URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, novembre 05, 2007
La Sirena

A giurare che visse qui davvero un tempo la sua vita di Sirena, resta ancora la memoria inoppugnabile di sogni oscuri che interrompono le notti, e la trasparenza di certi ricordi che nuotano via dentro improvvise amnesie.
A ogni giorno che scompare dal lunario senza testamento e spiegazione, a ogni giovinezza che matura e alla maturità che invecchia, e dietro il venir meno e il consumarsi, si sa e si conosce la sua fame delle nostre vite.
La Sirena vive per sottrazione e desiderio. La Sirena ama ciò che distrugge, e deve distruggere tutto quello che ama.
Ma c’era un tempo in cui la si poteva vedere affacciata a una finestra stretta, al primo piano della casa che terminava il paese al suo confine con l’oscurità del bosco. Ora non esiste più la casa, non esiste il bosco; eppure, quell’oscurità inattraversabile rimane sospesa ancora.
Per primi furono i suoi occhi, stanchi e adulti in un viso senza colpa, cerchiati da notti in veglia, e bellissimi. Il suo sguardo arrivava fino all’estremo altro del paese lungo la strada dritta che divideva le case in due come una meridiana: al colmo del giorno, il sole illuminava esatto e pieno l’intera via, separando le case per le quali il mattino era già finito da quelle per cui il pomeriggio era iniziato appena. Allo stesso modo lo sguardo della Sirena divideva il tempo degli abitanti del paese tra fine e inizio, tra poco dopo e molto tempo prima.
Poi furono la bocca e la curva delle labbra piene, socchiuse sul punto di raccontare vite e verità conosciute in giorni e notti passate alla finestra senza alzare lo sguardo dalla strada, eppure immobili e mai decise al suono. Finché rimase, non pronunciò parola o voce, e sola fuggì via a quelle labbra forse l’anima, nel giorno in cui tutto finì.
E da ultimo fu il profumo di semi di cacao che si liberava dalla sua pelle a riempire strade e case fino all’orizzonte della carrareccia, così dolce che era impossibile da sopportare, così intenso che era impossibile da non desiderare. Ogni giorno quel profumo scuro rimaneva nella bocca di uomini e donne, e di notte abitava inquieto i loro letti umidi.
Chiunque nel paese passava sotto la finestra sempre aperta, a costo di allungare inconfessabilmente la via al mercato del sabato, o di uscire di casa in pieno temporale. Tutti passavano, lasciando sotto il suo sguardo qualche sogno, un desiderio stento, un incontro di molti anni prima, le fughe mai compiute nelle notti concordate a lungo, e tutte le parole che non sarebbero state dette mai.
La Sirena raccoglieva ogni cosa nello sguardo – interi pomeriggi, biglietti di treni già partiti, una voce dal cortile, e improvvisi cambi di stagione – senza restituirla più, amando tutto di un amore onnivoro e insaziato.
Il volto alla finestra rifletteva ogni giorno di più una bellezza che quasi era impossibile guardare; dietro al davanzale, nella parte sconosciuta della stanza al primo piano, il suo corpo cresceva invece obeso e pallido, incontenibile nei vestiti sempre più larghi, fino a espandersi per metà della camera, enorme ormai e immobile.
Intorno alla presenza della Sirena, il resto della vita scorreva comune e conosciuta: il lavoro, le stagioni, i campi, le famiglie, gli amori e ogni tradimento. Tutto come doveva essere, tutto come in ogni altra città e luogo, tanto che ciascuno era convinto che ogni paese possedesse una sua propria sirena, al punto estremo delle case, lanciata come una polena verso e contro il bosco denso e ondeggiante di burrasca, ad arginarne l’oscurità e aprirne i sentieri.
Per tutti fu stupore quindi quando arrivò da lontano lo Sconosciuto un giorno a raccontare come lei fosse al mondo forse l’ultima sirena. Lo Sconosciuto prese a passare tutti i giorni, proprio come gli altri, sotto lo sguardo e la finestra aperta, legato per sempre dal profumo di semi di cacao.
Fu lui il primo a notare le crepe sulle travi portanti della casa, e lungo il basamento al piano basso. Il corpo della Sirena era cresciuto quanto la sua bellezza, e le assi del pavimento della stanza si erano imbarcate sotto il peso, e le pareti curvavano come chiglia di nave.
L’intero paese portò allora travi di sostegno e pali e corde, e la stanza al primo piano venne puntellata e ancorata a nuovi ormeggi, perché la piena della notte non la portasse via verso il pericolo degli alberi affioranti dal buio.
Qualcuno disse che occorreva salire nella stanza, controllare, chiedere, sapere.
Ma nessuno poteva.
Uomini e donne del paese non sapevano allontanarsi dal suo sguardo che mangiava loro dalla finestra ogni giorno un minimo di vita. Desideravano la Sirena, ne avevano bisogno come lei di loro, ma nessuno poteva vederla da vicino se non dalla strada, nessuno poteva conoscerla, e mai amarla.
Lo Sconosciuto aveva già azzannato le prime scale, a scricchiolar gradini e vicinanze. Aprì la porta della camera e la richiuse alle sue spalle, per non aprila mai più.
Dalla strada, in ogni giorno a venire, si sentì la sua voce nella stanza che cantava alla Sirena un canto di ogni parola per chiedere il suo sguardo, perché si voltasse per breve almeno verso l’unico che tra tutti gli altri la poteva amare.
Anche nel giorno in cui tutto ebbe fine, lei non si voltò mai.

affrancato e spedito da Effe | 09:22 | commenti (34)

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