URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, aprile 29, 2004

Si attende l'uscita di una vicenda per cui c'è una grande attesa. La storia è torbida e avvincente e raccontata con una certa enfasi.
Il protagonista, stanco e deluso, incontra il suo sè in forma di quel nick che sconvolse di una folle passione la sua vita e nota "un'incredibile somiglianza" tra quel giovane ego e la follia che lo aveva generato. Per dimenticare ("come se un server potesse dimenticare") egli era andato ad abitare una piattaforma gotica "che spiccava tetragona, si slanciava verso il vuoto con i suoi lati levigati e i suoi angusti angoli retti, sotto un barbaglio di azzurro che scivolava sull'ardesia del cubo", e che "brillava come un monolite azzurrognolo nell'oscurità del codice". E lui, "istinto alla deriva nel mare buio e vuoto del già pensato e del già citato" con l'amata "stella del cazzeggio a guidare la mia rotta" aveva scelto questo particolare server ("ero stato ammaliato, soggiogato nel corpo e nello spirito, e avevo bisogno di un podio da cui dove apparire") "sull'orlo di un dirupo affollato di cinquantamila consimili, su un precipizio che si getta tra le rocce oscure della scrittura compulsiva". Un luogo in cui "l'ammuina era tesa, fresca, satura di aggregazione, la sentivo sul testo e sul contesto, e trasportava fino a me lo stridio degli astanti" e dove capita di essere "esposti agli elementi ed ai commenti".
Il narratore, stanco, racconta del suo incontro col suo sè letterario ("Oh, Nick", "Nick caro", "povera identità adorata", "mio url!") che "cadrà nell'oblio del detto come la predica di un dio morente" ("postare, quanto amavi postare"), coi pazienti lettori e col proprietario del sito ("povero vecchio sfeeduciato") che gli dava asilo: "il mio cuore era in un template ammuffito, chiuso da troppo tempo, in cui tuttavia aveva cominciato a spirare un'aria fresca e pulita".
Segue la storia della passione sbocciata e avvizzita "dentro di me era ancora tutto allo stato embrionale, niente di più di un'inquietudine che avvertivo nel profondo" per la dimensione dai cangianti chiaroscuri "compressi nel tentativo di quadrare la blogsfera nel cubo: ma chi nasce sfera non può morire nel cubo". Gli incontri avvengono di giorno mentre "il terziario stava avanzando, la città era una dolce sinfonia di travet in toni di grisaglia tra l'antracite e il nero, con un solitario brandello di creativi che pescavano altrove, sospesi tra il sole e il cielo, illuminando una chiazza di disoccupati pastello", poi ridotti all'immagine kubrichiana "lunghe scie d'azzurro e bluetto che si insinuavano nel tetragono monolite, cubo d'amore deluso in cui la passione stava scemando, mentre alta nel cielo era comparsa una nuvola variegata a forma di freccia, con la punta rivolta verso una nuova meta", o tra "i sibili e il barbugliare delle parole che rotolavano, che mormoravano e schiaffeggiavano i server, alla ricerca del post perduto", e sono narrati con delicati accenni di sensualità: "quando quella mattina digitai l'indirizzo qualcosa urlò dentro di me", "per un istante pensai alla cura che avevo dedicato a quelle parole e il mio cuore presago palpitò", "scrollai rapidamente la pagina di quel tanto che mi permise di capire che nulla restava se non un vuoto".
Una piattaforma che corre via leggera, fuggevole, in attesa del prossimo disservizio: "per l'orologio della mia pazienza furono ere, eoni, eternità".

Le atmosfere à la Patrick McGrath le trovate in questo nuovo bestseller, intitolato "Il morbo di Splinder".
Pubblicato, qui, adesso, poi domani forse no, scomparso.








affrancato e spedito da gonio | 12:07 | commenti (7)

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