URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, luglio 30, 2007
Qualcosa di ancora nuovo sul fronte occidentale
 
Avrà un senso, allora, e quale, la ricerca ostinata e lenta di quelle voci, e dei racconti, e dei libri minimi stampati in proprio che negli inserti culturali dei giornali non compariranno mai? Esiste, ancora e tuttavia, un dovere inattuale e proprio, nell’inseguire quei fatti e quelle vite invisibili che hanno avuto nome collettivo di Resistenza? E’ probabile che sia così, se è vero che, esistendo guerre civili, non mancano al contrario tempi di pace incivili, e nessuno avrà necessità di domandarmene esempio.
Se infatti c’è un problema generazionale, nel nostro Paese, non è quello denunciato oggi da iMille. Il problema è che quelle generazioni sono del tutto o quasi scomparse, e la distanza tra noi e quel momento fondante si rivela eccessiva ormai, e la memoria non trattiene se non a stento quegli anni, e quasi sembra che noi non si venga invece e proprio da quei luoghi e da quei nomi.
E’ forse tardi per pensare, ora, a quanti Primo Levi costretti al silenzio dal nostro inascolto, a quanti Fenoglio inconsapevoli siamo passati accanto senza volerlo comprendere, lasciandoceli poi alle spalle seduti su una panchina di città, o in borgo isolato a mezza costa tra i coltivi, a fare i conti con il quotidiano ma sempre con lo sguardo catturato e perso in un altrove che non è trascorso mai.
 
Aurelio Ranuschio (Freccia) faceva parte di un distaccamento della 16esima Brigata Garibaldi comandata dal partigiano Robin, nelle Langhe della Val Bormida. Il 26 luglio 1944, in seguito a una delazione, Freccia viene catturato dai nazisti a Cengio (SV) e trasferito in un carcere di Savona.
“... poi presero degli aghi da calzolaio (lesine) bucandomi in ogni parte del corpo. Con dei morsetti mi stringevano le dita e i polsi e mi colpivano violentemente con calci i testicoli. Per circa due settimane mi tennero in isolamento.
... Parteciparono agli interrogatori anche giovani donne fasciste. Con delle pinze mi fu estratta la lingua e con le forbici la bucarono da parte a parte, mi vennero strappate due unghie della mano sinistra, una dalla mano destra e una dal piede destro. Con l’ago di una siringa, tenuto da un pinza, entravano sotto le unghie fino all’osso della falange. Quando svenivo per l’atroce dolore, mi facevano rinvenire spruzzandomi un liquido attraverso le narici. Visto che non riuscivano a farmi parlare, mi misero in una cella isolata. Dopo un periodo di tempo, un mattino, ci riunirono tutti e, dopo un lungo viaggio, fummo condotti a Bolzano”.
Il 5 ottobre Freccia viene tradotto al campo di lavoro e sterminio di Dachau. Il viaggio in treno dura cinque giorni, senza cibo né acqua. A Dachau incontra Pietro (Pierin) Mazzucco, padre di quello stesso Robin che comandava il distaccamento della Brigata Garibaldi.
“Per me Pierin era come un padre, quando mi abbracciava per farmi coraggio, mi diceva sempre che io ero forte, che sarei riuscito a tornare a casa.
... Mazzucco cadde sfinito a terra, i cani gli furono addosso e iniziarono a morderlo, non so come trovai la forza di metterlo sulle mie spalle mentre i cani continuavano ad azzannargli le gambe. Pierin mi implorava di lasciarlo, riuscii a portarlo al campo ormai cadavere. Lo seppellimmo in un boschetto e cercai di imprimere bene nella mentre il punto esatto. Se fossi riuscito ad arrivare a casa vivo, avrei voluto dare le indicazioni giuste ai suoi figli per poterlo riportare a casa. Ci sono riuscito, ora riposa nel cimitero di Cengio”.
(Aurelio Ranuschio, Per non dimenticare, Le Stelle, Cengio 1997)

affrancato e spedito da Effe | 08:46 | commenti (62)

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