Baires
Non è verità che all’uomo sempre si offrano possibilità infinite. A volte la possibilità è unica, e allora la si chiami con il nome che le è proprio – condanna, destino, vita.
(scrtto da me stesso in un giorno degli anni a venire)
Mentre il vecchio ascensore sale scarrucolando lamenti d’epoca, due sconosciuti si trovano a scambiarsi il fiato nella contiguità fisica e claustrofobica della piccola cabina.
Esaminate con ogni cura entrambe le punte delle scarpe altrui e proprie, non resta che disprezzare finalmente il ridicolo, alzare lo sguardo e dare il via alla pantomima dei luoghi-comuni-da-ascensore.
Si parli allora, com’è convenzione, delle ultime, avvincenti vicende barometriche.
L’usuale dilemma: lo farò io, o reciterà per primo lui?
– Finalmente è arrivato, il caldo.
L’ha fatto lui. Ma sbagliando stagione.
– Il freddo, vorrà dire. E di quelli che non perdonano.
– No, no, è proprio il caldo. Non lo sente? Saranno almeno 28 gradi.
- A novembre? – domando divertito.
– Sì, perché?
In effetti, e nonostante ogni evidenza e logica, nell’ascensore l’afa è amazzonica.
Sfilo il pesante cappotto.
Lo sconosciuto indossa un completo di lino chiaro, e sembra ad agio completo nel forno elevatore.
Sono costretto a scrollarmi di dosso anche la giacca, mentre vasti aloni blu cobalto mi chiazzano la camicia.
– Ci sarà un guasto nell’impianto di riscaldamento – boccheggio dubbioso.
Lo sconosciuto mi occhieggia. Ora tocca a lui essere divertito.
L’asma dell’ascensore ci consegna alla salvezza dell’ultimo piano, direttamente sul tetto a terrazzo dell’edificio.
Ci avviciniamo al parapetto: d’intorno – quasi addosso a noi – l’intera città di antenne strade macchine persone.
Non c’è fine, non c’è inizio, a questa immensità; solo, laggiù, il riverbero azzurro del mare, o forse d’un fiume grande e stanco.
– Mi scusi – domando, allentando il nodo della cravatta – mi potrebbe dire dove siamo, esattamente?
– Calle Maria del Pilar.
– No, volevo dire, con minor dettaglio e maggiore ampiezza: quale zona?
– Palermo.
– La città di Palermo, in Sicilia?
– No, il quartiere Palermo, a Buenos Aires. Argentina.
Gli guardo fisso le labbra, mentre parla, a coglierne i labiali, che il vento di quassù non cancelli le parole.
Mi aspetto che rida.
Non lo fa.
– Guardi, non è possibile. Un istante fa mi trovavo in Italia. E c’era la nebbia.
L’uomo si guarda intorno.
Dal riflesso del fiume-mare arriva un lontano odore vischioso che salmastra la pelle.
Il sole schiaccia le ombre delle case contro l’asfalto scuro dei vicoli che scendono verso il centro città.
Una risposta eloquente.
Insisto.
– Ne sono certo. Io non dovrei essere qui. Ero in Italia, e stavo guardando il telegiornale delle nove di sera.
– Infatti sono le nove – conferma lo sconosciuto, mostrandomi il polso cronografato –ma di mattina.
– Non può essere, allora. Non sono io. A meno che… Che giorno è, oggi?
- Dieci novembre.
– Ah, no, lo vede, è proprio escluso. Oggi è l’undici novembre. Se mi avesse risposto che era il dodici, cioè domani, avrei potuto pensare, non so, che mi avessero drogato, rapito o che so io, e spedito in aereo fin qui. Ma se sono le nove di mattina di ieri, allora tutto questo non è possibile.
– Sono d’accordo – annuisce lui, guardandomi con interesse – è impossibile. Impossibile che oggi sia domani, voglio dire. Lei, l’undici novembre non può ancora averlo vissuto. Oggi, le ripeto, è il dieci.
– Vuole scherzare? L’undici non è che l’ultimo di una sequenza di giorni che dura da quasi trentotto anni. E dentro questa sequenza c’è tutta la mia vita – la famiglia, le amicizie, le sconfitte, le poche vittorie. Tutte conducono dritte a quel giorno, a quel domani, cioè, mi sbaglio, a oggi. Dovrei forse rinunciare a quella vita intera, in cambio di questi ultimi dieci minuti?
Lo sconosciuto sorride, fuori tempo.
– Adesso glielo dimostro – affermo sicuro. – Ha un cellulare?
L’uomo annuisce, e immerge la mano all’interno della tasca.
– Si può chiamare l’Italia, con questo?
– Certamente, faccia pure.
Il telefono squilla a lungo.
Casa mia. Percorro, insieme al trillo, ogni stanza, ogni corridoio.
Lei dovrebbe esserci, a quest’ora.
Lo squillo si perde in lontani silenzi.
Telefono ai soliti, noiosissimi amici.
A miei parenti, fino al terzo grado.
Al vicino di casa che accende la radio alle cinque di mattina.
Alla portinaia del mio palazzo, che non lava mai bene il mio pianerottolo.
Nulla.
Nessuno.
Finalmente, risponde il centralino della mia azienda
– No, non abbiamo nessun dipendente che si chiami così, mi dispiace.
Riconsegno il cellulare allo sconosciuto.
Lui non dice nulla.
Io non saprei cosa.
Guardiamo entrambi verso ovest, in favore di brezza.
– Non è una magnifica città? - sussurra il mio vicino, o forse è solo il vento che rallenta sulle lastre sconnesse del terrazzo.
Davanti a me, e intorno, e sotto di me, un mare di vite inconoscibili.
Quassù, due uomini ricordano in opposte direzioni.
E io non so chi sono stato.