URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, ottobre 22, 2007
Corto viaggio sentimentale

Da Alice Belcolle a Cantalupo corrono adesso quattordici chilometri di legno a traversine, un biglietto ferroviario e una vita ben stretta in mezzo ai denti, che il coraggio non abbia a venir meno proprio ora.
Le due stazioni si parlano da lontano in una lingua tellurica di ferro e ruggine lungo il binario unico, che vibra parole e ritmi al passaggio del Locale delle quindici e trentacinque.
Olmo lo sa, con quel nome fuori tempo che schiaccia i suoi quattordici anni, con gli occhiali spessi e la voce ancora acuta, che la vita ha radici, e le radici hanno terra e destino. Olmo lo sa che altro non può se non essere quello che è, corteccia grezza fuori e legno tenero al midollo. Ma adesso è su un treno che lo porta a un breve altrove, a cambiare forse la sua vita.
Astenersi perditempo, c’era scritto sull’inserzione. Olmo aveva controllato per certezza sul dizionario, ma il dubbio era terminato presto.
Rispondere fermo posta. Lo aveva fatto sentendosi in colpa per aver firmato con un nome non suo, e aver dichiarato più dei suoi anni indecisi.
Era venuta sotto mano per un qualche caso, l’inserzione. Libera, bella, disinibita. In tutta Alice Belcolle non c’era ragazza che lo guardasse, se non come si fa con uno scorcio noto del panorama d’ogni sempre. Doveva partire, Olmo, e percorrere l’infinito di quei quattordici chilometri dritti come un grido.
Indossa una cravatta rossa, le aveva risposto lei ordinando il giorno e l’ora, così ti riconoscerò.
Olmo si era guardato per molte sere nello specchio grande dietro la porta del bagno, la luce tubolare del neon che incespicava sul suo corpo legnoso e pieno di nodi. A volte posava le lenti spesse per sfuocare il mondo, e scordare il temporale che sentiva dentro; allora ritrovava coraggio e sogni, e dispiegava piani per il giorno dell’incontro.
La cravatta rossa l’aveva presa dall’armadio del padre, insieme all’odore di canfora. Di vestiti, poi, ne aveva uno solo, ma era di due anni prima, comprato in fretta per il matrimonio obbligato di quel cugino che stava a Sezzadio. Adesso i pantaloni erano divenuti troppo corti, ma non c’era modo di rimediare. Forse, aveva pensato Olmo, tirando giù il più possibile la vita, lasciando la cinta lasca. Ora che i chilometri durano sempre meno, e già si respirano le voci dei campi intorno a Cantalupo, dei pantaloni corti non gl’importa niente più.
Prima di partire si era chiesto se un mazzo di fiori non sarebbe stato un gesto troppo impegnativo, al loro primo appuntamento. Aveva reciso allora solo tre girasoli lungo l’argine, tre fiori pieni di prima estate, che adesso a ogni sobbalzo flettono sulla cappelliera dello scompartimento. E una scatola di cioccolatini, sì, quella le farà piacere, ce n’era una nella credenza dall’ultimo Natale, ancora con la carta rossa e oro a stelle.
Chissà se è alta, domanda ora Olmo al mezzo pomeriggio, chissà se avrà la voce dolce.
Ma il coraggio, per quanto lo serri bene tra i denti come quando lo interrogano a scuola, resta appeso un po’ a ogni chilometro che scivola indietro, e la cravatta rossa stringe anima e gola.
Uno solo, pensa Olmo, non se ne accorgerà nemmeno. Apre con cura la carta rossa e oro, e dalla scatola prende un cioccolatino che faccia dolce quel sapore asciutto che ha in bocca. Solo un altro, pensa, per dare zucchero al sangue e alle gambe molli. Alla fine sono quattordici, i cioccolatini, uno per ogni chilometro divorato, uno per ogni anno che ha lasciato alle spalle in mezz’ora di viaggio e vita.
La piazza di Cantalupo ha la chiesa e il municipio che fanno a gara sui due lati lunghi, ma il denso della gente è all’altro estremo, davanti al consorzio agrario. Olmo si siede sulla panchina del quarto lato, all’ombra di portici bassi e brevi. Ha in mano i girasoli che riverberano all’ombra tutta la luce bevuta sull’argine, e la scatola di cioccolatini, leggera.
Chissà se mi amerà, pensa Olmo, che si gode nell’attesa la risposta. Sì, si ameranno, lui la porterà ancora alla stazione, ma non per ritornare ad Alice Belcolle con l’ultimo Locale, quello delle diciassette. Andranno in una città grande, verso Canelli, o verso Asti, o anche solo a Sezzadio, da quel cugino che si è sposato. E si sposeranno anche loro, il cugino spiegherà come si fa. Saranno innamorati e persino felici, e non è vero che la vita ha radici, la vita è ovunque ci sia una piazza e un ragazzo con i girasoli in mano.
Verrà, si dice Olmo che non ha orologio, ma la chiesa e il municipio hanno due orologi grandi su campanile e facciata. La chiesa si supera in rintocchi, ma le ore al municipio sono più rapide e leggere, e le sedici e trenta arrivano un minuto prima che sul campanile.
Verrà, dice Olmo quando il consorzio agrario chiude e manda a casa le ultime voci della piazza.
I girasoli affaticano e piegano il capo. La scatola di cioccolatini, accartocciata e vuota, dondola sotto la panchina al vento basso della sera.
Cammina lungo i binari ancora caldi del giorno, Olmo, mentre intorno e sopra di lui inizia il lavoro delle prime stelle. Da Cantalupo ad Alice Belcolle sono quattordici chilometri di ritorni, uno per ogni vita che ha immaginato, uno per ogni anno in più che ora Olmo trascina nelle scarpe, un passo e un altro ancora.
Ha inseguito ogni felicità, Olmo, ha disposto di ogni futuro. Ha fatto promesse e le ha infrante. Ha conosciuto una speranza solida e una sconfitta che ancora taglia la carne viva. Sa che morirebbe per poter rivivere di nuovo questo giorno che non ha conosciuto l’ordinario; sa che non vorrebbe averlo vissuto mai. E sa che ogni volta non si ritorna mai uguali a prima.
E’ bastato un breve viaggio, per imparare tutto dell’amore.

affrancato e spedito da Effe | 08:50 | commenti (38)

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