Ricordi Musicali
Gli anni ’70 furono epoca di energia pura che tentava nuove strade per esprimersi creativamente.
Fu così che entrai a far parte di una band heavy metal.
Avevamo un nome adeguatamente aggressivo: the Beasties Of Oronzo.
Oronzo era il proprietario del garage dove facevamo le nostre prove.
Era anche il nostro fan più assiduo: non solo seguiva le prove, ma anche tutti i concerti, e sempre con un sorriso soddisfatto sul viso.
Il fatto poi che fosse completamente sordo dalla nascita non diminuiva per null’affatto il suo entusiasmo, né la nostra riconoscenza.
I Beasties Of Oronzo suonavano in scantinati fumosi e pieni di gente alternativa.
Dopo le prime note, immancabile si levava un coro di buu! che interpretavamo come un omaggio all’acronimo del nome della band, BOO, per l’appunto.
Qualche dubbio s’insinuava solo dopo il terzo o quarto cespo di lattuga che ci sfiorava le tempie.
Ogni band dura che fosse degna di tale definizione terminava il concerto percuotendo il pavimento, e a volte anche gli spettatori, con i propri strumenti fino a sfasciarli; noi non facevamo eccezione.
Io, però, suonavo il clavicembalo.
Lo avete presente, il clavicembalo.
E’ un po’ come il pianoforte, ma assomiglia di più a un clavicembalo; da qui il nome.
E insomma, sollevare uno strumento da duecento chili, e sventolarlo in aria fino a distruggerlo, non è attività senza conseguenze.
Dopo alcuni anni di concerti iniziai a soffrire di un forma di periartite alla spalla destra, nota alla letteratura medica appunto con il nome di spalla del clavicembalista.
Intanto, gli anni ‘70 erano stati sostituiti dagli ‘80.
Sempre chiusi negli scantinati, noi ce ne accorgemmo con qualche stagione di ritardo.
Le tendenze musicali erano ormai mutate, e lasciai i BOO con un memorabile concerto d’addio che tenemmo per il solo Oronzo.
Dopo tre ore di musica durissima, ci separammo tra lacrime e abbracci.
Entrai a far parte di un ensemble orchestrale.
Facevamo musica colta.
Ma non musica colta qualsiasi.
Musica colta dodecafonica.
Ma non musica colta dodecafonica qualsiasi.
Musica colta dodecafonica eseguita in vuoto pneumatico.
All’atto pratico, funzionava così: le performance venivano eseguite all’interno di un enorme cubo di plexiglass, sigillato dall’esterno e posto sotto vuoto spinto.
Gli orchestrali respiravano grazie a bombole e boccaglio da sub.
Noi della sezione fiati, al posto del boccaglio usavano un sondino naso-gastrico per poter suonare liberamente i nostri strumenti.
Io, in effetti suonavo il didgeridoo.
Lo avete presente, il didgeridoo. E’ un po' come uno zufolone lungo e grosso, ma assomiglia di più a un didgeridoo; da qui il suo nome.
Non so dire se lo suonassi bene: per quanto enfiassi aria nello strumento a piene gote, stronfiando e sudando come un camallo, non intesi mai una sola nota.
Né mia né degli altri orchestrali.
Com’è risaputo, infatti, in assenza d’aria le onde sonore non si propagano.
Durante prove e concerti, nessun suono veniva prodotto, nessun suono veniva udito.
Trattandosi di musica dodecafonica, ritengo non fosse poi un gran male.
Questo tipo di musica silenziosa era l’ideale per Oronzo, che infatti non mancava mai a un concerto.
Oltre a Oronzo, l’unico che dimostrava di comprendere le nostre esecuzioni era il Maestro che ci dirigeva.
Lui, la musica, la sentiva.
Ogni tanto ci interrompeva per segnalare errori e imperfezioni – era un maniaco delle semicrome.
In quei casi, agitava freneticamente le braccia nel vuoto penumatico per farsi notare, poi scriveva sopra una lavagnetta il rimprovero, mostrando a tutti quello che aveva vergato.
Porgeva quindi la lavagnetta all’orchestrale incriminato, per permettere democraticamente la replica.
L’orchestrale scriveva la risposta, e la mostrava a tutti i presenti.
Con lo stesso metodo, il Maestro ribatteva, e così via.
I dialoghi potevano durare ore, e le prove settimane.
Non riuscii a reggere a quei ritmi, e abbandonai l’ensemble.
Nel frattempo, nel mondo dotato di aria erano arrivati gli anni ’90, e con loro una nuova tendenza musicale, assai tecnologica.
Mi unii a un gruppo che faceva musica dal futuro.
Si badi, non del futuro.
Proprio dal.
Funzionava così: con un computer veniva elaborata una complessa sequenza di algoritmi, sparata poi attraverso un telescopio a infrarossi verso la sonda spaziale Hubble; questa ne defletteva la direzione verso Marte, che catturava la sequenza facendola orbitare sempre più velocemente intorno a sé, fin quando la forza centripeta non liberava gli algoritmi nuovamente in direzione della Terra.
Rientrando nell’atmosfera, la sequenza, per effetto dell’attrito, si sarebbe trasformata in suono, dando finalmente vita al concerto.
Tuttavia, per completare l’intera operazione occorrevano parecchi anni luce.
Quando gli algoritmi torneranno sulla Terra, quindi, nessuno dei musicisti che li ha elaborati sarà ancora vivo.
Questo è un bene, perché la morte rivaluta sempre l’artista e la sua opera.
C’è da credere che saremo famosi, in futuro.
Ora, passati ormai molti anni, ho appeso lo strumento al chiodo.
Ho preso in affitto un miniappartamento insieme a un vecchio amico, con cui divido le spese.
Passiamo le serate giocando a briscola e osservando dalla finestra il mondo che continua a girare, e che probabilnente ha mutato gusti musicali ancora una volta.
Sto anche scrivendo un libro di memorie che racconti la mia vita di artista.
Ogni giorno ne leggo qualche bozza al mio coinquilino, con l’intesa che, se qualcosa non gli piace o trova sia scritta male, deve interrompermi e fare la sua critica.
Ammetto con un certo orgoglio che l’amico, finora, mi ha ascoltato senza mai interrompermi.
E’ sempre una sicurezza, il buon vecchio Oronzo.