URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, novembre 27, 2006
Con le regine, con i suoi re
 
Sul piazzale si rivelava al pubblico con odore di verza e nafta, tra costumi di scena ad asciugare sull'arpa dei tiranti tesi.
Poca colla sotto i manifesti, che il colore l’avevano perso già per altre strade, staccati poi ogni volta con cura dopo la breve permanenza e riattaccati a case e muri della data successiva, a promettere Il Più Grande Spettacolo Del Mondo.
Il tendone era difeso a rattoppi dalle brezze tese, e pareva vela issata in mari di periferia.
Il padrone del circo era inserviente in livrea rossa e venditore di gelati prima dello spettacolo; a luci spente e poi riaccese riappariva come lanciatore di coltelli in giaccotto uzbeko, giocoliere in camicia bianca, mangiafuoco di petto glabro. Era poi sempre lui a bordo pista, invisibile d’ombra, a toccare con la canna i garretti del cavallo che scartava intorno al domatore al centro dei riflettori, a tirar la coda da fuori le sbarre al leone riottoso, a reggere l’equilibrio al trampoliere per quel bicchiere in più che dà coraggio.
La moglie del padrone del circo era odalisca dalle cosce forti, incantatrice di serpenti dalle cosce forti, trapezista dalle cosce forti, e donna-tagliata-in-due nel numero di magia, in cui la metà inferiore del corpo restava nascosta in una cassa.
Fino alla stagione precedente era stata anche donna cannone, ma il suo diametro era ormai superiore a quello del pezzo d’artiglieria. L’uomo che dava fuoco alle polveri, del resto, era scappato con la contorsionista, e ora quando lei aveva clienti d’angiporto, lui sedeva fuori casa ad aspettare quieto.
A comandare ritmo alle attrazioni, la Grande Orchestra di otto strumenti. L’età aveva risparmiato invece solo cinque strumentisti che si alternavano ai fiati orfani, e mancava allora sempre qualcuna delle note in partitura, arrangiata dal direttore dell’orchestra in tonalità minori e grevi da quando un giocoliere pallido, svelto di mano e di cuore, aveva cambiato circo dieci anni prima almeno.
C’erano poi, aquile tra gli altri artisti, i Favolosi Fratelli Franček, dodici acrobati magiari di Ariano Irpino, clan all’ordine della madre e padrona, che la sera leggeva loro i fondi turchi del caffè come favola di notte buona.
I Favolosi Fratelli Franček saltavano abbracciati al paio sulla pedana a bilanciere, proiettando all’apice del tendone il Favoloso maggiore, Coriolano Franček, ghepardo e agile all’altra estremità della pedana.
Coriolano, quando si esibiva un tempo nei grandi circhi itineranti, riusciva ancora a piroettare a mezz’aria fino a cinque salti mortali indietro. Ora le giunture sollecitate dolevano, e i salti carpiati erano al massimo tre, sempre che nell’aria non ci fossero umidità e reuma. D’altro canto, il tendone del circo era troppo basso per salti maggiori, una quarta piroetta lo avrebbe schiantato contro la tela cerata del tetto, la quinta lo avrebbe sbalzato al cielo in deriva. 
Lo spettacolo si apriva con la moglie del padrone del circo al trapezio, che nelle ultime stagioni cigolava basso per una carrucola con un sottile mal di ruggine. La mole a ogiva e le cosce forti sventagliavano radenti a pochi centimetri dalle teste del pubblico in orrore, come il Botafumeiro della cattedrale di Santiago de Compostela alla messa grande. Era un numero molto applaudito, quando terminava.
Quella sera il funambolo che giocava d’equilibrio con una bicicletta sul fil d’acciaio teso a quattro metri dalla pista aveva uno dei frequenti attacchi di vertigine, e il numero saltava.
I Favolosi Franček, per rimedio, avrebbero eseguito spettacolo doppio. Lo spettacolo doppio era eguale al semplice, solo che gli identici esercizi erano ripetuti a specchio, e Coriolano Franček, la seconda volta, piroettava i salti carpiandoli all’avanti, anziché indietro.
Forse fu per una posizione errata al bilanciere, o troppa foga, o un riflettore orientato contr’occhio, e Coriolano finì tra le poltronissime del settore D, con rotolar di sedie e di cappelli. Quando si riaccesero le luci dopo poco buio, un telone aveva ricoperto il settore D intero, e sotto qualcuno si agitava ancora.
Alla fine dello spettacolo, il florilegio e passerella di tutti gli artisti e le attrazioni. Al pubblico, in pista, erano sembrati cento; eran venti, ma tutti sorridenti.
Quella sera mancava Coriolano, a salutare, ma nella poca confusione nessuno lo notò.

(Non s’adontino lorsignori: per quel che pare, così noi siamo. Giocolieri di parola, equilibristi senza rete e senza scampo, prestigiatori di trucco pesante, domatori di domande feroci, funamboli sul filo del rasoio, intenti qui e altrove a recitare differenti identità per un pubblico non sempre pagante)

affrancato e spedito da Effe | 08:26 | commenti (32)

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