Amarcord
(e poi dicono il buco nell'ozono)
Quello del novantuno si rivelò subito, e senza alcun pudore, come uno degli inverni più siberiani degli ultimi vent’anni.
Al mattino, in orario pre-ufficio, a migliaia si riversavano in religiosissima laconia sulle strade glassate della metropoli reggendo una fiammella votiva – l’accendino necessario a scongelare la serratura delle rispettive vetturette, ibernate dalla notte all’addiaccio.
A quel tempo ero l’orgoglioso proprietario di una vecchia auto, prodotta da una qualche improbabile fabbrica polacca.
La macchina era priva di qualsivoglia comfort – sospetto che perfino i sedili fossero in legno grezzo, solo velati da autentica finta pelle.
Unica nota di rilievo, la presenza dell’aria condizionata.
Non una gran fortuna, in verità.
L’aria condizionata non era, infatti, un’opzione, ma la connotazione ontologica della vettura stessa.
Non appena avviato il motore, e indipendentemente dalla volontà del conducente, dai bocchettoni in gran numero presenti sibilava un tifone gelido che colpiva gli occupanti dell’abitacolo in tutte le loro parti vitali.
Non c’era modo di escludere la sovrapproduzione di brezza artica: il mistral risultava irrefrenabile, che fosse estate oppure inverno.
E quello era, per l’appunto e senza possibile dubbio, un maledetto inverno.
Ricordo che la metropoli faceva registrare quotidianamente il record nazionale di temperatura minima diurna, e che il fatto trovasse causa nell’aria condizionata della mia auto è un’eventualità che ancora oggi trovo plausibile.
Prima di entrare nell’abitacolo, mi era necessario predispormi adeguatamente alla bisogna.
Indossavo un pesante giaccone imbottito e foderato di pelliccia (un bue muschiato presumibilmente morto di rogna, a giudicare dall’odore che ancora porto addosso) il cui cappuccio calavo fino alla radice del naso; sopra al giaccone, un poncho andino; sopra al poncho, una coperta militare.
Per riparare le gambe utilizzavo, oltre agli stivali inguinali da pescatore, anche un plaid sottratto ogni mattina alla vecchia nonna che all’epoca viveva con noi.
Le lotte per la conquista del plaid, senza esclusione di colpi –à la guerre comme à la guerre, diceva la nonna mulinando un rustico mattarello – costituiscono a tutt’oggi motivo di rivendicazione tra i due rami della famiglia.
Per proteggere le mani dal gelo ricoprivo il volante con un multistrato di domopack, e indossavo guanti da fonderia.
Nonostante tutti gli accorgimenti, durante la marcia ero comunque costretto a tenere completamente abbassati i finestrini, acciocché la tiepida aria esterna – mai più di otto o nove gradi sotto lo zero – entrasse nell’abitacolo a stemperarne il microclima da era glaciale.
Giunto a fine corsa, con un agile martelletto provvedevo poi a eliminare le stalattiti che scendevano dal tettuccio, così da poter rientrare in macchina all’uscita dal lavoro.
Nel corso dell’inverno, però, le cose peggiorarono.
In dicembre, un clochard che nottetempo aveva cercato rifugio nella mia auto – un’imprudenza che l'aveva quasi costretto a rendere l’anima al legittimo proprietario – mi malmenò, in segno di protesta civica (giorni di prognosi, sei).
In gennaio, le mie difese immunitarie dichiararono forfait, trasferendosi in blocco e permanentemente a latitudini più tropicali.
Fu allora che presi finalmente la decisione.
Giusto il tempo di raggranellare, non senza difficoltà, la cifra necessaria e mi recai presso un autosalone per l’acquisto, con adeguata permuta, di un’altra macchina usata.
Deluso dalla tecnologia polacca, scelsi questa volta una vettura uzbeka, anche perché il venditore mi aveva assicurato che, a causa di un lieve difetto di fabbricazione, il sistema di riscaldamento dell’utilitaria risultava permanentemente inserito ad una temperatura costante di 23 gradi.
Che poi, è sempre questione di intendersi.
La temperatura indicata dal simpatico venditore era infatti espressa in gradi tamerlan –unità di misura della casa madre uzbeka - e corrispondeva a 47 gradi celsius.
Costanti, come ho già detto.
Ricordo bene il giorno in cui acquistai la vetturetta: era il 28 luglio del novantadue.
Una delle estati più sub-sahariane degli ultimi vent’anni.