URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, marzo 17, 2008
E soprattutto nell’addio, siate brevi

Chi se ne va ha sempre torto.
Me ne vado.
(aprile 2003 – marzo 2008)
 
p.s.
Quanto era da dire ristà, in stringata coerenza con il titolo, nelle due righe in esergo. E’ pertanto solo per crudeltà estrema (nel senso di ultima) che vi affliggo con questo ridondante post scriptum.
Herzog finisce qui, e non per difetto di parole. Le parole non hanno fine, e continuano oltre e malgrado noi.
Herzog finisce per un sentimento di soddisfatta completezza.
Questi sono stati cinque anni pieni di persone e di idee, dentro e intorno al blog. Cinque anni vogliono ben significare qualcosa. Se non altro, corrispondono al periodo di una пятилетка.
Herzog finisce per una scelta e(ste)tica alla Bartleby, e per il gusto teatrale del No.
Finisce per un atto di esibizionismo alla Salinger. D’altronde, anche continuare a scrivere sarebbe del pari un atto di esibizionismo, per cui non c’è soluzione né via d’uscita – e in ogni caso, non ho assolutamente nulla contro gli atti di esibizionismo.
Herzog finisce perché, come Max Frisch fa dire a Gantenbein, "Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita". E’ tempo allora di tumulare un’idea di me stesso, per inventarne di altrettanto ingannevoli e nuove.
Herzog finisce per pura voluttà di rinuncia, e per queste frasi tratte dal numero 4 di Buràn: "C'è qualcosa nella privazione che ho sempre trovato attraente. Ho rotto con gli uomini perché volevo sapere come sarei stata senza. Mi sono allontanata mille miglia dalle persone che amavo di più. Negli anni, mi sono privata della famiglia, dell'amore fisico e spirituale, e del cibo. Tutto per l'euforia che questo mi dà." Spero di rimpiangere a lungo questa scelta: vorrà dire che quello a cui oggi rinuncio ha avuto, in vita, un minimo significato.
Herzog finisce perché le molte iniziative comuni e collettive realizzate grazie e insieme a voi hanno dimostrato in modo definitivo che la rete è un Autore Plurale, in cui la scrittura individuale deve alla fine fondersi per sublimazione.
Herzog finisce, da ultimo, perché non c’è nulla di più indiscutibile dell’inesistenza - e io non amo essere posto in discussione.
Ma scordate, invece, quanto affermato fin qui: si tratta probabilmente di autentica finzione.
In realtà, un giorno di cinque anni fa ho avuto la certezza che avrei aperto un blog, senza necessità di altra giustificazione che questa stessa certezza. Cinque anni dopo - e con precisione il 29 febbraio 2008, giorno inesistente per calendario e definizione - ho saputo che avrei chiuso il blog, senza bisogno di altra motivazione che questa identica, trasparente e piena consapevolezza.
Dimenticatemi spesso.
Ite, blog est.
F

affrancato e spedito da Effe | 00:43 | commenti (175)


martedì, marzo 11, 2008

Dal profondo del nero del mare
seconda parte e ultima
(la prima qui)

Cinto non avrebbe voluto neppure vederlo, il bambino, né sapere di lui, né custodirlo fra tetto e cielo sulla coffa della casa, anche se E’ per una notte solamente.
Non avrebbe voluto che il bimbo-uccello fosse portato a forza su per le scale in pietra grigia e costretto a entrare nella stanza sottotetto, legato ancora a catena e sedia, mentre agitava le braccia mulinando gorghi, e fischiava, e lanciava attorno schegge di paura e canto.
Ma poi il bimbo si era fatto quieto sul davanzale della finestra ancora chiusa, calmo d’improvviso alla vista dei tetti e di tutto quel cielo smarginato a sera. Si era rannicchiato con la fronte appoggiata ai vetri, un braccio avvolto ad ala intorno alle ginocchia, mentre con l’altra mano teneva stretta la catena che lo legava al mondo. Ogni poco tubava un suono rotondo e minimo, voltando la testa a scatti brevi verso il volo degli stormi che intagliavano diagonali fra i tetti.
Cinto gli lasciò un po’ di pane a tocchi sul davanzale, come faceva con gli uccelli che vivevano tra i coppi, e spense poi la luce nella stanza, a riempirla di nero come ogni sera. Disegnando cerchi metallici con l’andatura a compasso delle ruote, arrangiò al buio una mezza cena, un’abitudine che poi non consumava.
Quando la stanza fu del tutto oscura, e dall’esterno gli ultimi rumori si addensavano attorno al legno degli infissi premendo contro i vetri, Cinto aprì la finestra e lasciò tracimare la notte, che allagò a onde lente il mondo.
Il bambino si spostò sul davanzale, di quel tanto necessario perché la finestra potesse spalancarsi, immerso nel nuovo silenzio di quella marea nera che non aveva fine. Nel suo sguardo continuava a ripetersi, ancora e ancora, il movimento degli stormi migrati prima e già lontani.
Ci saranno ancora mani e gabbie, pensò Cinto stringendo forte le ruote di ferro.
Il bimbo-uccello si era voltato verso di lui, e negli occhi non portava anima ma solo rotte oblique e desiderio e cielo.
Ancora mani e gabbie.
Cinto indietreggiò fino alla cassetta di legno che teneva rincalzata sotto il letto. Affondò la mano impastando una burrasca invisibile di suono e di metallo. Poi tornò lento al davanzale, la sedia a ruote affiancata a quella pesante ancorata al bambino.
La marea chiamava, facendo risuonare la catena.
Il vuoto era una voce che cantava vertigini e divideva le acque.
La finestra precipitava verso un’oscurità liquida in cui galleggiavano sparsi e opachi i tetti.
Ancora lo guardò il bimbo-uccello, poi si voltò alla voragine del mondo.
Le tronchesi mangiarono il ferro della catena con uno schiocco definitivo e breve.

fine

[per chi desidera farsi (ancora più) male, la fine vera è poi questa:]

Dopo, Cinto restò a occhi chiusi sulla tolda della sedia al centro esatto della notte, addormentato di un sonno inautentico e leggero, aspettando che tutto avesse fine. Il vuoto ondeggiava un mare lungo fra strada e tetti, e sui palmi delle mani Cinto portava profondi i solchi rossi lasciati dalle ruote a cui restava artigliato.
Non era schiarito ancora, quando bussarono alla porta del sottotetto per prendersi il bimbo-uccello e portarlo via legato Per sua incolumità.
Troppo tardi, pensò sollevato Cinto, voltandosi verso la finestra aperta al vuoto.
Ma sopra il davanzale, con occhi notturni e gonfi di cielo, il bambino ancora stringeva forte la mano attorno alla catena che oscillava tronca, le nocche bianche e il palmo solcato di rosso, mentre più sotto s’increspava la strada, e ogni pensiero era inghiottito dal profondo del nero del mare.

[quanto al bimbo-uccello, qui

quanto agli infernotti sotto le case barocche di Torino, qui

quanto al titolo, qui]

 

 


affrancato e spedito da Effe | 23:29 | commenti (30)


lunedì, marzo 10, 2008
Dal profondo del nero del mare
prima parte
 
Aprì la finestra, che affacciava ripida sul vicolo, e il buio compresso della stanza rotolò fuori, gocciolando dal davanzale lungo grondaie e stenditoi fino ad allagare intero il selciato. Così Cinto faceva esistere ogni volta la notte.
Visto dalla sua camera sottotetto, il piano mosso della strada, venti metri di vuoto più sotto, s'increspava scuro, con le ultime chiazze di vita – una voce, il riflesso d’un vetro, un passo lungo in fondo al vicolo – che ne rompevano la superficie.
Al di sotto del cortile e della strada, la casa affondava la chiglia per trenta metri ancora, quattro piani di stiva sotterranea che un tempo era stata ghiacciaia e stallaggi. Oggi la casa sommersa era una rimessa per i carretti di ambulanti che facevano mercato nella piazza grande. Quando ancora l’ammasso del cielo, steso tra un tetto e l’altro, non era ruotato verso il mattino, i carretti venivano trainati a forza su per quatto piani di rampe lastricate fino a emergere dalle gallerie, per galleggiare finalmente in strada e lungo la debole discesa al mercato.
Ma al di sotto del selciato e del giorno, nel buio delle gallerie, c’era anche chi viveva là una vita di poca aria e nessun colore. Da laggiù era venuto il bambino, mai visto prima d’allora, e da sette anni invece era in fondo a quei cunicoli. La madre non gli aveva rivolto parola mai, né lo aveva rivelato ad altri; soltanto lo circondava, nascosto nel ventre di tufo e come mai nato, d’ogni sorta di volatile da gabbia, uccelli a decine che riempivano le volte mattonate di canti e volo stento. Il bambino così sapeva il mondo, solo fatto di trilli e sbattere inutile d’ala, anche lui legato con catena lunga alla caviglia a una sedia pesante.
Con la madre poi scomparsa da tre giorni, il bimbo era salito per la prima volta in strada trascinando dietro catena e sedia, senza arrendersi per istinto alla fine degli altri uccelli, che nelle gabbie non volavano già più. Al piano della via si era però spaurito: troppa luce agli occhi, troppo mondo improvviso e grande. Lo avevano raccolto magro e rannicchiato in un angolo del portone, tutt’uno con catena e sedia. Per prenderlo gli avevano spezzato quasi le braccia fragili, mentre le agitava trillando a imitare volo e fuga per difesa da tutte quelle mani.
Domani verranno a prenderlo, al mattino, un ospedale, un istituto, qualcuno, lo studieranno, già si moltiplica nei vicoli la notizia del bimbo-uccello, del bambino che non parla, che non è umano, gli metteranno aghi forse nel cervello, faranno esperimenti, lo esporranno nelle mostre e dentro ai libri, e ci saranno ancora mani e gabbie. Questo pensava Cinto dopo aver creato la notte dalla sua finestra all’ultimo piano.
Non sapevano a chi darlo, il bimbo, finché il mondo non lo avesse reclamato, e l’avevano affidato a lui, lassù nel sottotetto.
Tu lo sorvegli, avevano detto, Non esci di casa, avevano detto, Ci stai attento.
Da quattro anni Cinto non aveva altro mondo che quei tetti, e altro compito che l’inizio di ogni notte. Si muoveva nell’unica stanza spingendo ruote di ferro al posto delle gambe, dopo che uno dei carretti, tirato su per le rampe della casa sotterranea, aveva rotto i freni schiantandogli vita e schiena.
A volte quell’altezza misurata a coppi gli dava stordimento, quel muoversi oscuro della strada increspata lo chiamava, aprendosi in onde calme di acciottolato. Cinto soppesava il vuoto, considerava il salto, lo scorrere rapido dei muri davanti ai suoi occhi, il liberarsi infine.
Poi stringeva le ruote di ferro fino a farsi bianche le nocche, fino a non sapere più dove aveva termine l’incagliarsi dell’anima e dove iniziava il dolore della carne. Resisteva così, ancorato alla sedia, finché la luce nuova raschiava via la notte dal profondo del nero del mare.
 
fine prima parte

affrancato e spedito da Effe | 08:38 | commenti (17)


giovedì, marzo 06, 2008
“I don’t necessarily agree with everything I say”
 
Marco Traferri e Giovanna Piccioni di E-Boom! mi estorcono benignamente un’intervista su Buràn, che sarà resa disponibile in podcast venerdì 7 marzo.
Nell’intervista, con sottofondo di trapani e martelli – non so se colti dal microfono – che fa tanto neorealismo, non si rivela in realtà nulla che il fedele e scafato lettore della rivista non conosca di già; tuttavia, le mie ammissioni vengono sciorinate con fare omertoso, in tono da confessionale, con una dizione da patata in bocca e un accento sabaudo che neppure il Macario dei tempi migliori.
Voglio dire, roba per palati forti.

affrancato e spedito da Effe | 08:47 | commenti (25)


domenica, marzo 02, 2008
De celestiale votatione

Deinde in illo tempore dicettero l'ommini: E abbasta cum essa vida ‘nfame, cum toda essa ruina, et botte et percossione uno die sì et l’alter similmente. Non bono facette lu monno, Domine Deo. Fusse ca fusse che macari cum lu Dimonio le cosae putissero ire melior et maior? Et alora faciamo novella votatione, jammo a l’urne per facere sceglimento intra cielo et ‘nferno.

Deinde ce fu subbito una campania elettorale co’ li diaboli et li ancioli che se ne ìvano a destra et a manca a facere comitio et raccattare preferentia, et facivano promissione de hic et de hoc, "cchiù salarium et minor erarium", et "lu sole tuttu l'annu", et li uni et anco li altri non se metteveno scuorno di promittere et jurare le istesse eguali cosae.
Deinde la resultatione elettorale diedette facultate a lu Dimonio de gubernare lu monno, et isso Dimonio mettette subbito subbito li diaboli sua a li ministeri, a le banche d'o mutuo soccorso, a li consorzi agricolarum, a li teleggiornali, a le poste et anco a le assicurazioni.
Deinde traserunt da illo tempore duo o tremilia anni, et todo fue istesso como ante, como quando ca ce steva Domine Deo rex, et li ancioli a’ posto de li diaboli.
Deinde li ommini dicettero: Accà ce stoce qualcosae che non quagliavit, ca lu monno semper ‘nfame arimanette, cum botte et percossione comme se pluvisse, non solum ante, cum Domine Deo, sed etiam mo’, cum lu Dimonio. Sarìa fortasse melior uno guberno celestiale de li tecnicorum empirearum.
Deinde li ommini istituerunt uno guberno de salus publica intra lu cielo et lu ‘nferno, et subito isso guberno de salus publica facette privatizzatione de la sanitas. Poscia ce fuerunt arrubatione, concutione, corruptione et tangentorum.
Deinde li ommini dicettero: Et pejor ce sentimm’. Ma comm’est que semper a lu monno ce stoce separatione intra potentorum et pezzentibus, et que lu ruolo de li pezzentibus semper a nuje ce toccavit? Ahora abbasta, nun vulimm’ ténere nihil cchiu a que fare cum lu cielo et lu ‘nferno, cum Domine Deo e lu Dimonio, cum l’ancioli et li diaboli, pozzeno passa’ nu guaio. Ahora ce simm’ scucciatibus, et faciamo decisione de gubernasse lu monno da noi istessi ommini, lu autogestimm’, va’, et alora sì que nun ce saria cchiù doloramento et soprusione, nec patrone, nec muort’e famm’, nec tassatione supra la prima spelonca.
Deinde, da illo tempore so’ trasuti n’antro par de millenium cum magna satisfatione et plena moralitate, et todo est perfecto, anco si, per veritate, videmus campoeggiari, supra muros civitatis, novelli manifesta electorale, et qui sas qui est Domine Deo, et qui lu Dimonio, et quod serà de isso nostro monno.

[ispirazione e gramelot da questo post di Mario Bianco]

affrancato e spedito da Effe | 23:28 | commenti (18)

THE CURE
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dipinto da buba