggera, breve. Aveva il sangue lo stesso timbro della voce, la stessa freschezza di malva e, mentre colava piano, si sdraiò ciascuno ancora sulla propria branda, ed era il sangue a schiarire il silenzio, a salvare, a raccontare per tutti una storia differente e vera.
Non sapeva raccontare più, lo Zoppo, non aveva più storie, e ogni volta allora che il silenzio si faceva intollerabile, una piccola mezzaluna veniva incisa sulla sua pelle, a ricoprirne per intero infine il corpo, e il sangue era fatto di parole e storie che salvavano il sogno e l’anima.
 
Sono belle le tue favole, nonno - dice il bambino, al limitare già del sonno – me ne racconterai ancora?
Sì, te ne racconterò ancora domani – risponde il vecchio mentre, alzandosi dalla sedia, si avvicina zoppicando al piccolo letto. – Ora dormi, e sogna.
La notte è calda e sa di sale.
Il vecchio dalla voce di malva copre d’un lenzuolo leggero il corpo del bambino e la sua pelle innocente e giovane ricoperta da costellazioni di piccole cicatrici a mezzaluna.

affrancato e spedito da Effe | 08:54 | commenti (40)


lunedì, maggio 21, 2007
Senza fine

Forse è questo, allora, il giuramento autentico che ci lega qui, come sangue al corpo, alla terra del nostro Passaggio a Nordovest: il fatto che ovunque, verso ogni direzione cardinale, lo sguardo e le vite siano racchiusi da montagne, raccontati da alture, difesi da picchi, giogaie, colline, passi, calanchi e falesie di fiume.
Sappiamo allora noi che, per quante volte il mondo dovesse ricominciare dietro la prossima collina, avrà comunque una fine intelligibile, e poi un altro inizio ancora.
Sappiamo che, per quanto grande possa esser l’infinito, non occuperà mai maggiore spazio di una vallata per volta.
Sappiamo che, per ogni storia che ci fuggirà, ci saranno crinali a trattenerla in bilico.
Ma come fate invece voi, che vivete leggeri su terre senza limite di monti, dove l’orizzonte, per quanto ci si approssimi, non è raggiungibile mai e scivola sempre più lontano, non trattenuto; come fate, voi che vivete con l’assenza di confine nello sguardo, con il mare che si allontana senza conclusione, come fate a ritrovarvi ogni giorno interi, a riconoscere voi stessi, a non disperdervi invece in una miriade di atomi, a non disgregarvi in infinite storie, a non espandervi sempre più distanti, a difendervi da questo vasto e irraccontabile senza fine?

affrancato e spedito da Effe | 08:32 | commenti (42)


venerdì, maggio 18, 2007
Segnalazija
 
A conclusione degna di questa settimana, che potrebbe portare il titolo Parole di Parole, segnalo due occasioni (in una pago pegno all’autoreferenzialità).
 
Per chi ancora non l’avesse letto, è online il secondo numero dei Monologhi della Varechina (in realtà è numerato come 1, dopo il precedente numero 0), ideato e coordinato da Silvana Rigobon. Oltre ai testi presenti, a me è piaciuto molto leggere le biografie delle autrici (alcune arrivano da lontano). Il modo di raccontarsi, di raccontare sé, è la prima forma di narrazione, mi pare, quella che impariamo per tutta una vita.
 
La seconda occasione è utile per verificare ancora una volta come la scrittura del blog sia più vicina all’oralità che al canone classico del libro. Mauro Gasparini mi fa il dono di leggere, ma è più corretto dire che interpreta, “Salone di bellezza per cani”, già apparso in forma testuale nelle pagine herzoghiane. Qualche brivido, vi avverto.

affrancato e spedito da Effe | 08:58 | commenti (21)


mercoledì, maggio 16, 2007
The Camp of Silence
 
Quando affermo che le parole edificano mondi, non l’intendo per fatto metaforico, ma reale e del tutto concreto.
Non mi riferisco alla sospensione dell’incredulità, alla dimensione del sogno, alla drammatizzazione, ma al mondo nella sua verità fisica.
La mia (la nostra?) esperienza della realtà non passa infatti che tramite la parola.
L’universo è fatto di storie, non di atomi, racconta la Rukeyser.
Ma non si tratta solo, mi si intenda, un fatto di rappresentazione del mondo, di organizzazione dell’esperienza del reale attraverso la parola.
Se osservaste per un momento, e con attenzione, il tavolo accanto a voi, notereste allora che è esattamente costituito, come un incastro, da una serie di parole (base, superficie, spigolo, gamba, legno, plastica, spazio, volume, altezza, profondità, stinco tumefatto) che danno forma e sostanza all’oggetto.
Persino i sentimenti e le sensazioni sono parole – solo, più trasparenti.
Si comprende allora perché quello che raccontiamo, per ciò stesso esiste – il potere temibile della parola.
Eppure, tra una parola e l’altra, che vediamo arroccate e agglomerate a formare il mondo in ogni minuzia e in ogni maestosità, ci sono degli interstizi necessari, che sono fatti di silenzio.
Il silenzio è una distanza, minima e immisurabile, che dona senso.
Così come le note musicali, per essere intelligibili, per formare armonia, devono creare tra loro una distanza (non solo in senso di non-sovrapposizione: la differenza di frequenza tra una nota e un’altra è una distanza, e chi è stonato lo è in quanto non sa rispettare esattamente queste distanze), anche le parole, per formare la realtà, devono essere cementate e avvolte nell’amnio del silenzio.
Proporrei allora di dedicare il prossimo barcamp esattamente al silenzio.
Un Camp of Silence (o Silent Camp, se si terrà sotto Natale), in cui ciascuno partecipi agli altri il proprio particolare silenzio.
Perché i silenzi sono mica uguali tutti: ce ne sono di densissimi e vischiosi, mentre altri son radi e stanchi, o accesi e violentissimi, o indomabili o arresi.
Quindici minuti per ciascuno: ci si siede, e si condivide con gli altri il proprio silenzio.
Chissà che mondo sarebbe, dopo.
(nota: anche silenzio è una parola)

affrancato e spedito da Effe | 09:09 | commenti (38)


lunedì, maggio 14, 2007
E’ parola del LitCamp
(rendiamo grazie a tutti)
 
La parola che è neutra mai.
La parola che è un agire.
La parola che è causa e dà effetto.
La parola che è un luogo.
La parola che è l’inverarsi di un qui.
La parola che edifica mondi.
La parola che è presenza.
La parola che è osmotica e riempie distanza e vuoti.
La parola data, la parola negata, la parola emessa e irrevocabile, la parola non detta, la parola di troppo, la parola che forse salva, la parola che facilmente condanna, la parola che, sempre la stessa, mente ed è verità.
La mostruosa parola Litcamp, dopo le parole della Rete dei Segni, ha finalmente un significato, e anzi, molti.
Grazie a chi ha declinato la parola facendola scivolare dalla propria vita in quelle altrui, grazie a chi ha parlato, grazie a chi ha ascoltato, grazie a chi ha liberato parole e a chi ha preferito trattenerle, grazie a chi c’era e a chi non è venuto, che anche i silenzi aiutano a comprendere.
Anche grazie, è vero, è solo una parola. Ma è d’onore.
(per migliori resoconti, che qui si è in fase di riapprodo e decompressione, ci si affidi a Technorati, Blogababel, Flickr)

affrancato e spedito da Effe | 08:26 | commenti (30)


martedì, maggio 08, 2007
Buràn, è online il secondo numero
(dalla rete mondiale per la rete italiana)
 
Ci sono i mondi, e le voci, e le città.
Città impossibili da dire, perché sempre altrove.
Città difficili da amare, perché troppo vicine o eccessivamente lontane.
Città che ci appartengono interamente, o che ci possiedono per sempre.
Città che non si possono scordare più, perché raccontano storie.
Buràn, che ora soffia in una nuova veste per raccogliere ancora la sfida, insegue nuovamente voci e racconti e suggestioni della rete mondiale.
In questo secondo numero sono pubblicati 28 contributi da 26 Paesi differenti.

affrancato e spedito da Effe | 08:31 | commenti (53)


lunedì, maggio 07, 2007
Cittadinanza cercasi
(si valutano permute)
 
Torino antifascista.
Torino medaglia d’oro della Resistenza.
Torino motore della Ricostruzione postbellica.
Torino città dell’auto.
Torino prima capitale d’Italia.
Torino prima città del cinema.
Torino città di Cavour, di Alfieri, di Primo Levi, di Pavese e della Ginzburg (se anche non per nascita).
Torino capitale mondiale del libro.
Torino sede del primo LitCamp d’Italia.
Ma Torino ora no, macchè, adesso, per dire, niente da fare, nemmeno se lo voleste, non ce ne sono davvero più, e come si fa, è inutile insistere, non ve li può proprio più dare, i biglietti.
E’ stato dichiarato da tempo sold out.
Il concerto ormai prossimo.
Di Carrisi Al Bano.
Ora, se anche siete miscredenti e senzadio, son senza meno segni della fine dei tempi, codesti.
Nell’attesa dell’anticristo, qualcuno di voi gente dabbene sa per ventura se sono ben lunghi, i tempi per acquisire la cittadinanza di São Tomé e Príncipe?

affrancato e spedito da Effe | 09:12 | commenti (19)


venerdì, maggio 04, 2007
Dialoghi da ascensore: il tempo

E dunque, solerti massaie, organizzatissimi single, donne e uomini sempre up-to-date: l’avevate già fatto, il cambio di stagione? Già erano stati trafugati dai vostri cassetti lane e velluti, contrabbandati con lino e cotoni?
Per noi, nel nordovest arcigno e pedemontano, il cambio di stagione era cosa fatta. Abbiamo in effetti cambiato le stagioni. L’una con l’altra.
Aprile si travestì da giugno inoltrato e abbondavano per i vicoli di periferia, così come lungo i controviali dei grandi corsi liberty, mezze maniche e top, bermuda e pinocchietti, sandali di cuoio conciato e cappellucci di paglia.
Il popolino si sventolava languido e canicolare, l’intelligenzija s’abbarbicava ai condizionatori portatili,  i ramarri vagavano lungo gli argini dei fiumi in secca.
Migliaia di onesti cittadini trascorrevano il tempo ad abbronzarsi sui balconi di casa. Per le strade, un odore di olio solare al cocco e all’anacardo che nemmeno nei villaggi Alpitour alle Maldive.
Ma, sabaudamente puntuale, scoccò infine il primo maggio, e al detour la stagione strambò verso il perduto aprile.
Temperature a precipizio, cielo a goccioloni, tramonti color canna di fucile e pinguini al posto dei ramarri.
Eppure lo sappiamo: qui al nord fa sempre freddo. Fa freddo e c’è la nebbia. Lo dice la saggezza popolare.
Non prestate quindi fede a previsioni meteo dalla lingua biforcuta, non date fiducia a barometri bugiardi e assassini. L’isobara è il vostro nemico, il ciclone delle Azzorre un persuasore occulto.
Al prossimo cambio di stagione, quando giugno sarà una metà luglio o, a seconda dei casi, un inizio marzo, che nessuno si spogli del colbacco e del pastrano di astrakan, neppure sotto un illusorio solleone.
Rinforzate la giberna, imbottite la zimarra.
Sarà consentito, come unica eccezione, l’uso contemporaneo di calzature infradito.

affrancato e spedito da Effe | 08:47 | commenti (22)


mercoledì, maggio 02, 2007
Breve Corso di Sopravvivenza
(puntata pi greco erre)
 
L’abbiamo in modo ampio e ripetutamente dimostrato: la vita è un campo di battaglia, e solo i migliori sopravvivono (non per sempre, d’accordo, adesso però non perdiamoci in pignolerie).
A ragion di ciò, il Breve Corso vi ammaestra ad affrontare situazioni limite, che voi declinerete indi nei vostri casi di vita.
Oggi parleremo di uno dei misteri irrisolti della storia: la donna in stato interessante.
Non c’è periodo nella vita di una donna che le doni maggior bellezza: quella luce nello sguardo, la trasparenza della pelle, il particolare stato di grazia.
Non lasciatevi ingannare.
Essa puerpera è invero il più fiero avversario della ragion pura.
La incontrate, e già ammicca e sta in attesa. Voi l’osservate con sguardo ebete, senza capire.
- Noti niente? - domanda, infida.
- Eeeh, aaah, ma certo, bellissimo il nuovo taglio di capelli.
- Ma no, quali capelli. Sono incinta.
Restate per un attimo senza fiato. Son mica notiziole da nulla, codeste.
- Ma cara, è magnifico! E di quanto sei, un mese?
Già ella si rabbuia.
- No, sei mesi.
- Caspita, ma lo sai che non si vede proprio per nulla? Non hai un filo di pancia.
Ecco, ora avete commesso il più imperdonabile degli errori. Ogni donna gravida che si rispetti esige che le venga riconosciuta evidente e splendida la sua condizione. Soffre e patisce, invece, qualunque commento che neghi il suo stato, che la faccia sentire meno puerpera delle altre. E infatti la vostra interlocutrice ora piange a dirotto. Tentate un qualche salvataggio.
- Ma no, cara, non mi fraintendere. Ecco, a guardarti bene, se proprio proprio usassimo un filo a piombo…
Macché, lei già vi odia. Fuggite strategicamente, ogni tentativo ulteriore sarebbe vano.
Il tempo, si sa, è galantuomo, e dopo tre mesi vi viene offerta l’opportunità di rinsaldare l’amicizia così compromessa.
Incontrate ancora la vostra amica, che è prossima al parto. E si vede.
- Carissima, adesso sì che sei veramente esplosa! Hai una pancia incredibile, non ti si può quasi abbracciare.
Vi aspettereste ora un sorriso d’orgoglio da parte della mongolfiera, e invece. Invece avete commesso un errore ancor più grave del precedente. Pur felice del suo stato, la puerpera teme più d’ogni altra cosa il disfacimento del proprio fisico, la perdita della femminilità, la crisi del sex appeal. Incinta, sì, ma pur sempre donna. Guai a farla sentire non più desiderabile. Se nell’occasione precedente l’amica aveva pianto, ora si scioglie addirittura in un fiume di lacrime, mentre si gira a fatica e inizia a dondolare via.
- Ma no, ma no, cosa hai capito, volevo dire che, forse, ecco, un vestito a righe ti snellirebbe un po’, e magari con un pochino di moto…
Basta, basta, fuggitela ancora, ormai l’amicizia è perduta. Non vi resta che attendere il parto, e la fine della tempesta ormonale.
E infatti, un mese più tardi incontrate l’ex puerpera ai giardinetti pubblici, il moccioso urlante nella carrozzina. Vi si offre un’opportunità. L’ultima. Non sprecatela.
- Cara, ti trovo benissimissimo. Stai una meraviglia, Non un grammo di pancia.. Nessuno lo direbbe, che hai appena partorito.
Ebbene.
Ebbene, ci sono cose che nemmeno il Breve Corso può prevedere.
Si strappa infatti i capelli, la vostra amica, vi pianta in asso e si allontana spingendo a gran velocità la carrozzina.
Sappiate dunque che esiste la nostalgia della pancia, dopo il parto. Esiste il rimpianto per la perdita di quello stato particolare, di quel rapporto esclusivo, del gesto che accarezzava piano la tenera rotondità.
Siete un mostro.
Un insensibile.
Dovreste vergognarvi.
Ormai l’amica è perduta.
Però avete guadagnato un’altra lezione del Breve Corso.
Magari, il cambio non è stato poi così penalizzante.

affrancato e spedito da Effe | 08:52 | commenti (27)

THE CURE
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dipinto da buba