Casse
(non di risonanza)
Avevo titoli brillanti: ottimo corso di studi, stage all’estero, conoscenza di due lingue straniere.
E però, insomma, per quanto riguarda l’impiego ho dovuto un po’ accontentarmi.
Son tempi grami, d’altronde.
Lavoro da alcuni anni presso Posizioni Orizzontali.
E’ una ditta di pompe funebri.
Esequie chiavi in mano.
Forti sconti per chi prenota almeno 6 mesi prima.
E’ una azienda equo-solidale, perché per la costruzione dei feretri utilizza solo alberi morti di vecchiaia o abbattuti da fenomeni naturali.
Sotto al coperchio delle nostre bare c’è scritto "Nessun tronco è stato maltrattato per la realizzazione di questo manufatto".
All’inizio lavoravo come necroforo, quelli che portano i feretri a spalla, avete presente.
Eravamo una squadra di quattro elementi.
Tutte brave persone, per carità, solo male assortite.
Oswald, che occupava sempre la posizione anteriore sinistra durante il trasporto a spalla, era zoppo.
Aveva una gamba più corta dell’altra di venti centimetri.
La coordinazione dei movimenti, quando si trasporta la bara, è fondamentale al fine di evitare pericolosi beccheggiamenti del feretro.
Ma con Oswald che guidava il ritmo, la sincronia dei movimenti risultava difficilissima.
Quando lui faceva un passo con la gamba corta, dovevamo abbassarci all'unisono anche noialtri tre, per poi rialzarci al passo successivo.
Spesso i parenti del corteo funebre accusavano disturbi simili al mal di mare, per via di quest’andatura a onde.
A volte però uno di noi perdeva il ritmo, e si alzava quando invece avrebbe dovuto abbassarsi, o viceversa, e allora c’erano attimi di vero panico.
La cara salma, all’interno della bara, veniva fatta sobbalzare e sbatteva rumorosamente contro le pareti di legno.
Una volta una povera vedova fece fermare tutti e ci costrinse ad aprire la cassa, convinta che il fu marito avesse bussato dall’interno.
L’altro collega che guidava la nostra squadra, e che occupava sempre la posizione anteriore destra della nostra formazione, si chiamava Taddeo.
Taddeo non aveva problemi di deambulazione, anzi, era un vero maratoneta.
Aveva però un braccio finto.
Quello destro. Aveva una protesi dalla spalla alla mano.
La mano finta, voglio dire.
La protesi era meccanizzata, per facilitargli i movimenti.
Solo che i circuiti elettrici che ne regolavano il funzionamento ogni tanto facevano contatto, soprattutto se la giornata era molto umida.
Allora, e senza che Taddeo se ne rendesse conto, d’improvviso il braccio si alzava da solo, in una specie di rigido saluto romano.
Purtroppo quello era anche il segnale concordato per indicare al resto della squadra che si doveva arrestare immediatamente la marcia.
Così, quando il braccio scattava verso l’alto inavvertitamente, noialtri tre ci fermavamo all’istante, e con noi il feretro, mentre lo stesso Taddeo, non essendosi accorto di nulla, continuava ad avanzare di alcuni passi.
A questo punto, la bara perdeva il punto d’appoggio anteriore destro, e s’inclinava pericolosamente da quella parte.
Allora Oswald spostava il peso del corpo sulla sua gamba destra, per puntellare meglio la bara dalla sua posizione.
Purtroppo, la gamba destra era quella corta, e così il feretro si abbassava definitivamente verso la parte anteriore, scivolandoci dalle spalle e terminando quindi a terra.
Una volta la bara finì in una buca scavata nel manto stradale per i lavori della metropolitana, e s’incastrò tra due massi enormi.
Non ci fu più verso di poterla estrarre dalla buca.
Fummo costretti a recuperare una bara di riserva, e trasbordare il caro estinto nella seconda cassa.
Si vedeva però che quest’ultima bara era già stata usata, e i parenti fecero un putiferio, dicendo che loro avevano pagato la bara per nuova.
Il titolare della ditta rispose che li avrebbe risarciti, e fece consegnare loro, dopo il funerale, una bara nuova, dello stesso modello di quella rimasta incastrata nel cantiere.
"Tanto –scrisse nel biglietto d’accompagnamento – sono cose che prima o poi tornano utili".
Del terzo componente della squadra, Augustino, che stava al mio fianco nella formazione-tipo, non so dire molto.
Non ho mai visto il suo viso, perché era nascosto dalla sagoma del feretro che portavamo in spalla.
So solo che aveva una bella voce, perché durante il lavoro amava cantare.
Arie d’opera, per lo più.
Per aver cantato Libiamo nei lieti calici durante un servizio, venne licenziato in tronco.
Il morto era un cugino del sindaco, e quest’ultimo minacciò il titolare di Posizioni Orizzontali di ritiragli la licenza, se non avesse lavato l’onta.
La persona che venne assunta per sostituirlo era alta almeno trenta centimetri più di me, e quindi non potevamo lavorare in coppia (i necrofori vengono scelti a coppie morfologicamente paritarie).
Siccome lui era raccomandato, e in più orfano (figlio del cugino del sindaco, quello di cui sopra), lui rimase, e io venni spostato a lavorare dove sono ora, in magazzino.
Qui il lavoro è un po’ morto.
Non è che succeda granché.
Non posso lamentarmi, è pur sempre un lavoro.
Però ricordo con nostalgia i tempi in cui trotterellavo per le strade della città assieme ai mie colleghi, con la nostra brava cassa in spalla, certi di un futuro migliore.
Tempi che non torneranno più.