URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
lunedì, dicembre 17, 2007
La nostalgia del buio
- Lo zio Italo è quello a destra, aveva specificato mio padre dopo aver valutato a lungo la foto.
In effetti, la confusione tra i due soggetti era possibile.
Quella a sinistra era una grossa mortadella.
Lo zio Italo aveva lavorato per tutta la sua vita di scapolo in un’azienda di insaccati, e ben si sa che, a lungo andare, il salumiere finisce con l’assomigliare ai suoi salumi. Lo zio era del tutto pelato, di complessione tendenzialmente cilindrica, e con la pelle a macchie.
- Non è vero che non si capisce la differenza, aveva borbottato mia madre, ché lo zio gli veniva fratello.
- Hai ragione, aveva ammesso papà, la mortadella è più sorridente.
E’ in verità quella era la foto che ritraeva lo zio nel giorno del suo pensionamento, sei mesi addietro. Da allora era caduto in un’untuosa depressione, e passava ore seduto in macchina nel parcheggio antistante l’azienda a rimpiangere la sua vita produttiva, il suono elettrico della sirena a inizio turno, l’odore del grasso che impregnava i vestiti, il pranzo rigorosamente vegetariano.
“Sono un uomo inutile, finito”, c’era scritto sul retro della foto ricevuta per posta, “ricordatemi così”.
Mia madre aveva sospirato a lungo.
- Dobbiamo fare qualcosa per mio fratello. E’ quasi Natale. Invitiamolo qui per qualche giorno, gli farà bene passare le feste in famiglia.
Il venti dicembre lo zio Italo si presentò dunque alla porta di casa nostra, una piccola valigia in una mano, e una mortadella intera nell’altra. Lo zio sfoggiava un lungo sciarpone rosso ciliegia, per proteggersi dal freddo. La mortadella, per parte sua, era accuratamente avvolta in una sciarpa più corta ma di identica tonalità.
- Per mantenerla morbida, aveva spiegato con sufficienza da intenditore lo zio, porgendo a mia madre la strenna.
Lo zio era una pasta d’uomo, e in casa non rappresentò un peso. Restava tutto il giorno in cucina a leggere quieto gli opuscoli pubblicitari dei supermercati, commentando i prezzi esorbitanti e la dubbia qualità degli insaccati e delle carni che vi campeggiavano in quadricromia.
- Tutta roba gonfiata a estrogeni, diceva, tutta acqua, appena la metti in padella batte in ritirata e si riduce a un francobollo.
La prima lampadina a fulminarsi fu proprio quella del lampadario a disco volante della cucina.
- Vado a comprarne una di ricambio, disse risoluto lo zio. Poco dopo, era in piedi su una sedia ad avvitare il bulbo nuovo.
Un’ora dopo si fulminarono le lampadine del bagno, e il giorno successivo quelle del salotto e del corridoio in rapida sequenza. Stanco di andare ogni volta al negozio per comprare il necessario, lo zio ne tornò definitivamente con una fornitura industriale di lampadine per ogni punto luce della casa.
Bastarono a stento. Ogni giorno se ne fulminavano dalle dieci alle quindici.
-A volte succede, le cose arrivano a un loro naturale termine a causa dell’usura, aveva provato a razionalizzare il babbo, da sempre positivista e logico.
- Macchè, aveva risposto lo zio Italo senza alzare gli occhi dagli opuscoli pubblicitari delle carni surgelate, è la nostalgia del buio. Qui in città c’è sempre luce, anche di notte. Lampioni, insegne, fari delle auto. Non esiste più un solo angolo buio. Se anche chiudi gli occhi, dietro le palpebre resta sempre un leggero alone luminoso. Non esiste più il buio, capisci? Siamo condannati alla luce.
- Sciocchezze, suggestioni, aveva replicato mio padre.
Però le lampadine continuavano a fulminasi a ripetizione, finché mio padre mostrò a mia mamma una tabella vergata a mano.
- Guarda, ho rilevato la successione delle lampadine fulminate per capire se c’era un percorso logico tra gli eventi, un qualche legame. E c’è. E’ Italo.
- Come sarebbe? chiese mia madre.
- Le lampadine si sono fulminate sempre nelle stanze dove si trovava lui. Leggi qui, la tabella parla chiaro. Salotto, Italo, zac. Camera degli ospiti, Italo, zac.
- Ma cosa vuoi dire, che ci ha sabotato l’impianto? domandò mia madre ridendo.
- No, ma è come se lui, non so, è come se la sua presenza, in qualche modo, provocasse il fenomeno.
- Ma cosa dici, sei impazzito? Tu non ci credi mica, a queste cose.
- No che non ci credo, è ovvio, sono solo stupide superstizioni. Non ci credo. Però è vero. Senti, dobbiamo chiedergli di andarsene. Non è tanto per le lampadine, ma che ne sappiamo di cos’altro potrebbe provocare? Lo dico per nostro figlio, dobbiamo proteggerlo.
- Ma come facciamo a mandarlo via? Lo abbiamo invitato noi, e poi Italo è solo, e tra poco è Natale.
- Inventati qualcosa. Non possiamo rischiare.
Lo zio Italo se ne andò il giorno dopo, con la valigia, lo sciarpone rosso, la stessa tristezza di quando era arrivato, e senza la mortadella.
Le lampadine smisero di fulminarsi.
La vigilia di Natale mio padre ricevette una lettera dall’azienda dell’energia elettrica.
“A causa di un’anomalia nei nostri impianti, nei giorni scorsi si sono verificati alcuni sovraccarichi di tensione che potrebbero aver provocato danni ai vostri apparecchi domestici. Ce ne scusiamo, segnalando che le anomalie sono state nel frattempo risolte.”
- Lo dicevo io che non possono essere vere, certe superstizioni, c’è sempre una spiegazione logica, commentò imbarazzato mio padre.
- Ma come abbiamo potuto pensare che Italo… sussurrò mia madre, mordendosi il labbro inferiore e, dopo aver riflettuto a sazietà, appena prima della mezzanotte prese finalmente una decisione.
- Noi qui a brindare, e lui solo a casa sua. Telefoniamogli almeno per fare gli auguri.
- D’accordo, hai ragione, lo faccio io, rispose inaspettatamente mio padre, la cui coscienza laica e scientifica ancora rimordeva. Lo metto in vivavoce, così lo potete salutare anche voi.
Il telefono era accanto all’albero di Natale, carico di luci e di una magia di plastica.
Dal vivavoce, uno squillo.
Un altro.
Poi, e proprio mente le campane suonavano la mezzanotte, la voce di zio Italo venne gracchiata via dall’altoparlante: - Pronto?
Nell’intero condomino, nel quartiere, e in tutta la zona est della città, il black out fu immediato, violento, uniformemente esteso e del tutto definitivo.
(questo post, di ordine necessariamente natalizio grazie alla pervicacia sardo-sassone di Sir Squonk, fa parte dell'annuale raccolta dei Post sotto l'Albero- il che significa, fatevene una ragione, che anche il 2007 è proprio giunto al termine)
Eppure, questa è la città che fu delle fabbriche e delle fonderie che temperavano acciaio e anima, la città verso cui poco più di una generazione fa risalivano famiglie intere dal sud, discendendo dal treno a riempirsi la bocca per la prima volta di una nebbia brinata e di un accento difficile, la città dove quelle stesse famiglie andavano a vivere nelle soffitte delle case più vecchie e fredde, ammassate e divise solo da tramezzi fatti con coperte e lenzuola, la città di Mimì metallurgico, la città dove mio zio lasciò tre dita sotto una pressa, dove mia madre già a 14 anni – ed era il ’46, subito dopo la guerra - lavorava alla Michelin, a respirare veleni che tanti ne avrebbero poi ammazzati, la città dove esisteva il Borgo del Fumo, annerito dagli scarichi delle ciminiere, la città dove mio suocero, negli anni 70, con due figlie piccole e una moglie a carico, mantenne un picchetto duro e assoluto di un mese davanti alla Pirelli, con presidio giorno e notte, compresa quella di Capodanno, con le mogli che venivano a portare il panettone e un thermos di caffé agli uomini che restavano sulla strada e che dopo un mese senza stipendio non avevano più un soldo in tasca, ma la dignità sì, la città dei 15.000 licenziamenti annunciati dalla Fiat negli anni ‘80, e dei 23.000 operai in cassa integrazione a zero ore e dello sciopero conseguente, la città dove la silenziosa marcia dei Quarantamila e della vergogna quello sciopero spezzò, dopo 33 giorni, mettendo all’asta un’epoca.
Tutto questo non esiste più.
Le fabbriche sono scomparse, a vederle dai cavalcavia sembrano animali fuori tempo massimo e di poca vita. Non hanno cittadinanza nei discorsi per strada e nei salotti. Le fonderie le abbiamo dimenticate. Esistono per qualche giorno nei telegiornali, e poi scompaiono per sempre.
(ieri, lunedì 10, a Torino c’è stato uno sciopero generale per ricordare i quattro operai [ora cinque, 17/12/07][ora sei, 19/12/2007] [inifine, tutti e sette] morti bruciati alla Thyssenkrupp. Questo, almeno, è quanto avete visto in televisione. Ma intorno e oltre al centro barocco della città dove è sfilato il corteo, nei quartieri periferici, nelle strade dei condomini sempre uguali e senza balcone, lungo i vialoni a quattro corsie bianchi di brina a cristalli, nulla è successo. I negozi hanno aperto regolarmente, e lo stesso le scuole, e la gente è andata al lavoro, e non c’è stato nemmeno un minuto di silenzio collettivo. Ho dovuto scrivere queste righe in risposta a Silenzio, si brucia di Caracaterina, alla Piccola cronaca di Untitled Io e, per altro verso, al bellissimo e amaro paesaggio urbano di Safari Nucleare di Hotel Messico – qui anche in un video di Strelnik.)
Venerdì 7 dicembre, ore 18.00, il tram parimenti numero 18 caracolla per le vie centrali e barocche della capitale sabauda, stivando nell’interminato viaggio tra una fermata e quella successiva una moltitudine varioetnica e poliparlante.
Vista da fuori, la nostra situazione logistica non dev’essere dissimile da quella dei cortei suini che dai Tir delle autostrade emiliane lasciano cader giù occhiate dolorose verso i finestrini degli automobilisti in sorpasso.
Condizioni ideali - le nostre, dico - per i borseggiatori e gli artisti del furto con destrezza, che ben volentieri e senza neppur bisogno di invito frequentano la linea. Li si riconosce a colpo d’occhio perché son gli unici che, per non aver questioni con il personale viaggiante, timbrano regolarmente il biglietto.
All’altezza di quel ramo della via Po che volge a mezzogiono sale un omino di mezz’età, andatura in barcollo e male in arnese. S’abbarbica sugli appositi sostegni e ivi arringa le folle.
Lo vedete questo? – domanda sventagliando un libercolo dalla copertina aviazione a un polllice dalle teste lungocrinite di alcuni rasta – L’ho appena rubato da una bancarella. Perché la cultura non si paga.
Levo il naso dal tomo in cui tentavo di dimenticare le umane fatighe et afrori, e presto orecchio.
Io c’ho cinquantadue anni, e dormo su una panchina ai Giardini Reali. A me m’ha rovinato l’eroina, m’ha rovinato. Ho bucato per vent’anni. E ogni giorno rubavo per pagarmi la droga. Anche libri, rubavo. Ma tanti, per milioni. I libri che rubavo non li leggevo, li rivendevo per comprarmi l’ero.
La voce gli s'impasta, le vocali vengono sbiascicate via e si fanno scivolose, il guardo è ispirato, o forse annebbiato solamente.
Poi, un giorno, dopo vent’anni, uno di quei libri invece di venderlo me lo sono letto. E mi sono fermato. E ho capito. Adesso i libri continuo a rubarli, che credete, ma non mi drogo più. Li rubo per leggerli. Li rubo per pensare. Li rubo perché la cultura non si paga. E’ immorale, far pagare la cultura. La cultura deve essere gratis. Al limite, la si ruba.
Con una mano tributo tosto un monoapplauso giacobino et espropriativo all’eroe della giornata.
Con l’altra, che non si sa mai, palpo la tasca dei pantaloni a verificare la permanenza del pur magro epperò unico e perciò amato portafoglio.
Loro c’erano, ai tempi della frontiera, quando la blogosfera stava ancora scavando le proprie fondamenta. Abbiamo inteso raccogliere le loro voci di oggi per misurare, in termini di vita e di scrittura sul web, e a partire dal BlogRodeo Live di Rozzano 2004, le distanze e le differenze che separano quel passato dal nostro essere (o non esser più) in rete nel presente.
Qui da presso, il mio contributo conclusivo allo scarno blog.
Io canto le parole elettriche
Questo semi-instant-one-shot-blog non è, come a un occhio pigro e bollito dai troppi pixel del web potrebbe sembrare, un sito collettivo, e neppure un archivio di schede anamnestiche di pazienti affetti dalla sindrome del reduce.
E’, invece, un avviso sghembo ai naviganti, una pietra (non) miliare, un punto in-fermo su cui posizionare il compasso per misurare, in termini di vita e di Rete, distanze e differenze dal passato a qui e oltre ancora (il BlogRodeo Live di Rozzano essendo solo un pre-testo).
Perché la Rete non è solo uno strumento: è soprattutto un’opportunità, un corpo, un luogo. E ogni luogo presuppone, oltre alla stasi, anche una direzione e un vettore. Da dove arriviamo, noi gente di Rete? Da cosa si riconosce il posto dove ora siamo? Fin dove sapremo spingerci?
Riflettere sulla Rete significa riflettere su noi stessi, sul nostro modo di cartografare la realtà attraverso la scrittura virtuale dei nostri blog.
Nel 2004 la blogosfera era densa di nuovi inizi, eccessiva di entusiasmi, esondante di tentativi imperfetti, rapide fiammate, polemiche violente e profonde interazioni. Si stava costruendo qualcosa, pur senza aver potuto consultare preventivamente il progetto generale dell’architetto (salvo poi scoprire che l’architetto non è mai esistito, e il progetto neppure).
Era, quello, un tempo i cui i blogger, oltre che giocare (cosa già seria e violentissima di per sé) erano disposti a mettersi in gioco, che è cosa affatto diversa.
Ci si sporgeva sull’orlo dell’inconosciuto, della terra digitale inesplorata, accettandone rischio e fascinazione.
Rischia ancora, oggi, la Rete? Ci si espone, corpo e luogo e parole elettriche?
Accettato il fatto che le Voci qui riportate appartengono a persone che hanno in certa parte cambiato il proprio rapporto con la Rete - fino all’abiura, in certi casi - a me sembra che, come contesto generico, nella blogosfera prevalga oggi la nicchia individuale, il porto sicuro, il permanere entro identità e profili che, lontani dall’essere maschere e fingimenti, si sono fatte così concrete da non permetterci di essere altro e altrove.
Questo è quanto mi dice il calibro con cui misuro la distanza da Rozzano al futuro; se qualcuno, per baia e canzonatura, il calibro me l’ha invece starato, lo ammetta allora subito e non parliamone mai più.
Diavolessa d’una donna e blogger, madame Carriego. Non ci si lasci ingannare dalla simulata condiscendenza ch’Ella sembra mostrare verso i suoi personaggi, e fors’anche verso il lettore. E’, essa Carriego, d’animo invero laicamente luciferino.
Li disseziona, Ella, i personaggi et eziandio i lettori, ne traccia dapprima una scheda anamnestica del carattere e del destino, ne ausculta le vite tossicchianti, tasta il polso di sogni e stagioni, introduce con mano ferma il manico di cucchiaio nelle gole delle storie, fino a stilare infine la diagnosi definitiva – et voilà, ecco La famiglia immaginaria.
Ignaro, il lettore si bea dapprima della vena saldamente ironica e della penna precisa che traccia profili e paesaggi d’anima e urbani. Qualche sospetto nasce già dal constatare che i molti personaggi che ruotano intorno alla palindroma Anna Soros somigliano, più che ai parenti dell’autrice, a quelli propri del lettore stesso. Infine, la rivelazione; i caratteri e i tipi del libro non sono riferiti a quel comune lessico familiare che apparenta, in fondo, tutti noi che abbiamo all’incirca x anni (taccio l’età non per verecondia mia, ma per galanteria). Quei personaggi siamo noi, e con precisione.
Ella Carriego, sotto il falso nome di Lina Dettori, cardiologa insulare, ci ha adunque spiati, guatati, assediati, da noi ha tratto vizi in abbondanza e pochissime virtù. Come dubitarne, infatti, leggendo delle epiche avventure al Circolo degli Scacchi di Antonio Bardanzellu, oscuro impiegato delle poste e instancabile scrittore di romanzi tardo-romantici che, inarrestabile, propina in lettura ai soci esausti del Circolo? La pervicacia del Bardanzellu non appartiene forse a tutti voi blogger, che ci obbligate a leggere i vostri capolavori un die sì e un altro pure?
Non fidatevi di madame Carriego. Essa è diabolica, vi dico. Come spiegare, altrimenti, la sua capacità di governare le rotative, tanto da far morire alla pagina numero 47 la storia della morte del paziente numero 47 (numero che era già un destino, e comunque pare che quello fosse un morto taciturno, in barba alla Smorfia)?
Il libro è assai godibile, forte della scrittura a frammenti così vicina ai tempi dei blog. Ma se poi vi riconoscerete in qualche sfortunato carattere, nel leggerlo, e mediterete sui vostri destini cinici e assai bari, non dite che non vi avevo tempestivamente avvertiti
Anche per Nostra Signora delle Brioches, santa e pagana e conservatrice dello Stretto, ingannarsi è facile, e perfin piacevole – il tipo d’inganno più letale. Si potrebbe credere che la sua scrittura fluida sia fatta d’aria e d’altura.
E invece.
E invece ogni parola ha radice, e succhia consistenza da vite ipogee, da storie di basalto, dalle venature che frastagliano le placche tettoniche dei continenti. Ella ci ammalia con la sua penna barocca e succosa e, vigilando sullo Stretto nebbioso, sembra dettare il ritmo alle onde d’alta marea, mentre governa invece quelle telluriche.
Ma io, ah, io no, io non cedo al sortilegio, e so che ogni parola sua viene da un sottoscala di memorie del sottosuolo, solida ed esatta e inaspettata. Anche quando racconta di Angeli e case.
Cosa sono infatti, le case, se non l’espressione geometrica delle nostre vite, base per bassezza, e volte non si può nemmeno dividere per due in modo da avere il resto?
E del pari, non ne sono la stessa espressione, ma in forma questa volta non euclidea, gli angeli sfrattati e stanchi, irregolari e mariuoli, sensuali e vitalissimi? Gli uomini hanno inventato le case, o gli angeli gli uomini, o le case gli altri due. Manginobrioches non lo dice, ma in fondo poco importa; l’importante è che i mondi continuano a esistere, finché qualcuno li racconta.
Se poi, oltre a dipingere con le parole, si parla anche con la pittura, come fa nello stesso libro Mario Bianco, cartografo di colori e sogni, con i suoi acquerelli di angeli trispiti e bugiardi e senzatetto, allora i mondi si specchiano e si moltiplicano, e basta un niente – un voltare pagina, un premere di mouse – per farli interamente, e senza obbligo di restituzione, per sempre nostri (prefazione di Zena Roncada).