URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, maggio 23, 2007
Un vecchio e un bambino
 
Ma più del resto era irrisolvibile il silenzio.
Il giorno aveva presto termine, su al nord, appena il tempo di un finale fiammingo e breve. L’orizzonte era una voce nera, una linea piatta subito rimarcata dalla notte.
Proprio allora la baracca si riempiva di un odore di cherosene caldo e di una luce rimandata e tenue.
E di silenzio.
Il mondo moriva ogni sera, là fuori, e delle cose si dubitava l’esistenza, non essendoci luce che proiettasse a terra le ombre come per una testimonianza di solidità.
Ogni buio intorno e, al centro, la baracca, il cherosene, la lampada.
E il silenzio.
E anche il giorno aveva ore al buio, sdraiati nei cunicoli alti appena mezzo metro di puntellature, che al mattino si doveva scegliere come entrarci, se strisciando sulla pancia o sulla schiena, e per otto ore non si risaliva più, e non ci si poteva girare nello spazio stretto. Tutto il giorno nella stessa posizione a scalpellare roccia, a respirar carbone, sdraiati accanto alla vena come alla prima notte di nozze.
Alla sera poi, nella baracca, l’umiliazione di guardare gli altri e di sapersi uguali a loro, condannati di un inferno a ore.
La voce dello Zoppo era spinosa come i fichi d’india, quando al giorno li divideva per squadre e per livelli di profondità.
Ma alla sera, quando fuori e dentro la baracca ogni cosa era immobile, quando lo Zoppo iniziava a raccontare per salvarli dal silenzio che faceva bruciare gli occhi, allora la sua voce asimmetrica e arsa si scioglieva, fresca, e sapeva di malva, sapeva di fienagione, di grano alla macina, e di uno scirocco lontano. Da vent’anni non tornava a casa, lo Zoppo, per non sapere del tempo che laggiù era passato, delle persone diverse e dei luoghi, e dei figli che non lo conoscevano già più. Il tempo, su al nord, era un deserto, e non cambiava mai.
Ogni sera lo Zoppo raccontava, e la sua voce di malva leniva ferite, guariva ricordi, santificava bestemmie e giuramenti. Gli altri restavano sdraiati sulle brande, nella mezz’ombra, a occhi arresi, e per ognuno la voce raccontava una storia differente e unica, e per ognuno la voce era un ritmo di mare e controcanto. Non faceva più paura il silenzio, allora, non era più così oscura la miniera, e meno velenoso il carbone nei polmoni.
Era passato allora un anno, e al colmo dell’inverno lo Zoppo non volle raccontare più. Si girava a sera sulla branda con il viso al muro, si nascondeva sotto le coperte fredde per masticare un dolore suo, la mano a stringere quella lettera da casa per dirgli d’un nipote che forse non avrebbe visto mai. Non voleva raccontare, e la baracca si riempiva allora di notti senza sogno, di attesa a occhi aperti del naufragio del mattino, della galleria sotto terra, dei giorni insopportabili e uguali.
Finché uno di loro, scuro d’animo e di lontananza, gli puntò al petto un piccolo coltello dalla lama curva, una roncola tenuta in tasca per difendersi dai ricordi. Si era divincolato, lo Zoppo, e la lama curva aveva inciso a mezzaluna il petto, leggera, breve. Aveva il sangue lo stesso timbro della voce, la stessa freschezza di malva e, mentre colava piano, si sdraiò ciascuno ancora sulla propria branda, ed era il sangue a schiarire il silenzio, a salvare, a raccontare per tutti una storia differente e vera.
Non sapeva raccontare più, lo Zoppo, non aveva più storie, e ogni volta allora che il silenzio si faceva intollerabile, una piccola mezzaluna veniva incisa sulla sua pelle, a ricoprirne per intero infine il corpo, e il sangue era fatto di parole e storie che salvavano il sogno e l’anima.
 
Sono belle le tue favole, nonno - dice il bambino, al limitare già del sonno – me ne racconterai ancora?
Sì, te ne racconterò ancora domani – risponde il vecchio mentre, alzandosi dalla sedia, si avvicina zoppicando al piccolo letto. – Ora dormi, e sogna.
La notte è calda e sa di sale.
Il vecchio dalla voce di malva copre d’un lenzuolo leggero il corpo del bambino e la sua pelle innocente e giovane ricoperta da costellazioni di piccole cicatrici a mezzaluna.

affrancato e spedito da Effe | 08:54 | commenti (40)

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