La musa
Bella.
E’ stata bella molte vite fa - lo so, lo sa.
Non ha negato il tempo la sua bellezza, l’ha come messa da parte - non più lei, ma appena d’accanto, come fosse d’ombra.
Di tempo e di bellezza parlano le rughe telluriche del viso, le unghie spezzate e nere, le scarpe eguali, destre entrambe, e lo sguardo di cielo che pretende ancora il mondo.
Intorno al quai aux Fleurs trascina un carrello di ruggine e ricordi, vecchi abiti, manici d’ombrello, e libri, sottili e senza più le pagine, una alla volta strappate per farne dono ai passanti, che abbiano a portarsi dietro anche loro un ricordo, una storia, o della storia almeno un attimo breve, e le pagine prendono strade, nelle tasche diverse, e si allontanano, si riavvicinano scompigliate dal caso, qualcuna naviga già sul fiume, chissà chi le leggerà.
Ogni sera lascia il giardino di fianco a Notre Dame.
Sola, ma a qualcuno s’accompagna.
Parla ai suoi anni di prima, alle notti che non avevano mai fine, alla vita che premeva forte.
Sorride ai volti rimasti giovani d’allora, si gira alle loro voci, alle parole che non hanno smesso di vibrare.
Declina al presente il suo passato, attende di vivere quel che ha già vissuto.
E’ giovane ancora, desiderata, amata.
Bacia di nuovo quelle labbra urgenti, la stringono forte quelle braccia – Paul, Vincent, Claude.
Chiama i loro nomi, anche quelli che non ricorda, e la loro promessa di un’età che mai si arrende.
Dietro al ponte che non ripara dalla notte, si nasconde sotto fogli di giornale.
Non ha sonno mai, non ha tempo, solo una vita fuggita via veloce.
Parla ancora un po’ con loro, risponde a una domanda pronunciata mai.
Poi tace lungamente, annuisce a se stessa, al suo silenzio.
Dice d’improvviso Quello che ci condanna, da vecchi, è la memoria, ormai non riesco più a scordare nulla. E’ tutto sempre qui, davanti ai miei occhi, ogni cosa contemporaneamente.
Poi si gira e ride forte, chissà con chi, chissà quando.