URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, luglio 16, 2007
Ci sono uomini
 
Al funerale di Salvatore Spanò non c’era proprio nessuno.
L’impresario e il suo assistente, dopo aver trasportato la bara dal carro funebre al portone aperto della chiesa, si arrestarono d’improvviso, schiacciati dallo spazio vuoto e dai banchi deserti. L’aroma residuo d’incenso rendeva la chiesa ancora più vuota, al ricordo di quanti erano stati lì appena il giorno prima. Ma adesso no, adesso non c’era proprio nessuno.
Don Vitaliano, il parroco, mentre ancora indossava i paramenti diede un’occhiata dalla sagrestia alle navate deserte, avvertendo, improvviso, un senso grumoso di nausea. Non avrebbe di certo celebrato un funerale di fronte a quei banchi vuoti. Come se già non bastasse dover dare i sacramenti a un perfetto sconosciuto. Con un cenno della mano indicò all’impresario di attendere sul sagrato e si affrettò a fare un giro nei paraggi, per cooptare qualcuno che venisse a piangere il morto. Conosceva l’indirizzo di alcuni pensionati che di mattina restavano in casa. Bussò alle loro porte, supplicò, invitò e infine ordinò. Nel giro di mezzora aveva trovato quattro persone disposte a mettersi la cravatta e assistere al funerale di uno sconosciuto.
Mentre celebrava il rito e i quattro rispondevano alle invocazioni, Don Vitaliano pensò all’intera comunità dei parrocchiani che avrebbe ritrovato, numerosa e assidua, la domenica seguente. Pensò alle parole che avrebbe detto durante la predica, alla contrizione dei fedeli, all’assoluzione che avrebbe dovuto concedere, alle strette di mano e ai sorrisi dopo la messa. Ancora più densa, la nausea gli riempì di nuovo la bocca.
Al cimitero, al bordo della fossa che sbadigliava in attesa della salma di Salvatore Spanò, c’erano solo l’impresario, il suo assistente e il cappellano del cimitero. Quattro incaricati attendevano pigramente che terminasse la cerimonia di sepoltura, per poter chiudere la tomba a andare finalmente a pranzo. Il cappellano disse poche parole, e fu tutto. I quattro incaricati, dopo aver ricoperto di terra la fossa, spianarono la superficie e se ne andarono. Presto sulla terra smossa sarebbe ricresciuta l’erba, come se nulla fosse mai accaduto.
La pagina locale dei necrologi riportò i pochi dettagli della vita di Salvatore. 79 anni, nato a Casoria, figlio di Giuseppe Spanò e di Maria Acquaviva. Nessun parente. A piangerlo al suo funerale, quattro sconosciuti scelti a caso, ma questo, nel necrologio, non veniva detto.
Pietro Jovine, il padrone di casa di Salvatore Spanò, non era interessato ai dettagli, aveva altre cose urgenti a cui badare. Con la morte improvvisa del suo pigionante, gli veniva a mancare l’affitto mensile del monolocale. L’appartamento doveva essere rimesso in ordine e nuovamente affittato il prima possibile. Girò la chiave nella serratura, aprì piano la porta, e rimase a guardare l’unica stanza, silenziosa e vuota nonostante i pochi arredi. Si sentiva come un intruso, sebbene fosse il padrone di casa. Si scrollò via il senso di disagio ed entrò nella camera, considerando quanto sarebbe stato necessario fare per preparala per il prossimo inquilino. Il monolocale era affittato ammobiliato, per cui non era necessario alcun trasloco. Nell’armadio e nella cassettiera c’era poco vestiario. Avrebbe chiamato qualche associazione di carità, sapeva che sarebbero venuti subito a far piazza pulita, come già era successo in passato. Gli effetti personali li avrebbe buttati via, si era portato apposta un grosso sacco dell’immondizia. Faceva tutto parte della routine di un padrone di casa, e dopo trent’anni ci aveva fatto il callo.
Soltanto, lo incuriosì un pacchetto sottile che ritrovò in un cassetto in alto dell’armadio, legato da un elastico sottile. Lo tenne tra le dita per un po’, indeciso se aprirlo. L’elastico si ruppe nel momento in cui tentò di sfilarlo. Otto vecchie cartoline natalizie, ciascuna firmata Con amore, Maddalena. Nient’altro. Nessuna data, né indirizzo del mittente. Solo le firme meticolosamente sempre uguali. Le cartoline erano messaggi del passato. Chissà cosa raccontavano.
Pietro Jovine si sedette sulla sponda del letto. Non era tipo da perdersi in queste riflessioni, un padrone di casa non ha tempo per certe cose. Ma adesso pensava a Salvatore Spanò. Lo aveva incontrato di rado, in tutti quegli anni, buongiorno, buonasera, nient'altro. Chissà, se solo si fosse fermato a parlargli di più, qualche volta.
Dopo essere rimasto a lungo sovrappensiero, si riscosse e buttò le cartoline nel sacco dell’immondizia.
Restava solo più un calendario, appeso al muro accanto alla cassettiera. Era del 1953, e mostrava la prima pagina, quella di Gennaio, come se non fosse mai stato usato, ma solo scolorito e dimenticato dal tempo. Sul calendario c’era un’immagine di Roma, con il profilo del Colosseo ritagliato contro un cielo troppo blu. Forse a Salvatore Spanò piaceva quell’immagine, o forse l’anno 1953 aveva un significato che doveva essere difeso per sempre.
Pietro Jovine non era solito a questi rimuginamenti. Il suo era un mondo di affittuari in regola o morosi, un mondo definito dalla raccolta delle pigioni e dalle bollette da pagare, un mondo dove la felicità significava un piatto di pasta scotta, un bicchiere di vino, la partita in tivù.
Staccò il calendario dal muro, trattenendolo per un po’ tra le mani. Forse avrebbe potuto tenerlo per sé, per far vivere ancora una memoria mai avuta, per conservare un passato mai esistito.
Poi, d’improvviso, si alzò in piedi e buttò il calendario nel sacco della spazzatura.
 
Legenda.
Ebbene, o Lettore, tu più scaltro e avvertito degli altri – sei il mio preferito, lo sai (è una cosa che ovviamente dico a tutti) – avrai sicuramente colto le atmosfere dichiaratamente dublinesi del racconto qui sopra. In effetti, si tratta della traduzione, della riduzione e del tradimento di Jimmy Carrigan’s Funeral, short story di William J. Brazill* pubblicata nel 2003 su Electric Acorn, lit-magazine dei Dulin Writers. Questa è una storia che non leggerai su Buràn (non me ne piaceva il finale, e qui l’ho tagliato). Te ne faccio munifico dono per accusarti sommariamente: il tradimento della traduzione è cosa che fai anche tu, ogni volta che leggi una storia, ogni volta che te ne appropri e la rendi viva, ogni volta che stringi il patto con chi ha scritto.
Ogni storia è un’altra storia.
 
*(d’accordo, questo improbabile Brazill dev’essere invero ‘mericano, ma tutto torna, nella filiera dei tradimenti)

affrancato e spedito da Effe | 08:49 | commenti (19)

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