Tutti giù per terra
Ancora adesso, che sempre taglio la notte in due per il lato più estremo e duro, e lascio che ogni oscurità mi insinui sé con i suoi olii tra vestito e pelle, la testa inclinata e bassa verso ogni prossimo marciapiede, mentre mastico il liquore di una nebbia piena e lenta che smuove i contorni delle svolte.
Ancora adesso, che son trascorsi e netti dieci anni ormai di una distanza priva di sopportazione, un mare scuro di giorni tirati in secco e resi uguali dall’assenza, tutta una vita a occhi chiusi a partire dalla costa di quel fiume – solo uno schianto ripetuto senza numero di volte, ogni volta più lontano e ogni lontananza con maggiore colpa.
Ancora adesso, che cammino e tocco e vedo e potrei parlare cavando dal silenzio una voce che non sia la mia, in cui mi possa però conoscere o sostare almeno, per calcolare dove sono e dov’è tutto, e forse avrei parole che non so ma che conoscerei dicendole, come se ascoltassi da lontano un altro e diverso vivere.
Ancora adesso di quella porta ho più paura.
Di quello che c’è dietro.
Di quello che non c’è.
Contavo ogni ora della notte fino a che potevo, a occhi fermi sulla maniglia, in una morte di paura e di desiderio che si aprisse. Ogni più inimmaginabile mondo poteva uscirne se solo non l’avessi vegliato e atteso al freddo del pavimento.
Per dieci anni.
La casa aveva voci che scandivano sogni, li infiltravano sottopelle, li spalmavano su occhi e labbra e fin dentro ai pensieri, e non rimaneva nessuno a sorvegliare il mondo, nessuno a impedire che lo cancellassero, che mi cancellassero, nessuno pronto a setacciare la notte con unghie e denti, a strapparla con pugni chiusi e piedi scalzi perché avesse una fine breve, perché dalle lacerazioni tornasse una luce appena di malaombra a rifare i contorni netti di ogni cosa, a giurarne il peso, la solidità, l’inutile resistenza.
Sul pavimento restavo seduto a lungo, la schiena appoggiata allo stipite della mia stanza, a un passo dalla porta appena oltre l’inguadabile corridoio, le tasche segnate dagli avanzi di una cena mal consumata e tenuti da parte per non cedere al sonno durante la notte lunga.
Ma la porta non si è aperta mai.
Non ha girato nessuno la maniglia, non i cardini, nessuna lama di luce è mai filtrata dalle fessure, nessun rumore, o parola, o mondo, così aumentando il desiderio e il terrore a ogni ora di veglia e attesa.
Per dieci anni.
A ogni mattino il risveglio era nel mio letto che qualcuno, tu, aveva fatto scivolare sotto il mio corpo arreso e raccorciato sul pavimento come un feto mai nato.
Cercavo nella notte il cuore della verità, ma il cuore non è mai al centro delle cose, il cuore è sempre un atto periferico, per trovarlo occorre smarrirsi e deviare e arrivare fin sul margine, sulla costa scoscesa di quel fiume, sull’erba fradicia e inafferrabile mentre lui scivolava giù e io non potevo far altro che chiudere gli occhi per non vedere, e coprire le orecchie per non sentire la sua voce e soprattutto, poi, il suo silenzio, il tuo silenzio, ora, la domanda non ripetuta mille volte - perché lui, l’altro tuo figlio, e non invece me, perché lui se n’è andato e sono rimasto io al suo posto, al posto che era suo, di lui che l’assenza ha reso perfetto e la morte meritevole d’ogni amore, lui così irraggiungibilmente migliore, e meglio sarebbe adesso se su quella costa ci fossi stato io, questo vorresti dire da dieci anni, dietro quella porta che era sua, ma adesso, d’improvviso, adesso attraverso il corridoio che per tante notti è sembrato così vasto e scuro, lo attraverso ancora fradicio di oscurità esterna, e scivolo anch’io da una costa sdrucciola, dai miei non vissuti dieci anni, e rotolo infrenato verso la sua porta, la tua porta, affondo la mano sulla maniglia cedevole, la porta che si apre, e tu dentro che mi guardi stupito come fosse da dieci anni che non sai chi io sia, e mentre ti scaglio in faccia la mia voce, mentre ti lancio parole per trapassarti e ucciderti, mentre dico il mio odio per non avermi difeso e voluto e perdonato, è amore quello che dico, è anche questo amore, non è mia la colpa, ma è mia la pena, e quello che vorrei è solo una minore distanza, un rinascere appena, un quietarsi, lo stringersi di un abbraccio, mentre la tua mano che per ogni notte ho desiderato e temuto si muove e mi lascia le guance e la vita abrase per sempre dal segno violento delle tue dita.
[la madre di uno dei sette operai bruciati vivi nel rogo della Thyssenkrupp ha dichiarato che certo sarebbe andata con lui, l’avrebbe seguito subito, perché il figlio aveva bisogno di lei, se solo non avesse avuto anche un altro figlio; soltanto per questo, non poteva. Perduti tutti – chi è stato portato via, chi è rimasto, chi è nel nulla del mezzo]