Diapositive delle vacanze
n. 3: il ristorante dell'albergo
Non nella regola e nel canone, non nell’osservanza e nel vincolo si esprime, autentico, l’animo fiero della schiatta umana.
Tutti devoti e pii, ecologisti e pacifisti, coniugi fedeli, cittadini esemplari e onesti contribuenti.
Fin quando è d’obbligo e incombe la sanzione o la reprimenda..
Ma lasciate loro sciolta la briglia, allentate di poco il nodo, e vedrete allora, negli uomini, il Male.
E il Male è il ristorante a buffet.
L’albergo è a quattro stelle, tutto marmi e vetrate e piscine interne intiepidite e idromassaggianti.
E il ristorante.
A buffet.
Il Maelstrom.
All’ora del desinare, la calca multilingue preme, ancora con residuo ordine, alle porte scorrevoli d’entrata. Ma queste sono l’ultimo baluardo della civiltà. Una volta varcate, nulla è più come prima.
Secoli di ricerca filosofica, di progresso, di abiura della barbarie e dall’antropofagia, dimenticati in un momento.
Tutto origina da un equivoco che mi permetto ivi di spiegare. Le diverse portate presenti sul buffet non devono, ripeto, non devono necessariamente essere consumate tutte e per l’intero.
Potete scegliere, capite?
Il branzino O la fiorentina.
Il gazpacho O la paella.
Non siete obbligati a ingurgitare tutto, come quando la mamma da piccoli vi diceva Non si può avanzare neppure un boccone, pensa ai bambini affamati dell’Africa, E allora perché non lo dai ai bambini affamati dell’Africa, ‘sto piatto di cavoletti di Bruxelles, dico io.
Ma no, ogni tentativo di arginare l’orgasmo da tavolo è inutile.
Una turista statunitense con occhialini rosa a forma di farfalla cavolaia riempie il piatto con merluzzo in umido in bagno di salsa alla menta in letto di cipolle al forno in crosta di mele candite farcite di cozze ripiene di churros spruzzate di zuppa di lenticchie guarnite con un pasticcio di pasta e avvolte in filetti di sogliola marinati con cotenna di maiale in insalata di anguria condita con un passato di cannelloni al sesamo e tabasco.
Il tutto, è ovvio, rigorosamente flambè.
E così fanno tutti gli altri avventori, in un andirivieni continuo dalle tavole ai banconi degli antipasti, dei primi, dei secondi, dei contorni. L’area dei dolci è solidamente presidiata in modo permanente da un picchetto di spagnoli oversize (categoria medio-massimi) che impilano crepes, budini, gelato trigusto, gelatine di frutta, spume al cioccolato e crema catalana.
Neppure un terzo del cibo accaparrato tra spintoni e grugniti viene effettivamente ingurgitato. In un trionfo di trigliceridi e colesterolo, alla quarta o quinta portata il commensale boccheggia, s’ingolfa, illividisce, ansima e infine precipita con il viso a picco nel piatto degli antipasti caldi, ormai freddi.
A fine bolgia, pazienti cameriere che provengono probabilmente dai paesi più affamati del terzo e quarto mondo, spazzano con disgusto il pavimento ingombro di avanzi e di qualche avventore stramazzato sotto il tavolo.
Nulla, però, viene sprecato: la raccolta verrà triturata e utilizzata per la salsa dello chef del giorno appresso.
Oggi, nel gazpacho ho trovato un paio di occhiali rosa a forma di farfalla cavolaia.