URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, ottobre 31, 2007
Chi ha tempo

Ho scritto, or non è molto, che il tempo non esiste: esiste solo l’atto del misurarlo.
Anche questa affermazione, pur se vera, è però imprecisa
Non siamo noi, infatti, a misurare il tempo: è il tempo, invece, a prenderci le misure. Ci squadra, ci valuta, ci soppesa, e poi scrive una data da qualche parte.
Eppure, il tempo non è stato sempre così arrogante. Ricordo un’età in cui il tempo aveva ancora bisogno dell’uomo, e non parlo del pleistocene, ma della mia prima giovinezza (d’accordo: era il pleistocene).
Nei paesi, il giorno era ordinato dal tempo della chiesa; ma i rintocchi delle campane non erano suoni sintetizzati registrati con tecnologia laser su cd eseguiti in loop. C’era necessità di un campanaro, di due braccia robuste e di una certa morigeratezza con il vino (per non suonare a festa alle quattro del mattino, per dire)
E nelle città, neppure lì il tempo esisteva da sé. Ogni sera, a tendere l’orecchio, era possibile percepire un sottile e corrosivo crr crr: erano migliaia, decine di miglia di rotelline d’orologio da polso che venivano girate freneticamente tra indice e pollice, per dare la carica necessaria al meccanismo. Senza quel movimento umano, il tempo, il giorno dopo, semplicemente non sarebbe esistito.
E anche le sveglie: oggi sono ordigni satellitari collegati all’orologio nucleare di Cape Canaveral, e indicano l’orario su pareti e soffitti con la chirurgia del laser.
Una volta no, una volta bastava dimenticarsi di dare la carica alla sveglia, per trasformare un domani lavorativo in un giorno di tiepida festa. E il trillo della sveglia, prodotto da un martelletto che picchiettava furiosamente tra due campanelli metallici a forma di funghetto, era talmente forte da svegliare l’intero caseggiato, così che bastava acquistare una sola sveglia collettiva, con gran risparmio di danari, per mettere in piedi di buon mattino tutto il condominio. Era solo questione di mettersi d’accordo sull’ora della sveglia, che veniva stabilita per compromesso storico (nel senso che ogni volta c’era qualcuno che faceva storie) tra le diverse esigenze. Il tempo, allora, era esattamente quel doveva essere: un accordo, un’idea, una convenzione.
E se non si condivideva il passaggio legale/solare dell’ora, era sufficiente non spostare le lancette. Gli orologi non decidevano da soli l’ora esatta (a quello ci pensava l’altra chiesa, santa madre televisione). A voler resistere, si poteva attendere il successivo ritorno solare/legale senza uniformarsi al resto del mondo. La cosa poteva apparire di limitato buonsenso, ma andare contro il buon senso, come recita l’epigrafe di questo blog, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buon senso, ci arrenderemmo.
Un tempo, insomma, era il tempo ad aver bisogno dell’uomo. Ora è l’uomo ad aver bisogno di sempre più tempo, e quel che trova non gli basta mai (sospetto ci sia un che di fraudolento nel contratto con la vita, forse una clausola scritta in caratteri minuscoli; attenti a cosa firmate)

Autoglossa:
Il tempo è un attributo divino sotto forma di eternità. Finché l'eternità era nelle mani dell'uomo, nelle braccia del campanaro e nella chiavetta che dava la carica all'orologio a pendolo, poteva starmi bene, Eravamo tutti più sicuri.
Ora è l'uomo a essere nelle mani dell'eternità.
La prospettiva mi spaura.

affrancato e spedito da Effe | 09:28 | commenti (34)


lunedì, ottobre 29, 2007
Il libro dei Fincipit è il Male?

Cosa si deve dire di E io che mi pensavo?
Per come lo conosco io, è una persona creativa e null’affatto arrogante (e mi piace sottolinearlo, che è merce rara) e forse non tutti ricordano la sua scrittura, al di fuori del contesto-blog.
Ricordate invece tutti il gioco dei Fincipit, datosicché ci ha partecipato in modo scanzonato l'intera Rete (la Rete è il Male?), prima che venisse semiplagiato da Repubblica.it (Repubblica è il Male?).
Ora, come è ben più che noto, il gioco è divenuto un libro, edito da Mondadori (Mondadori è il Male?).
Qualcosa da dire al riguardo c’è. Speravo ci pensassero altri ma, in difetto, e dappoiché, quando esce un libro, se non si riceve una critica inutile e decostruttiva non si è veramente nessuno, e vieppiù perché questo sporco mestiere qualcuno lo dovrà pur fare – per questo e quest’altro motivo, sarò io a dire.
Il primo accenno è il commento a un post di Eio da parte di Mario De Santis, che segnala l’inadeguatezza del materiale digitale a farsi, in modo costruttivo, materiale cartaceo. In linea di massima sono, è notorio, più che d’accordo, anche se il materiale editoriale dei Fincipit è inquadrabile proprio in quella tipologia ibrida che pare funzioni anche su carta (saprete meglio di me ricercare il link a quel blog, mi pare Sette in condotta, che ha già sfornato una seconda raccolta cartacea, segno che la prima ha venduto bene).
Il discorso sui Fincipit, e su iniziative collettive di egual genere, è piuttosto di opportunità: l’opportunità di attribuirsi, con nome e cognome sulla copertina, la proprietà di un lavoro collettivo.
Ad Alessandro Bonino e Stefano Andreoli spetta la proprietà intellettuale relativa all’idea e alla definizione dei Fincipit, così come sono proprietari dei Fincipit da loro stessi creati. Ma tutti i successivi 200 Fincipit pubblicati appartengono ad altri, che li hanno messi in comune nell’ottica di condivisione della Rete.
Sia chiaro, e lo dico per esperienza diretta: i curatori del libro hanno chiesto a tutti il permesso di utilizzare i Fincipit allo scopo di pubblicarli. Chi aveva qualcosa in contrario, si farà fatto sentire in quella sede.
Però.
I nomi degli autori dei Fincipit sono riportati collettivamente a fondo libro, per quanto mi è dato sapere, il che vuol dire che i singoli Fincipit sono stati deprivati della relativa paternità. Errore, ancorché dettato da probabili esigenze di impaginazione.
E infine, c’è la questione del denaro (il denaro è il Male?).
Detto in modo piano: il problema è l’opportunità e la correttezza del ricavare quattrini – tanti o pochi che siano - dalla proprietà intellettuale altrui.
Non è una questione di redistribuzione del reddito: questo, per il libro dei Fincipit, non sarebbe tecnicamente possibile e nemmeno moralmente auspicabile perché, lo ribadisco, la partecipazione al gioco è stata accettata da parte di tutti per pura condivisione, e non a scopo di profitto (il profitto è il Male?).
Per far breve una lunga storia: ha sbagliato, Eio, a pubblicare il libro?
La mia opinione è che non abbia sbagliato - anche se avrebbe dovuto preoccuparsi di quanto sopra - e gli auguro un buon successo commerciale.
Ma sarebbe davvero degno di lui se annunciasse di voler devolvere le royalties al fine di sponsorizzare, ad esempio, un barcamp sui Fincipit, che allora si chiamerebbe Fincicamp o Barcipit.
In questo modo, quello che è iniziato come condivisione avrebbe fine anche come tale, e si potrebbe con orgoglio e in definitiva commentare: Rete siete, e Rete ritornerete.

Glossa: affinché il discorso sia più chiaro, estrapolo da un mio commento a questo stesso post:
 
Detto questo, il libro permette di fare un ragionamento più ampio su i "se" e i "ma".
Il problema è: cosa succede nel passaggio rete/carta, quando si prende il frutto della condivisione della rete per tradurlo in qualcosa che obbedisce a regole (anche etiche) molto diverse?
Alcuni fincipit sono stati rimaneggiati, dicono gli autori del libro, tanto da non essere più perfettamente attribuibili.
Allora pensiamo a uno scenario diverso: qualcuno che raccoglie i post altrui, pur chiedendo il permesso, s'intende, e poi li rimaneggia, li edita, li stravolge, tanto che non sono più attribuibili ai singoli autori, e poi li fa uscire, poniamo, da Rizzoli con il proprio nome sulla copertina.

Tutto bene?

affrancato e spedito da Effe | 10:03 | commenti (41)


giovedì, ottobre 25, 2007
Ridatemi il mio Roc, pusillanimi

Ho lasciato che tutti dicessero.
Gli allarmisti, i garantisti, i polemisti, i puristi, gli avanguardisti, i doppiogiochisti.
Ho lasciato che si stracciassero vesti e template.
Ho lasciato che gridassero alla censura, all’abominio, ai nuovi tempi oscuri.
Ho lasciato.
Ma covavo un fuoco, sotto la cenere di tanto silenzio.
Signor sottosegretario Levi, che ha proposto anche per i blog l’iscrizione obbligatoria al Registro degli Operatori della Comunicazione sul web: io, caro, l’ho stimata.
Ho ammirato la sua sagacia, il suo rivoluzionario incedere tra i cristalli del vecchio mondo con stivaloni da cosacco per finalmente, e con passo incurante dei frantumi, dare inizio al futuro magnifico e progressivo.
E ora – oh, quanto pusillanime – ora lei ritratta, rimangia, rinnega tutto e ogni cosa, mosso al tremore dal manipolo di blog benpensanti e falso-libertari che ora, stolidi, brindano con sciampagna di bassa vendemmia.
Meglio avrebbe fatto a rimaner saldo e mordace, meglio avrebbe fatto a porre le mani a megafono torno alla bocca gridandolo con gran fiato, e a tutti, che il blog E’ un fatto editoriale.
Mettetevelo bene nel vostro Dna: che abbiate sangue nelle vene oppure no, che nei post mettiate in croce i vostri organi vitali oppure no, che v’illudiate di esser qui per caso oppure no: voi siete i lemmi e gli stampi dell’editoria libera e vitale e nuova.
Se le vostre parole non hanno vincoli, hanno però ogni responsabilità verso chi legge, perché non esistono parole innocenti, non esistono parole senza conseguenze.
Ora a ridere sono gli altri, gli old media che colonizzano parti della rete abitata, che soli hanno avuto il riconoscimento di rilevanza editoriale, perché non esclusi dal disegno di legge.
Eppure voi fate comunicazione.
Voi fate letteratura.
Voi siete la Rete.
Che vi piacesse o meno, il Roc ve lo meritavate tutto intero.

affrancato e spedito da Effe | 09:15 | commenti (53)


lunedì, ottobre 22, 2007
Corto viaggio sentimentale

Da Alice Belcolle a Cantalupo corrono adesso quattordici chilometri di legno a traversine, un biglietto ferroviario e una vita ben stretta in mezzo ai denti, che il coraggio non abbia a venir meno proprio ora.
Le due stazioni si parlano da lontano in una lingua tellurica di ferro e ruggine lungo il binario unico, che vibra parole e ritmi al passaggio del Locale delle quindici e trentacinque.
Olmo lo sa, con quel nome fuori tempo che schiaccia i suoi quattordici anni, con gli occhiali spessi e la voce ancora acuta, che la vita ha radici, e le radici hanno terra e destino. Olmo lo sa che altro non può se non essere quello che è, corteccia grezza fuori e legno tenero al midollo. Ma adesso è su un treno che lo porta a un breve altrove, a cambiare forse la sua vita.
Astenersi perditempo, c’era scritto sull’inserzione. Olmo aveva controllato per certezza sul dizionario, ma il dubbio era terminato presto.
Rispondere fermo posta. Lo aveva fatto sentendosi in colpa per aver firmato con un nome non suo, e aver dichiarato più dei suoi anni indecisi.
Era venuta sotto mano per un qualche caso, l’inserzione. Libera, bella, disinibita. In tutta Alice Belcolle non c’era ragazza che lo guardasse, se non come si fa con uno scorcio noto del panorama d’ogni sempre. Doveva partire, Olmo, e percorrere l’infinito di quei quattordici chilometri dritti come un grido.
Indossa una cravatta rossa, le aveva risposto lei ordinando il giorno e l’ora, così ti riconoscerò.
Olmo si era guardato per molte sere nello specchio grande dietro la porta del bagno, la luce tubolare del neon che incespicava sul suo corpo legnoso e pieno di nodi. A volte posava le lenti spesse per sfuocare il mondo, e scordare il temporale che sentiva dentro; allora ritrovava coraggio e sogni, e dispiegava piani per il giorno dell’incontro.
La cravatta rossa l’aveva presa dall’armadio del padre, insieme all’odore di canfora. Di vestiti, poi, ne aveva uno solo, ma era di due anni prima, comprato in fretta per il matrimonio obbligato di quel cugino che stava a Sezzadio. Adesso i pantaloni erano divenuti troppo corti, ma non c’era modo di rimediare. Forse, aveva pensato Olmo, tirando giù il più possibile la vita, lasciando la cinta lasca. Ora che i chilometri durano sempre meno, e già si respirano le voci dei campi intorno a Cantalupo, dei pantaloni corti non gl’importa niente più.
Prima di partire si era chiesto se un mazzo di fiori non sarebbe stato un gesto troppo impegnativo, al loro primo appuntamento. Aveva reciso allora solo tre girasoli lungo l’argine, tre fiori pieni di prima estate, che adesso a ogni sobbalzo flettono sulla cappelliera dello scompartimento. E una scatola di cioccolatini, sì, quella le farà piacere, ce n’era una nella credenza dall’ultimo Natale, ancora con la carta rossa e oro a stelle.
Chissà se è alta, domanda ora Olmo al mezzo pomeriggio, chissà se avrà la voce dolce.
Ma il coraggio, per quanto lo serri bene tra i denti come quando lo interrogano a scuola, resta appeso un po’ a ogni chilometro che scivola indietro, e la cravatta rossa stringe anima e gola.
Uno solo, pensa Olmo, non se ne accorgerà nemmeno. Apre con cura la carta rossa e oro, e dalla scatola prende un cioccolatino che faccia dolce quel sapore asciutto che ha in bocca. Solo un altro, pensa, per dare zucchero al sangue e alle gambe molli. Alla fine sono quattordici, i cioccolatini, uno per ogni chilometro divorato, uno per ogni anno che ha lasciato alle spalle in mezz’ora di viaggio e vita.
La piazza di Cantalupo ha la chiesa e il municipio che fanno a gara sui due lati lunghi, ma il denso della gente è all’altro estremo, davanti al consorzio agrario. Olmo si siede sulla panchina del quarto lato, all’ombra di portici bassi e brevi. Ha in mano i girasoli che riverberano all’ombra tutta la luce bevuta sull’argine, e la scatola di cioccolatini, leggera.
Chissà se mi amerà, pensa Olmo, che si gode nell’attesa la risposta. Sì, si ameranno, lui la porterà ancora alla stazione, ma non per ritornare ad Alice Belcolle con l’ultimo Locale, quello delle diciassette. Andranno in una città grande, verso Canelli, o verso Asti, o anche solo a Sezzadio, da quel cugino che si è sposato. E si sposeranno anche loro, il cugino spiegherà come si fa. Saranno innamorati e persino felici, e non è vero che la vita ha radici, la vita è ovunque ci sia una piazza e un ragazzo con i girasoli in mano.
Verrà, si dice Olmo che non ha orologio, ma la chiesa e il municipio hanno due orologi grandi su campanile e facciata. La chiesa si supera in rintocchi, ma le ore al municipio sono più rapide e leggere, e le sedici e trenta arrivano un minuto prima che sul campanile.
Verrà, dice Olmo quando il consorzio agrario chiude e manda a casa le ultime voci della piazza.
I girasoli affaticano e piegano il capo. La scatola di cioccolatini, accartocciata e vuota, dondola sotto la panchina al vento basso della sera.
Cammina lungo i binari ancora caldi del giorno, Olmo, mentre intorno e sopra di lui inizia il lavoro delle prime stelle. Da Cantalupo ad Alice Belcolle sono quattordici chilometri di ritorni, uno per ogni vita che ha immaginato, uno per ogni anno in più che ora Olmo trascina nelle scarpe, un passo e un altro ancora.
Ha inseguito ogni felicità, Olmo, ha disposto di ogni futuro. Ha fatto promesse e le ha infrante. Ha conosciuto una speranza solida e una sconfitta che ancora taglia la carne viva. Sa che morirebbe per poter rivivere di nuovo questo giorno che non ha conosciuto l’ordinario; sa che non vorrebbe averlo vissuto mai. E sa che ogni volta non si ritorna mai uguali a prima.
E’ bastato un breve viaggio, per imparare tutto dell’amore.

affrancato e spedito da Effe | 08:50 | commenti (38)


mercoledì, ottobre 17, 2007
Persone che ho conosciuto: Tamar Yellin

Come già sottolineato in altre occasioni, costruire le pagine di Buràn regala ogni volta la possibilità di incontrare persone davvero degne di ogni nota tra autori, traduttori, responsabili di progetti culturali e di riviste.
Alcuni di questi incontri mi darà gusto raccontarli, qui e in futuro.
Tamar Yellin, con il suo The Genizah at the House of Shepher (Toby Press), ha vinto giusto quest’anno il Sami Rohr Prize per la nuova letteratura ebraica (il premio era di $ 100.000).
Noi di Buràn l’abbiamo incontrata casualmente, senza sapere nulla di lei e della sua rilevanza letteraria, poco dopo la consegna del premio. L’abbiamo contattata perché ci eravamo innamorati del suo Return to Zion,  trovato in rete. Non la scrittrice, ma la sua scrittura, ci aveva definitivamente conquistati.
Da un lato, quindi, c’era il più remunerativo premio statunitense per scrittori emergenti di cultura ebraica.
Dall’altra, noi, ricchi della sola passione per storie e scritture e fascinazioni, all’oscuro di premi letterari e di immagini pubbliche.
Tamar ci ha risposto con entusiasmo, apprezzando il nostro progetto.
Si è offerta di metterci a disposizione altri suoi racconti, se lo desideravamo, perché il Return lo aveva già promesso all’editore campano Marotta & Cafiero per un’antologia internazionale di prossima pubblicazione.
Questo è esattamente ciò che le abbiamo risposto: Ci siamo innamorati del Return, e quando si è innamorati non si rinuncia, non si indietreggia, non si comprende il significato della parola no.
Tamar, allora, ci ha messo in contatto con l’editore, spendendo per noi la sua volontà di poter presentare Return to Zion sulle pagine di Buràn.
Da parte di Marotta & Cafiero, inizialmente, c’è stato un minimo tentennamento. Avrebbero anche loro preferito farci orientare verso qualche altro testo.
Ma le parole di Tamar Yellin sono state efficaci, e abbiamo così avuto il permesso di pubblicare il racconto, con l’unico vincolo – comprensibile – di utilizzare la traduzione dell’editore, firmata da Ilaria Ciccone.
Per ringraziarci (lei, Tamar, che ringrazia noi; non so se riesco a spiegare la nostra sorpresa) dell’avvenuta pubblicazione, l’autrice ha ora inviato alla redazione di Buràn la raccolta Kafka in Brontëland  (libro a propria volta vincitore del Reform Judaism Prize 2006), da cui il Return è tratto.
Persone speciali che si incontrano (solo?) sul web.

affrancato e spedito da Effe | 09:23 | commenti (17)


lunedì, ottobre 15, 2007
Un milione di silenzi

Mi trovavo, or è qualche tempo oramai, a questo incontro, ospite di Portici di Carta, fiera del libro d’autunno qui a Torino. Eravamo circondati da centinaia, migliaia di libri allineati en plein air.
Quante pagine ci sono, dentro migliaia di libri?
Centinaia di migliaia.
E quante parole ci sono, dentro centinaia di migliaia di pagine?
Non so contarle, e arrotondo certamente per difetto.
Un milione di parole.
Un milione è concetto con una sua solida imponenza, nevvero?
E invece.
Durante l’incontro, mi sono domandato quante di quelle parole avrei ritrovato, l’anno venturo. La verità è che non ne sopravviverà quasi nessuna. Ci saranno, è vero, i long seller, i classici, qualche caso editoriale dalla coda lunga. Ma tutto questo non assomma che a una percentuale infima, rispetto all’intero prodotto editoriale (140 nuovi titoli stampati ogni giorno, se non sbaglio). Il resto, tra un anno, sarà ridotto a cumulo polveroso in fondo a qualche magazzino, o più verosimilmente si sarà dissolto al macero.
Quel milione di parole saranno diventate un milione di silenzi.
Pensate, ora è invece, ai blog.
Quanti ce ne saranno, in Italia, 500.000? (splinder ne dichiara, da solo, più di 300.000). Considerate che questi 500.000 blog scrivano, adesso, cento parole ciascheduno.
50 milioni di parole.
Che tra un anno saranno ancora permanenti in rete.
Non aggiornate quei blog: le parole resteranno.
Cancellate i post: le parole resteranno.
50 milioni di parole. Non so immaginale. Quanto sarà lunga, una linea formata da 50 milioni di parole scritte una di seguito all’altra in orizzontale lungo le strade e i lati delle piazze, e in verticale sui muri delle case e sopra i piloni dei viadotti e i tralicci dell’alta tensione?
E quanto tempo occorre, per leggere 50 milioni di parole?
Basterà l’intera esistenza di un uomo?
Ancora una volta, non sono in grado di rispondere.
Abbiamo inventato accrocchi dannatamente sofisticati per misurare il tempo – che di suo, com’è noto, non esiste; esiste solo l’atto del misurarlo – e non abbiamo inventato nulla che conteggi le parole che segnano, ben più del tempo, lo scorrere delle nostre vite.
Eppure dovrebbe pur essere possibile, per strada, avvicinare uno sconosciuto e domandargli civilmente Per cortesia, saprebbe dirmi quante parole sono?
Quegli leggerà il marchingegno che porta al polso.
Mancano ottocento a diecimila
Diancine, allora ho da sbrigarmi. Le parole mi sono proprio volate, oggidì.

affrancato e spedito da Effe | 09:29 | commenti (43)


giovedì, ottobre 11, 2007
Disclaimer: Herr Effe si prende un giorno di riposo (per quanto sia irenegrandianamente in vacanza da una vita, ma questa è un’altra storia) e lascia campo libero. Io vi ho avvisati, e se saltate a piè pari mica mi offendo.
 
Approfitto della sventata gentilezza del titolare qui, che a suo tempo ebbe la balzana idea di dare le chiavi di casa al sottoscritto e a qualche altro losco figuro, per buttar giù qualche riga pensosa – riciclando peraltro alcune cose scritte da altre parti, chè il tempo è quello che è.
Conosco Herr Effe – addirittura di persona - da parecchio tempo. Qualche anno, almeno quattro: un tempo che, nella relatività tutta particolare della cosiddetta blogosfera, assomiglia a un'era geologica. Ma in fondo non è necessario essere suoi abbonati non paganti per capire che, a prescindere dalla qualità di ciò che scrive (altro concetto per il quale la definizione di “relativo” è giusto un pallido eufemismo), HE è una persona profondamente e sinceramente convinta della specificità delle parole scritte in rete e della forza che a queste parole viene tanto dalla loro particolarità, quanto dalla loro gratuità.
Vorrei chiarire che su quest’ultimo punto io e HE abbiamo opinioni abbastanza diverse: io non ho nulla contro il guadagno, che è una delle possibili giuste forme di riconoscimento dell'impegno e - soprattutto - del merito; in altre parole, non trovo che la monetizzazione del talento e/o dell'applicazione corrompa il talento e/o l'applicazione. E, a differenza del padrone di casa, sono meno rigido e severo nel giudicare la bontà e l’efficacia dei passaggi dal web alla carta, dai pixel alla brossura; sul serio, se domani Buràn diventasse McSweeney’s e venisse distribuito – a pagamento – “in tutte le migliori librerie”, beh, non avrei nulla da ridire: anzi, plaudirei convintamene, cercando di celare l’invidia.
Il punto che però mi preme toccare è un altro. Per i casi della vita, in questi ultimi giorni mi sono preso la briga di seguire alcune discussioni che ravvivano quella parte di blogosfera che io frequento; e non so dire se sono più stupito dal fatto che persone che stimo sentano il bisogno di chiarire, di assicurare che sbarcano il lunario grazie a normali professioni altrettanto normalmente retribuite – per cui la loro scrittura in rete non ha né secondi fini né compensazioni variamente tangibili – o dalla quantità clamorosa di diffidenza, sospetto e persino malevolenza che viene resa esplicita da molti abitanti di quel microcosmo. Non so voi, ma io provo un fastidio forte e crescente nei confronti di coloro che, temo per propria povertà morale, passano la vita a pensar male degli altri, a immaginarsi doppi fini, bassezze, ambiguità. Intendiamoci: io non sono esente da questo modo di essere e fare e pensare: sono italiano, in fondo, e il quadro che ho descritto è esattamente quello che si trova sui giornali, in televisione, in strada, in ufficio. Ma credo di essere vicino ad un punto di rottura, e vorrei essere capace di insegnare alla persona corta che non si deve essere per forza degli inguaribili ingenui romantici per credere nell’esistenza di persone capaci di fare le cose per passione, addirittura non retribuita. Buràn, e le persone che gli stanno dietro e gli danno vita, ne sono un esempio, che io qui ringrazio pubblicamente (attendendomi gli imbarazzati rimbrotti del padrone di casa) e che io qui uso come metafora ed esempio. Perdonate la generalizzazione, ma se siamo quello che pensiamo, allora non siamo un granché.

affrancato e spedito da Squonk | 12:18 | commenti (15)


lunedì, ottobre 08, 2007
Il giorno più bello
 
Al funerale di Menico Monforte non si presentò nessuno.
Non c’erano i familiari, né i cognati che stavano su a Gottasecca.
Non erano venuti i vicini dalle altre mezzadrie, né i pochi amici del paese.
Non si era presentato, infine, neppure lo stesso Menico, ma la sua assenza era stata prevista per tempo. Lui stesso aveva programmato di arrivare per ultimo, a cerimonia già iniziata, per riempirsi gli occhi della chiesetta gremita. Ma quando spinse i battenti della navata buia e vuota, il sorriso che aveva preparato allo specchio per giorni gli rotolò via dal viso, lasciando solo un graffio al posto della bocca.
Menico Monforte si diresse verso la canonica, a stento seguito dai suoi stessi passi. Don Nino Passalacqua stava stirando con cura la tonaca rammendata.
- Don Nino, cosa capita? Non era per oggi?
- Menico, ho detto io a tutti di non venire. Ci ho pensato su, e non credo che si possa.
- Ma avete cercato nei vostri libri?
- Sì, sì, ho cercato, ho anche chiesto al Vicario. Non c’è scritto da nessuna parte, che sia consentito.
- Ma c’è scritto chiaramente che non si può? C’è la proibizione?
- No, non c’è, ma una cosa del genere non si è mai vista prima.
- Don Nino, eppure lo sapete bene che vita grama ci tocca masticare ogni giorno, con la benedizione di Dio. Sempre a schiena spezzata a cavar via dalla terra quel poco che gelo e siccità non si sono già spartiti. E poi i debiti, il maltempo, la malattia, i litigi con i vicini per un solco in più, che poi non ci si guarda in faccia per anni fino a non ricordarne più il motivo, con la sola consolazione, alla sera, di un bicchiere di vino aspro per dimenticare che domani andrà ancora peggio. Non basterebbe un’intera vita di peccati, per meritarci in cambio un’esistenza così. Ma al funerale no. Al funerale viene tutto il paese, tutti con il vestito buono, le donne con gli occhi bassi e gli uomini con il cappello in mano, e si fanno certi discorsi, si dice quant’era buono, il defunto, perfino i vicini adesso lo piangono, e la chiesa ha cinquanta candele nuove, e il corteo attraversa tutto il paese. Dopo una vita stenta, arriva il giorno più bello, che a saperlo prima uno aspetterebbe ancora un po’ a morire, tanto per godersi lo spettacolo. E invece, nemmeno quest’ultima soddisfazione. Ma io no, io non me lo voglio perdere, il mio funerale. Me lo voglio ben godere da vivo, dall’inizio alla fine. Almeno quello. Don Nino, mettetevi su i paramenti e accendete i ceri, che a chiamare gli altri ci penso io.
In capo a un’ora, tutte le colline erano defluite a fondovalle, sul sagrato e in mezzo ai banchi di legno bruno della chiesa, per il funerale di Menico Monforte.
Le parole di don Nino Passalacqua colavano come miele di castagno dal pulpito, a ricordare le tribolazioni e le virtù incontabili del compianto Menico.
La comunità singhiozzava per la grave perdita, mentre i parenti cercavano inutilmente di consolare la vedova affranta.
Il più commosso in prima fila era proprio Menico Monforte, incapace di arginare il fiume di lacrime che tamponava asciugandosi occhi e naso con la manica del vestito buono.
Alla fine della lunga cerimonia, il corteo si mosse verso il camposanto guidato da don Nino, che intonava il De Profundis attorniato dai chierichetti. Subito dopo seguiva con passo strascicato il caro estinto, circondato dai parenti più stretti e dalle prefiche. Chi non era riuscito a entrare in chiesa guardava ora il corteo che defluiva lungo l’argine degli stretti vicoli in pietra. A ogni segno della croce che pioveva giù da finestre e poggioli, Menico Monforte rispondeva con un cenno pacato e un sorriso lieve, finalmente in pace con tutti.
Giunti alla tomba di famiglia, si distese sulla lapide incrociando le mani sul petto. Attraverso i rami degli abeti, il cielo del pieno pomeriggio gli si allargava sul viso.
Don Nino recitò le ultime giaculatorie, e poi ciascuno dei presenti, uno alla volta, sfilò davanti alla tomba per abbracciare la vedova.
- Era un uomo buono.
- Grazie.
- Sono i migliori che se ne vanno per primi.
- Grazie.
- Non lo dimenticheremo.
- Grazie.
- Condoglianze. Se poi volete vendermela, la vacca.
- Grazie. Pagamento anticipato.
- Ma veramente con vostro marito ci si regolava, di solito, passata la fiera.
- Ora mio marito non c’è più, son rimasta sola e devo pensare alla vecchiaia. Pagamento anticipato.
Menico Monforte avvertì un formicolio sgradevole alle estremità. Ma come, il suo corpo era ancora caldo, e già gli altri pensavano agli affari propri.
- Chi muore giace, e chi resta si dà pace - sospirò don Nino, indovinandone i pensieri.
Ma Menico era già lontano dalle preoccupazioni terrene, trasportato dal fiume lento di voci che mormoravano il suo nome.
La lunga fila di abbracci e di commerci terminò che era notte piena. Dopo che la vedova ebbe distribuito ai poveri, ultimi in corteo, i pani che aveva fatto cuocere secondo l’usanza, i parenti intimi si trattennero ancora un po’ a conversare del più e del meno.
- Menico – disse poi la vedova – noi andremmo, comincia a rinfrescare. Tu che fai, vieni con noi?
- No, avviatevi pure, io resto ancora un po’.
La notte era più ampia, adesso, e c’era posto per ogni uomo con tutti i suoi sogni. Menico Monforte riviveva ogni istante del suo funerale, risentiva tutte le parole buone, rivedeva le lacrime sincere rigare i menti che, di solito ispidi, oggi avevano brillato lustri a forza di sapone e rasoio.
- Che giorno magnifico. Il più bello della mia vita – pensava, mentre un languore dolce gli rotolava tra denti e lingua e, attraverso i rami degli abeti, gli occhi gli si riempivano definitivamente di tutto il cielo nero.

affrancato e spedito da Effe | 09:50 | commenti (25)


lunedì, ottobre 01, 2007
Buràn, scritture invisibili dal mondo

Nasce con la collaborazione del British Council di Londra e della Boston University.
Pubblica, tra gli altri, il racconto che ha vinto l’ultimo prestigioso Million Writers Award.
Scopre talenti e scritture dalla Cambogia, dal Ghana, dall’Estonia, dalla Cina e dal resto del mondo, dando cittadinanza a 48 Voci di 24 Paesi diversi.
E’ il terzo numero di Buràn, fuor dal comune per intensità delle testimonianze e qualità dei racconti.
Il Materiale di questo numero ha per tema Il Conflitto, declinato in molti sensi (bellico, sociale, economico, etnico, interiore) per indagarne i margini, gli strascichi, la quotidianità. Un percorso denso, che apre ferite e domande destinate a rimanere dischiuse, e rintraccia in ogni conflitto, diverso per luogo e oggetto, quelle contiguità ricorrenti che ugualmente segnano anime e corpi, per sempre
L’Immaginario, come è storia della rivista, propone invece racconti che portano al lettore l’altro e l’altrove della narrazione in rete, dal racconto pluripremiato, alla selezione di noti magazine, al taglio su carne viva di un blog sconosciuto.
E’ un viaggio, Buràn, attraverso la trama di confini e storie e vite.
Ma è soprattutto un’esperienza straordinaria di condivisione in rete.
Dagli enti internazionali, alle università prestigiose, alle riviste, ai singoli autori, ai traduttori e a tutti coloro che collaborano alla rivista: la nascita di ogni numero è possibile perché, per sola fiducia nel progetto e nella scrittura, decine di persone da ogni luogo del mondo mettono a disposizione creatività, talento, capacità, tempo, entusiasmo.
Non esistono fenomeni editoriali di tale portata, al di fuori della rete.
Il web è la voce di chi non aveva voce.
Dietro ogni numero della rivista c’è una trama di relazioni, ci sono rapporti che si consolidano, occasioni nuove che aprono la conoscenza di mondi vasti e differenti.
Se è interessante e – così si confida, senza pudore - bello per chi lo legge, Buràn è in verità un’esperienza davvero straordinaria per chi lo costruisce scrittura dopo scrittura.
Ci sono Voci e Mondi, là fuori.
Buràn è in ascolto.
(per contatti: redazione@buran.it)

Aggiornamento in progress: hanno parlato di questo numero di Buràn, tra gli altri:

Il Mattino                                            Lectoraviva (Spagna)
Nazione Indiana                                    Vanessa Gebbie (Inghilterra)
Ivan Scalfarotto                                    Jawahara Saidullah (India)
Loredana Lipperini                                 Agni (Boston University)   

affrancato e spedito da Effe | 00:38 | commenti (35)

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