La cultura non si paga
I mezzi pubblici come finestre sulla città
(ma adesso chiudetele, che fa corrente)
Venerdì 7 dicembre, ore 18.00, il tram parimenti numero 18 caracolla per le vie centrali e barocche della capitale sabauda, stivando nell’interminato viaggio tra una fermata e quella successiva una moltitudine varioetnica e poliparlante.
Vista da fuori, la nostra situazione logistica non dev’essere dissimile da quella dei cortei suini che dai Tir delle autostrade emiliane lasciano cader giù occhiate dolorose verso i finestrini degli automobilisti in sorpasso.
Condizioni ideali - le nostre, dico - per i borseggiatori e gli artisti del furto con destrezza, che ben volentieri e senza neppur bisogno di invito frequentano la linea. Li si riconosce a colpo d’occhio perché son gli unici che, per non aver questioni con il personale viaggiante, timbrano regolarmente il biglietto.
All’altezza di quel ramo della via Po che volge a mezzogiono sale un omino di mezz’età, andatura in barcollo e male in arnese. S’abbarbica sugli appositi sostegni e ivi arringa le folle.
Lo vedete questo? – domanda sventagliando un libercolo dalla copertina aviazione a un polllice dalle teste lungocrinite di alcuni rasta – L’ho appena rubato da una bancarella. Perché la cultura non si paga.
Levo il naso dal tomo in cui tentavo di dimenticare le umane fatighe et afrori, e presto orecchio.
Io c’ho cinquantadue anni, e dormo su una panchina ai Giardini Reali. A me m’ha rovinato l’eroina, m’ha rovinato. Ho bucato per vent’anni. E ogni giorno rubavo per pagarmi la droga. Anche libri, rubavo. Ma tanti, per milioni. I libri che rubavo non li leggevo, li rivendevo per comprarmi l’ero.
La voce gli s'impasta, le vocali vengono sbiascicate via e si fanno scivolose, il guardo è ispirato, o forse annebbiato solamente.
Poi, un giorno, dopo vent’anni, uno di quei libri invece di venderlo me lo sono letto. E mi sono fermato. E ho capito. Adesso i libri continuo a rubarli, che credete, ma non mi drogo più. Li rubo per leggerli. Li rubo per pensare. Li rubo perché la cultura non si paga. E’ immorale, far pagare la cultura. La cultura deve essere gratis. Al limite, la si ruba.
Con una mano tributo tosto un monoapplauso giacobino et espropriativo all’eroe della giornata.
Con l’altra, che non si sa mai, palpo la tasca dei pantaloni a verificare la permanenza del pur magro epperò unico e perciò amato portafoglio.