URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, gennaio 10, 2008
Walden, ovvero vita nei boschi (delle Langhe)

Se vi pungesse mai vaghezza di solcare invernalmente quei luoghi fenogliani che digradano da Mombacaro a Monesiglio, e d’inseguire nei boschi di larici e castagni le peste non sbiadite ancora delle bande partigiane e garibaldine, e le uste di volpi, cerbiatti e cinghiali, dovrete allora acconciamente munirvi d’uno strumento che, ben più che utile, si rivelerà necessario per sopravvivere nella e alla boscaglia: il sigaro cubano. Per vostra edificazione, o scettici, m’appresto ora alla dimostrazione dell’assunto.
Siete dunque sui pendii descritti, e arrancate sbuffando il vostro fiato e il fumo di un robusto e muscolare avana. Vi sedete su un tronco divelto, ad ammirare il silenzio che scorteccia gli alberi spogli. Di repente, vi giunge da una forra lì da presso uno scalpiccio sullo spesso strato di foglie cadute. V’immaginate già un ungulato tenero e disneyano cui offrire una paterna carezza, quando il tonfo del piccolo trotto che allontana da voi l’animale, infastidito dai miasmi del tabacco, rivela che non di leggiadro cerbiatto si trattava, ma verosimilmente di uno scorbutico e zannuto cinghiale. Il sigaro inizia già a preservare la vostra incolumità di apprendista Papageno.
Riflettete sul fatto che, qualora diramassero le ricerche in seguito al vostro probabile smarrimento nella boscaglia, potreste segnalare la vostra presenza innalzando segnali di aromatico fumo o anche di luce e di bragia, qualora le ricerche si protraessero notturnamente. Impossibile comprendere la ragione per cui nessun manuale di surviving menzioni il sigaro tra l’equipaggiamento irrinunciabile dell’avventuriero.
Riprendete quindi la marcia, superando a saltafosso i rittani pietrificati di neve e le basse giogaie. Siete certi che, scavando con perizia e fortuna, ancora si troverebbero sotto l’humus tracce di quegli inverni ragazzi passati a far la guerra partigiana.
Iniziando la discesa, passate attraverso una frazioncina munita e imprevista. Il vostro aspetto – giacchino trapuntato ma senza maniche, sigaro in bocca, cappelluccio sghembo di lana color ruggine, fatto a punta – vi dona l’aspetto dell’ultimo dei sette nani, l’ottavo, il più alto, quello di cui ci si vergogna in società e non viene mai invitato alle feste in famiglia. La gente del piccolo borgo (antico?) risponde al saluto, attonita alla vostra visione. In campagna, nei luoghi isolati, ci si saluta ancora tra sconosciuti, al contrario di quanto avviene in città. La socialità non è quindi un prodotto del consesso, ma della solitudine, tenetevelo per detto.
Constatate che avete fatto male il calcolo dei tempi, quelli naturali e vostri. La marcia si è protratta più del previsto, e ora scurisce il cielo rapidamente. Tagliate quindi per campi arati e coltivi, lasciando i margini del bosco alle spalle, per affrettare il rientro. La prossima volta prestate più attenzione alle sterpaglie di rovi, prima di saltare un fosso, che ora bisognerà giustificare un opportuno rammendo ai calzoni.
A questo punto, i legacci dei vostri scarponi si saranno verosimilmente allentati. La soluzione più semplice sarebbe legarli di nuovo, ma provatevi voi, dopo un paio d’ore passate a una temperatura dapprima poco superiore, e poi certamente inferiore agli zero gradi, e senza guanti (che con i guanti son buoni tutti) ad afferrare un qualsivoglia oggetto. Le mani saranno definitivamente anchilosate nella forma tipica della zampa d’orso. Un sentimento di pieno affetto solidaristico vi empie, pensando ai poveri plantigradi impegnati disperatamente in millenni d’evoluzione a cercare, senza costrutto, di allacciarsi gli scarponi da trekking. Ma ancora una volta il fido sigaro vi soccorre: mettete infatti le mani a conca intorno al suo corpo caldo, aspettando che le falangi perdano il loro aspetto da stoccafisso. Potreste anche accelerare il processo spalmando il braciere direttamente sul palmo delle mani, se non siete di quei damerini di città che rifuggono le ustioni per motivi estetici.
E insomma, alla fine, con le scarpe che, di nuovo fenoglianamente, tonnelleggiano di fango, arrivate in vista della vostra casupola che s’indovina nel buio ormai stellato. Siete soddisfatti e ricostituiti: avete passato finalmente un pomeriggio salubre, all’aria pulita e corroborante, in mezzo alla natura ristoratrice.
Vi piega in due l’improvvisa fucilata del primo, crudo e definitivamente corrosivo colpo di barbarica tosse.

affrancato e spedito da Effe | 09:22 | commenti (24)

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