Un addio
E’ così: che per morirne occorre prima viverla, la vita, incontrarne una fulminante e rapida, una vita definitiva e senza preavviso che chiuda finalmente somma e conti. Non si ha liberazione e fine senza aver percorso prima ogni passo, e svoltato ogni canto, e saputo ogni giorno l’attesa e la tregua della notte.
E’ così: che per averti ho dovuto incontrare te notturno e scuro, un amore indesiderato prima e poi teso di ogni desiderio, che ha circondato ogni mio lato e via di fuga.
Ora non ricordi quasi più l’agguato, il tuo seguirmi ovunque, l’essere in ogni cosa come un riflesso, come una lega e una materia, e irrisolto ogni mio rifiuto.
E fu sera e dopo fu mattina, e ogni costellazione aveva perso senso e orbita, ed ero io così a inseguire improvvisamente te, vinta ormai e posseduta.
A notte piena uscivo di casa con il freddo che si adagiava sotto i piedi nudi, scalzi per sormontare ogni rumore, e scalza camminavo la strada ruvida fino a te, fino alla porta della tua casa, per passare ogni ora di quelle notti a saziarmi di te, a farmi dono e mano che riceve e prende.
Solo noi sapevamo accendere ogni fuoco dei nostri desideri, e il fuoco era a volte tanto forte che me ne restava piagata la carne per settimane, e d’estate anche giravo con un cappotto addosso per paura che la gente mi leggesse le bruciature dell'anima.
Di giorno, lontana, mentre ogni tendine, ogni muscolo e tutti i miei pensieri erano risucchiati verso di te, era tutto un rimasticare tra i denti il tuo nome – sempre tu, sempre tu - un rifare con la saliva il tuo sapore la cui memoria portavo nascosta sotto la lingua e da qualche parte al centro della vita, e quando infine tornavo nella tua casa, era per saziarmi finalmente di te davvero, per bere e per mangiarti, e per essere piena delle tue parole e del tuo corpo.
Ognuno mi diceva che era un amore inutile e con danno, una strada senza entrata, e che tu mi avresti chiesto tutto e dato nulla, e questo proprio io volevo, che tu di me prendessi tutto, che mi lacerassi con parole che erano baci d’anima, che mi facessi cedere le ginocchia, che mi sanguinassi via, volevo soffrire ogni tuo dolore, ogni tuo piacere – tutto di te, tutto te.
Così ho abbandonato i volti e i giorni che conoscevo allora, redenta a una nuova vita che era tutta in due sillabe, tu, io, una vita di cui eri centro e regola e ogni cosa.
Ora non ricordi più.
Non ricordi dei giorni quando, in mezzo alla gente e per strada, sapevamo dissimulare la passione sotto abiti larghi e dietro gli occhi chiusi, e ci amavamo così, in mezzo a tutti gli altri ignari, noi quasi immobili - solo quel respiro più violento e breve, quell’inarcarsi improvviso della schiena.
Adesso non hai che un silenzio di me, e sei fatto di ogni lontananza.
Prima sapevo raggiungerti ovunque, adesso sei cosi vicino ed è impossibile toccarti, e il tuo sguardo mi recide tendini e legamenti, tendini e legamenti.
Anche ora sono a piedi nudi, qui, ma è una fuga ormai, ogni costellazione ha ripreso senso e orbita, non ti appartengo più, non mi sei appartenuto mai.
Non ricordo quasi più il tuo nome e il mio.
Ecco, è così: ora mi alzo e guardo per un volta ancora il tuo profilo scolpito, il corpo nodoso, le braccia inchiodate e tese a est, a ovest. Dimenticherò ogni tua fibra.
Mi sfilo via velo e soggolo e dal petto strappo l’immagine di te, mentre chiudo per una volta definitiva alle mie spalle la porta così a lungo nota della chiesa.