URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, luglio 09, 2007
Effe, rimembri ancor
(à propos del concorso di Giorgio Flavio)
 
A voler proprio darne conto, l’epoca in cui costì si verdeggiava nell’età più tenera corrisponde in effetti al pleistocene. Mi riferisco, per intenderci, ai tempi in cui le previsioni del tempo in tv le faceva solo il colonnello Bernacca. Come, non sapete chi era, parlandone da vivo, Bernacca? Mai sentito parlare neppure di Ruggero Orlando da Nuova York? O dell’Idrolitina e di Kambusa One, l’amaricante? O delle Vacanze all’Isola dei Gabbiani? Davvero no? Allora basta, non abbiamo più nulla da condividere (è finito)(il post, è finito)(d’accordo, scherzavo)(però siete dei pivelli)(e delle sbarbine, senz’altro).
E insomma, si era dunque, dicevo, in pieno pleistocene. A casa si possedeva un televisore (e sottolineo uno) grande e pesante. Dopo l’accensione, occorreva attendere ben più di qualche istante prima che un timida evanescenza a centro schermo diventasse progressivamente immagine. In bianco e nero, ovviamente, ché il primo televisore a colori - un Telefunken warholiano dai colori orribilmente violenti - arrivò in era successiva. L’apparecchio in bianco e nero non era naturalmente dotato di telecomando, cosicché lo zapping richiedeva un movimento oscillatorio tra il divano e i tasti del televisore. I tasti, quando premuti, emettevano uno schianto secco udibile a molte leghe di distanza, tanto che persino la vicina di casa era informata sul fatto che avessimo seguito per intero la serata (unica) di Sanremo o avessimo optato a un certo punto per il teleromanzo. Una sorta di Auditel casalingo e artigianale, in effetti. Certo, l’attività motoria necessaria per alzarsi ogni volta e cambiare programma poteva risultare faticosa, ma fortunatamente all’epoca c’erano solamente un paio di canali Rai, e nulla più.
Ebbene, e in definitiva, nonostante alcuni miei sit-in di protesta (avevo circa 5 anni), i miei genitori solevano all’epoca dirottarmi al talamo subito dopo cena, e prima di Carosello (ora non mi domanderete, se non altro per pudore, di cosa si trattasse). Le mie proteste erano motivate dal fatto che tutte le menti migliori della mia generazione (quella, appunto, dei 5 anni) erano ammessi alla visione di Carosello, prima del coma notturno, mentre io, invece. Alle mie rimostranze veniva serenamente ribattuto che il nostro apparecchio, purtroppo, Carosello non lo trasmetteva. Non si trattava dunque, come qualche maligno sospettava, di un provvedimento disciplinare o di una direttiva pedagogica, ma di meri problemi tecnici.
Per anni ho prestato fede a questa motivazione, e anche oggi, se qualcuno avanza in proposito l’ipotesi di una censura parentale anti-consumistica, ribatto che, probabilmente, già all’epoca si davano casi di interferenza provocati dalle proditorie e invasive antenne di Radio Maria.
 
Bonus track. Per quanto mi presenti puntuale al mio quarto d’ora quotidiano di autocritica, non di meno non mi si potrebbe definire una persona modesta, e questo era vero vieppiù in età prescolare. All’epoca ritenevo infatti che mi attendesse senza fallo un destino specialissimo (supponevo potesse trattarsi della salvezza del mondo o di un affaire consimile, ma mi mancavano elementi certi) che prima o poi mi sarebbe stato rivelato. D’accordo, per un fatto di onestà dovevo pur ammettere che i superpoteri certamente necessari per un’impresa tanto eccezionale ancora non li possedevo, ma era di certo solo una questione di tempo. Ben presto – lo avevo imparato sulla scorta di quel tal galileo (non Galilei: Jesus, dico, che se proprio si deve scegliere un modello, tanto vale puntare in alto) – qualcuno mi avrebbe preso da parte per confessarmi che, in realtà, non ero veramente figlio dei miei supposti genitori (quelli della censura televisiva)(è chiaro che io, magnanimo, avrei comunque continuato lo stesso ad amarli come tali) ma che a loro ero stato semplicemente affidato in attesa della venuta del mio tempo.
Immaginerete allora il mio sguardo benigno e già consapevole, quando uno stretto parente di sesso maschile mi prese in disparte per parlarmi di una cosa della massima importanza. Comprenderete, del pari, la mia delusione, quando costui prese a parlarmi del segreto delle donne. Si, va bene, tutto assai istruttivo, ma: e il mio destino specialissimo?
Ad oggi, se devo fare un consuntivo, confesserò dunque che della mia missione salvifica non c’è ancora risultanza, ma questa – perché no? – potrebbe ancora essere una questione di tempo; quanto invece al comprendere le donne, ebbene, temo che neppure gli eventuali superpoteri si riveleranno mai e del tutto sufficienti.

affrancato e spedito da Effe | 08:56 | commenti (56)

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