L’oscena sopravvivenza delle parole
Muovo da questo post di Tez, per arrivare a ribadire come la volontà di sopravvivenza della parola scritta abbia in sé qualcosa di osceno, di sconcio, di scandaloso.
Considerate ora il numero dei libri che hanno residenza nelle nostre case da anni, numero che varierà, è dato supporre, da 100 a n.
Libri che possediamo da una o due vite precedenti (ogni esistenza è la somma di vite e ritorni e svolte), dalle tre diverse case abitate anni addietro, da quattro amici persi ormai di vista, da cinque sogni che non si realizzeranno più.
Accettiamo cambiamento e rinascita, rincorriamo nuovi inizi, disposti a modificare tutto e per primi noi stessi. Cambiamo città, automobile, pettinatura, orari, partito, fede e marito.
Ma i libri no, i libri ce li portiamo dietro sempre, come i senzatetto che trascinano dentro un carrello del supermercato abiti e ricordi (e non sarà un caso che i siti che vendono libri online utilizzino proprio la formula del carrello, per organizzare le scelte dei libri selezionati).
A fronte della realtà in cui tutto muta e ha termine, la parola scritta non ha fine – qui la ragione dell’osceno, dello scandalo contro natura.
La maggior parte di quei libri che stipiamo negli interstizi di scaffali e stagioni non verranno letti che una volta sola, nella nostra vita. Quelli che hanno prodotto un incantamento, quelli che hanno avuto significato, quelli che vorremmo non aver incontrato mai. Resteranno nel carrello come maglioni vecchi, indossati una volta sola e poi mai più. Ma il maglione di vent’anni fa lo possiamo buttare, pur forzando il nostro istinto di robivecchi dell’anima. Il libro, invece, anche quello polveroso e stanco, anche quello oscurato in terza fila d’angolo, non lo butteremo mai. E non per nostra volontà o renitenza. Le parole scritte si abbarbicano alle nostre vite, artigliano il tempo che sfila in parata, ci masticano le spalle restando avvinghiate alla nostra schiena e, semplicemente, rimangono.
Perfino i libri mai venduti che vanno finalmente al macero – la parte maggiore di tutti quelli stampati – una volta disciolti per recuperarne la carta, sedimentano le lettere, le consonanti, le vocali, le interpunzioni, che non vengono eliminate nel procedimento ma sopravvivono e devono essere accumulate in contenitori. Sacchi e sacchi di lettere, di caratteri e di corpi, milioni di A, decimilioni di Elle, che riestesi con arte combinatoria potrebbero rendere indietro tutti i libri passati e futuri.
Una Biblioteca Universale residuale, o un Infinito Teorema di oscena sopravvivenza.