URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
venerdì, febbraio 29, 2008
In un giorno che non c'è, un blog che non esiste
Non prima di oggi, e dopo mai, ma solo ora, finché resiste l'illusione del 29 febbraio, le vostre storie di ogni inesistenza sul blog che non c'è.
- Un momento, un momento, padre Piana. Potreste ricominciare da capo?
- Piano – rispose l’officiante.
- Oh, sì, scusate – bisbigliò il regista - dimenticavo il rispetto per il luogo in cui ci troviamo.
- No, intendevo dire che mi chiamo Piano, veramente. Santo Piano.
- Padre veramente Santo, potreste rifare tutto dall’inizio?
- La messa è un rito sacro, figliolo, mica la si può rifare finché vien bene.
- Lo so, ma consideriamola una falsa partenza, una prova microfono. Non ci hanno ancora dato la linea dal tiggì regionale. E siamo qui per questo, no? Per mandare in onda tutto.
Don Piano sacramentò a mezza voce; conosceva la posta in gioco. La chiesa e la società civile unite a puntare il dito per il j’accuse, per rivendicare finalmente dignità.
Alla funzione presenziavano tutti. In prima fila sedeva il sindaco Vito Lo Capo in gessato blu, comunista e mangiapreti praticante, e addirittura in odore di satanismo (o solo di corna, secondo una vulgata più recente). Accanto a lui si rattrappiva il ragionier Cosimo Bonocore, in rappresentanza dell’opposizione, con la solita faccia da colica renale. A chiudere il parterre all’estrema destra, il maresciallo Salvo Salimbeni della locale caserma dei carabinieri, in alta uniforme e bassa statura.
- Ecco, ecco, ci siamo. Tre, due, uno. In onda!
- Nel nome del P...
Il blue tooth del sindaco Lo Capo zufolò l’Internazionale ben oltre il livello di decibel consentito dalla Asl.
- Pronto? Oh, da quanto tempo! Come dite? Aspettate un momento.
Il sindaco si rivolse al resto dei fedeli.
- E’ la Protezione Civile. Dicono che, se vogliamo, vengono adesso con i camion e portano via tutta quanta la monnezza che per protesta abbiamo accumulato di fronte alla chiesa. Che gli devo rispondere?
Le artistiche navate in calcestruzzo a vista si riempirono di silenzio.
- E’ quello che volevamo, no? azzardò senza convinzione don Piano.
- Un momento, padre – intervenne il regista della trasmissione – riflettete. Qui non si tratta di spazzar via quella tonnellatina o due di rifiuti dal sagrato. E domani? E posdomani? E le responsabilità per tutti gli anni di malamministrazione? E gli sponsor che hanno già acquistato gli spazi pubblicitari? Qui occorre gridare ben forte allo scandalo, occorre che tutto il mondo sappia.
- Grazie lo stesso – arrischiò allora il sindaco al telefono, a nome della cittadinanza tutta – stiamo a posto così. Giù le mani dalla monnezza nostra.
Un brusio borbonico sottolineò il consenso plebiscitario dei presenti.
- Nel nome del P...
Un colpo secco e risoluto esplose rimbombando sotto l’abside. I più pii tra i membri della comunità portarono ratti la mano alle semiautomatiche con la matricola abrasa.
- Calma, fratelli, non è successo nulla.
Il colpo era stato schioccato dal ragionier Bonocore che, forse in atto di plateale contrizione, si era lasciato cadere in ginocchio schiantando all’unisono entrambi i menischi sull’inginocchiatoio di legno, e ora restava raggrinzito e accasciato, il mento affondato contro lo sterno e le spalle curve.
- Maresciallo – disse spazientito don Piano – volete spiegare voi al ragioniere che, tecnicamente, la messa non è ancora iniziata? L’atto di contrizione viene dopo. Se frequentaste di più la parrocchia tutti quanti, ben le sapreste queste cose. Lo faccia alzare.
- Ci pensoio - rispose solerte il maresciallo Salimbeni, battendo i tacchi. - In nome della legge...
- ...di Dio, maresciallo. La legge di Dio. Siamo pur sempre in chiesa.
- Nei secoli fedele – rispose il milite, irrigidendosi in un segno della croce d’ordinanza.
- Nel nome del P...
- Afpettate un poco.
- Ma che c’è ancora? domandò stizzito il celebrante.
Questa volta a interrompere il sacro officio era stato il dottor Solla, medico condotto e logopedista (nonostante un lieve difetto di pronunzia) che sedeva nel banco giustappunto arretro al ragionier Bonocore, cui stava tastando volenterosamente la giugulare.
- Queft’uomo defunfe.
- Ma che dice, questo?
- Defunfe. Fpirò E’ trapaffato, infomma. Ora della morte – precisò il medico controllando l’ora sul proprio cellulare - le diciotto e quarantacinque e fedici fecondi. Forfe diciaffette, va'.
- Pubblicità, andiamo in pubblicità! gridò il regista.
- E adesso che facciamo? domandò il sindaco Lo Capo, preoccupato di essere rimasto antidemocraticamente orbo dell'opposizione.
- Padre – intervenne il regista in ambasce – qui finiamo dritti alla Commissione di Vigilanza. Siamo in fascia protetta. Mica si può morire così, in diretta e senza la preventiva liberatoria. Io direi di annullare tutto e mandare in onda qualche vecchia puntata di padre Brown.
La comunità ondeggiò tra i banchi, mentre montava tra battistero e altare una marea di imbarazzante indecisione. A separare le acque si erse fulgido e ispirato don Santo Piano.
- L’ho detto e lo ripeto: la messa è un rito sacro. Non si interrompe. Non si ricomincia. E soprattutto, non si annulla per sostituirmi con un prete nano e racchio. Sindaco, maresciallo, prendete il fu ragioniere sotto le ascelle e tiratelo su, tenendolo in piedi spalla a spalla in mezzo a voi. Tutti in piedi.
Da destra e da sinistra le autorità cittadine agganciarono sottobraccio Bonocore, che rimase in posizione artatamente eretta con la fronte penitente e bassa.
- Adesso – sibilò don Piano – io dirò questa strabenedetta messa dalla prima all’ultima parola, costi quel che costi, e che nessuno fiati o interrompa, pena la scomunica. Nel nome del P...
In quell’esatto momento, la porta della chiesa si spalancò, e dall’esterno riverberò un'aura ultramondana che per qualche istante abbagliò i presenti, mentre un celestiale profumo di violette si spandeva tra i fedeli. Qualcuno gridava già al miracolo di un’apparizione. E in effetti apparvero due figure semiangeliche, circonfuse dalla luce dei faretti e delle cineprese. L’inviata della trasmissione nazional-popolare La Vita Indiretta entrò in chiesa a passo di carica brandendo un microfono, seguita a stento dall’arcivescovo della diocesi che arrancava a ritmo sincopato e asmatico .
- Bel lavoro, ragazzino – ringhiò l’inviata scostando con un colpo d’anca il regista – vi hanno passati al prime-time nazionale. Ora vai a giocare da un’altra parte, che è arrivata la cavalleria.
- Sono basito, Eminenza. Uno spettacolo così squallido, e per di più in chiesa – si lamentò don Piano baciando genuflesso l’anello vescovile.
- Vanitas vanitatis – rispose ieratico il sant’uomo, sorridendo in favore di telecamera. – Ora torna pure in sacrestia. Ci penso io a chiudere la baracca, quando tutto è finito. Va’, va’.
- La Vita Indiretta, ancora una volta, vi porta in casa la vita, più vera di quella vera – incalzò l’inviata dopo la sigla di testa. - Ma sentiamo loro, la gente, il volgo reietto, ascoltiamone la voce, il dolore, lo strazio, la sconfitta.
L’inviata, puntando il microfono come una rabdomante, cercava tra le prime file il soggetto più adatto per l’intervista, qualcuno che avesse la capacità di bucare il video, di arrivare al cuore della gente con parole chiare e, possibilmente, lacrime in gran copia. La telecamera indugiò dapprima sul profilo sudato del sindaco Lo Capo, che sporse volitivo il mento e il labbro inferiore. Poi si spostò sul maresciallo Salimbeni, impettito sull’attenti. Mentre la telecamera si spostava ancora, il maresciallo non seppe trattenersi, e fece timidamente ciao ciao con la manina.
Infine, il piano americano dell’obbiettivo mise a fuoco il soggetto giusto e, a nome della comunità catodica tutta, e di tutta una regione, e finanche dell’intero Paese, il microfono si piazzò, protervo come la lama che incide l’albero di caucciù e ne attende il succo gommoso, sotto la smorfia vizza e il capo vinto del ragionier Cosimo Bonocore.
[or non è guari, quasi tutto questo capitò, in parte qui, o là, o altrove. Chi ha memoria minima di cronaca, comprende e sa che qui non si è inventato, ma solo cucinato a stracotto]
Di cosa parliamo, quando parliamo di cibo?
Sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, che il mondo è fatto non di atomi, ma di parole, e il cibo è uno dei principali mediatori nella nostra relazione con il mondo e nella rappresentazione di noi stessi in relazione agli altri.
Il cibo è logos, è simbolo, è espressione, è conquista o rifiuto, è luogo di cittadinanza o misura di assenza (“Il mio cuore è in Oriente e io sono nell’Occidente più remoto”, cantava il poeta Judah Halevi. “Come posso gustare il cibo che mangio?”)
La portata e il senso delle nostre vite si misurano sulla base delle storie cui siamo disposti a cedere ascolto e di quelle che ricordiamo per poterle raccontare.
Non si può allora parlare del cibo senza parlare delle storie che lo compongono come e più degli ingredienti, e delle vite che di quelle storie sono il sapore turbinoso o agro.
Il quarto numero di Buràn prosegue la collaborazione con il British Council di Londra per i giovani scrittori africani (Uganda, Zimbabwe e Malawi), con il mondo dei magazine letterari delle università anglofone (come Harvard, Chicago, Wellington in Nuova Zelanda e molte altre) e con realtà geograficamente più vicine ma del tutto irraccontate, come la Lituania e l’Estonia.
In questo numero di Buràn c’è tutto il mondo in rigoroso disordine alfabetico: 53 voci e sguardi da 26 Paesi diversi e da ciascuno dei continenti.
Della straordinaria partecipazione dei traduttori (29, tra professionisti e aspiranti tali) dobbiamo ringraziare, oltre che i traduttori stessi, anche Marina Rullo della lista di discussione Biblit e Barbara Buratti dell’agenzia letteraria Herzog.
Non cederemo alla troppo facile tentazione di definire questo numero di Buràn come tutto da divorare; presterete attenzione, piuttosto, che non siano le sue storie a divorare voi.
p.s. Buràn ha avuto, nel suo primo anno di vita, numerose recensioni e segnalazioni da tutto il mondo, realizzate da autori, riviste, università, lettori. Oggi è come leggere la ricetta di un piatto succulento,questa recensionedi Lorenzo Cairoli. Ringrazio lui e tutti gli altri, a nome del centinaio di persone che, tra autori, fotografi, editori, responsabili di progetti culturali, redattori, webmaster, traduttori e scouter, hanno reso possibile questo numero di Buràn.
Il giorno inesistente si avvicina con subdola malizia, a ingoiarci nella sua anomalia.
Non dite poi che non ne eravate avvertiti.
Vi ricordo allora questa iniziativa: inviate le vostre storie sull’inesistenza alla mail del blog che non c’è, e contate i giorni fino al 29 febbraio – ci accolga, dopo, l’oblio.
Anteoggi m’inoltro per casualità lungo la strada di Damasco, programma letterario di Radio 3. Si parla di Walt Whitman, e m’attardo come d’obbligo su quelle frequenze.
Non vien detto nulla d’originale, ma è sempre gradevole sentir parlare del Poeta, e ascoltarne i versi – nell’occasione declamati, per verità, con l’entusiasmo di un impiegato del catasto da parte di tal Alessando Pala.
Il conduttore per l’occasione (cambiano settimanalmente) è Giordano Bruno Guerri, e sottolinea quello che ha colpito tutti, credo, nell’avvicinare la poesia di Whitman: la distanza, più in termini di tempo che di spazio, rispetto alla poesia italiana dell’epoca. Mentre il bardo americano scriveva Io canto il corpo elettrico, in Italia il maggior poeta a lui contemporaneo metteva sotto torchio un’innocente cavallina storna (e gli animalisti, tutti zitti).
E’ lo spirito dei due popoli a essere differente, continua Guerri, e questa stessa differenza espressa nella poesia si ritrova anche nelle due diverse carte costituzionali.
Fiscale e definitoria la nostra: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro [e si domanda, il conduttore, cosa questo significhi, che la Repubblica sarà fondata piuttosto sui cittadini. Qui mi sento di correggerlo: la nostra Repubblica è davvero fondata sul (ministero del) lavoro, sugli appalti pubblici e le relative tangenti], laddove più roboante e teatrale è l’attacco dell’altra: Noi, il Popolo degli Stati Uniti.
Sarà forse per questa maggior propensione al teatro (anche di guerra) che lo yankee interpreta la campagna elettorale come uno psicodramma collettivo (c’è anche chi piange a favore di telecamera, lo sapete).
Qui da noi, invece, le elezioni si risolvono in una Questione Privata, e non gli eligendi piangono ma, semmai, l’elettore nell’intimo della propria spoglia stanzuccia.
E’ così: che per morirne occorre prima viverla, la vita, incontrarne una fulminante e rapida, una vita definitiva e senza preavviso che chiuda finalmente somma e conti. Non si ha liberazione e fine senza aver percorso prima ogni passo, e svoltato ogni canto, e saputo ogni giorno l’attesa e la tregua della notte.
E’ così: che per averti ho dovuto incontrare te notturno e scuro, un amore indesiderato prima e poi teso di ogni desiderio, che ha circondato ogni mio lato e via di fuga.
Ora non ricordi quasi più l’agguato, il tuo seguirmi ovunque, l’essere in ogni cosa come un riflesso, come una lega e una materia, e irrisolto ogni mio rifiuto.
E fu sera e dopo fu mattina, e ogni costellazione aveva perso senso e orbita, ed ero io così a inseguire improvvisamente te, vinta ormai e posseduta.
A notte piena uscivo di casa con il freddo che si adagiava sotto i piedi nudi, scalzi per sormontare ogni rumore, e scalza camminavo la strada ruvida fino a te, fino alla porta della tua casa, per passare ogni ora di quelle notti a saziarmi di te, a farmi dono e mano che riceve e prende.
Solo noi sapevamo accendere ogni fuoco dei nostri desideri, e il fuoco era a volte tanto forte che me ne restava piagata la carne per settimane, e d’estate anche giravo con un cappotto addosso per paura che la gente mi leggesse le bruciature dell'anima.
Di giorno, lontana, mentre ogni tendine, ogni muscolo e tutti i miei pensieri erano risucchiati verso di te, era tutto un rimasticare tra i denti il tuo nome – sempre tu, sempre tu - un rifare con la saliva il tuo sapore la cui memoria portavo nascosta sotto la lingua e da qualche parte al centro della vita, e quando infine tornavo nella tua casa, era per saziarmi finalmente di te davvero, per bere e per mangiarti, e per essere piena delle tue parole e del tuo corpo.
Ognuno mi diceva che era un amore inutile e con danno, una strada senza entrata, e che tu mi avresti chiesto tutto e dato nulla, e questo proprio io volevo, che tu di me prendessi tutto, che mi lacerassi con parole che erano baci d’anima, che mi facessi cedere le ginocchia, che mi sanguinassi via, volevo soffrire ogni tuo dolore, ogni tuo piacere – tutto di te, tutto te.
Così ho abbandonato i volti e i giorni che conoscevo allora, redenta a una nuova vita che era tutta in due sillabe, tu, io, una vita di cui eri centro e regola e ogni cosa.
Ora non ricordi più.
Non ricordi dei giorni quando, in mezzo alla gente e per strada, sapevamo dissimulare la passione sotto abiti larghi e dietro gli occhi chiusi, e ci amavamo così, in mezzo a tutti gli altri ignari, noi quasi immobili - solo quel respiro più violento e breve, quell’inarcarsi improvviso della schiena.
Adesso non hai che un silenzio di me, e sei fatto di ogni lontananza.
Prima sapevo raggiungerti ovunque, adesso sei cosi vicino ed è impossibile toccarti, e il tuo sguardo mi recide tendini e legamenti, tendini e legamenti.
Anche ora sono a piedi nudi, qui, ma è una fuga ormai, ogni costellazione ha ripreso senso e orbita, non ti appartengo più, non mi sei appartenuto mai.
Non ricordo quasi più il tuo nome e il mio.
Ecco, è così: ora mi alzo e guardo per un volta ancora il tuo profilo scolpito, il corpo nodoso, le braccia inchiodate e tese a est, a ovest. Dimenticherò ogni tua fibra.
Mi sfilo via velo e soggolo e dal petto strappo l’immagine di te, mentre chiudo per una volta definitiva alle mie spalle la porta così a lungo nota della chiesa.
Per questo esatto motivo abbiamo necessità di fissare giorni della memoria in merito a questo o a quest’altro: perché, in tutti gli altri giorni del calendario, dimentichiamo ogni cosa.
Neghiamo tutto.
Rimuoviamo indefettibilmente.
Ci abbiamo il gene della rimozione forzata.
Ad esempio, vi anticipo la soluzione finale adottanda dal prossimo governo per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania: l’emergenza verrà revocata per decreto immediatamente esecutivo.
I rifiuti resteranno, che c’entra.
Ma dell’emergenza non ci sarà più traccia. Niente servizi televisivi, niente prime pagine sui giornali. Per par condicio, ci appassioneremo a un elegante eccidio familiare nel nordest.
Quanto a tutto il resto, l’importante è negare sempre.
Non sembri allora troppo azzardato il passaggio prossimo.
Lunedì 4 febbraio alle 18.00, presso la Feltrinelli di piazza CLN a Torino, Demetrio Paolin, con il viatico di Giulio Mozzi, presenta il suo saggio Una tragedia negata sulla latitanza della cifra tragica nella narrativa italiana ispirata agli anni di piombo.
Ho saltato le precedenti presentazioni di Remo Bassini (impossibilità di orario) e della Lipperini (mancato preavviso). Gli allibratori danno la mia presenza di lunedì 10 a 1.