URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, ottobre 18, 2004

L'uomo in grigio

Grigionera la giacca, in nulla differenti i pantaloni.
La cravatta, poi, d’un grigio un po’ più chiaro – una coraggiosa nota di colore.
In tinta anche gli interni della piccola vettura grigia, così che quando vi sedeva era difficile dire se l’abitacolo fosse vuoto o meno.
Diciannove, sempre.
L’uscita dall’ufficio.
E poi, lungo il viale disalberato (dopo l’eradicamento per realizzare nuovi parcheggi a titolo oneroso) che univa periferie senza più centro.
All’ora chilometri cinquanta , velocità di crociera.
Sedici semafori, in media verdi cinque e rossi gli altri.
Trenta minuti al posteggio sotto casa.
Lungo gli isolati del quartiere era d’uso regolare in giustezza gli orologi al suo passaggio, segnale orario semovente a ruote quattro.
Le scale a piedi, alle spalle l’uscio ben richiuso.
Cappello alla cappelliera, e scarpe alla scarpiera – ogni cosa nel piccolo universo richiamata per assonanza al posto che spetta e deve.
Un ciao restituito d’abitudine alle pareti di cucina.
La sua voce la ricordava bene, altrettanto non il volto, che in tant’anni insieme s’era persa l’abitudine di guardarsi un po’.
La cena che scivola distratta davanti alla televisione.
Piena di parole la stanza, ma quelle catodiche soltanto.
Senza interruzione le macchie vorticanti sullo schermo del dacci il nostro football quotidiano, amen, circenses elargito dopo il panem.
L’aroma conclusivo del caffè, e di zucchero cucchiaini due, forse, o forse tre.
"Ne vuoi - disse a lei - è troppo per me".
"Lasciamelo sul tavolo in cucina, lo bevo quando torno. Porto giù il cane a passeggiare. Se non vuoi farlo tu".
"No, vai pure, e la tazzina te la lascio lì".
Le righe d’un quotidiano ormai quasi del giorno prima, e le ultime, in ultimo, notizie dalla radio.
Il pigiama grigio ripiegato in vinta attesa nelle profondità carsiche al di sotto del cuscino.
La mano sul libro, ma il sonno venne prima.
Quando si destò – la notte di silenzio e di domani – per l’arsura della gola, alzandosi dal letto mai caldo, e in cucina la riconobbe lì, intoccata tazzina con il fondo ancora di caffè, solo allora finalmente ricordò.
No, non l’avevano mica mai posseduto, un dannatissimo cane.



























affrancato e spedito da Effe | 09:18 | commenti (25)

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