URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, febbraio 07, 2005

 L'attesa

Sei di dodici, la metà accertata dell’intero, i mesi di pioggia inconclusa che per una lunga stagione, ogni anno, diluvia le crete rabbuiate e le scoscesità digradanti in frattali di valli profonde e larghe appena come crepe.
Sei di dodici, e la pregressa metà, e successiva, di cielo bianco e di calore, di aria severa a illividire l’argille facendole friabile granito.
Sul camminamento smottante agl’argini, e sulla strada di polvere d’asbesto, il suo passo, la sua impronta, nel dovere diuturno e infinito.
Due ore di cammino almeno, a raggiungere il paese dalla casa che pare sognata in mezzo al nulla, circondata di sole lontananze.
All’emporio, ufficio postale di fortuna in cui le lettere respirano odore di zenzero e salamoia, lo si attende ogni giorno quando s’approssima l’ora identica.
Da quant’anni accade, nessuno può dire, ch’è lui il più vecchio di tutti, e veniva ad aspettar notizie da quando loro non c’erano ancora.
Ragazzo appena o nemmeno, negl’occhi una lieve serietà, s’era affacciato al banco del negozio un giorno, chiedendo della lettera, e che la risposta non lo deludesse, per favore.
Ma posta non c’era, e neppure il giorno al seguito, per lui, o quelli appresso – ma seguitava sempre il domandare.
Crescevano i ragazzi come lui, e abbandonavano le crete con il loro andare, marinai di terra e treno, verso mondi più lontani – ma lui non andava; restava e chiedeva la solita domanda.
Chi era partito a cercar destino scriveva alle case di qui, che si vuotavano man mano, e le lettere diradavano fino a non giungere più.
Ma lui non partiva, e ogni giorno camminava il cammino ad aspettar la lettera.
Gli uomini sposavano, le donne erano madri, e scrivevano ai lontani delle nuove vite – lui non s’ammogliava, non era padre e non più figlio, e all’emporio ogni giorno entrava a saper della posta.
Quanti sono ragazzi ora, del suo nome non ricordano già più, ma sanno la sua presenza, ogni giorno più d’una promessa mantenuta, anche ora che s’è fatto vecchio e sul sentiero da cui giunge, che nessuno usa più, il suo passo amalgama alla speranza la fatica.
A ogni mattina nuova nell’emporio il negoziante risponde No, nessuna lettera per te senza nemmeno alzare sguardo e volto verso l’uomo che negl’occhi spalpebra ancora quella lieve serietà, e che la risposta almeno oggi non deluda.
E oggi, oggi già il passo più veloce, la strada più lieve nonostante la terra fradicia che risuola pesante le scarpe sformate, già il mondo schiarito d’un niente dal mattino che alla notte è stato uguale, già qualcosa aveva detto.
Quando arriva all’unica piazza del paese, vede l’uomo dell’emporio che attende fuori dal negozio, e anche questi lo vede e muove un passo, vorrebbe abbreviare la distanza, poi ci ripensa, è meglio dentro, tra i consueti odori, tra le penombre leggere.
Quando anche lui s’appoggia appena ai cardini della vecchia porta e non entra, ma appare all’interno dell’emporio, come se fosse penetrato dalle fessure del legno, e chiede della lettera, e sì, dopo un silenzio breve, la lettera, oggi, dopo tutto quel tempo, e l’attesa, ma finalmente, allora era vero, e quanti anni, nessuno lo ricorda, lui nemmeno, e ora, aspettata eppure inattesa, io non ci credevo, io invece lo sapevo, ed è vero, ecco, proprio lì, sul bancone, il negoziante ha fatto da parte gli altri ingombri, e ora è lì, da sola, sotto la lampadina nuda che pencola dal soffitto, come al centro d’un palcoscenico, da sola, e gli spettatori d’intorno in attesa, e nessuno parla, adesso, nessuno osa tendere la mano, per porgere, per prendere, e aprire, ma eccola, infine, è lì, è quella cosa lì, bianca, un po’ piegata in un angolo, ma è lei che adesso attende, ora tocca e lei aspettare un po’, dopo chissà quanto, e sì, infine la sfiora, la sente con le dita aggrinzite di pioggia e d’età, una goccia dalla mantella umida cade sul banco e fa un rumore così, in tutto quel silenzio, per poco non la bagna, non la rovina, non la cancella, dopo tanto tempo, sarebbe bastato un niente, ma adesso è meglio aprirla, sì, la apro, ecco, dammela, tieni, è tua, è per te - la lettera.
Fuori, la pioggia prova inutilmente ad accordare una distonia, ma ogni suono vuol andare per conto proprio, sui tetti, sul lastrico della piazza, sulle poche strade.
Nell’emporio, lui siede in un angolo adesso, dalla mantella fumiga il vapore d’umido, ha la busta in mano, aperta, ma la lettera no, la lettera è a terra, ne ha calpestato un lembo senza avvedersene, mentre cercava la sedia, ora non parla, non dice, non si muove.
L’uomo dell’emporio prende piano il foglio, ne toglie con il dorso della mano quel po’ di terra umida lasciata dalla suola. Il foglio è grande, poche le parole, e definitive.
Non verrò.
La lettera è di nuovo sul bancone, ma inutile ormai. Il negoziante si avvicina all’uomo di colpo debole, e lontano.
Che cosa significa, la lettera? L’uomo ascolta con fatica, forse conta tutti i passi d’un cammino che gli anni hanno reso lungo.
Chi è che non verrà? Il vecchio guarda fuori dalla finestra, ma non si vede nulla, non si può vedere nulla, solo pioggia.
Chi hai atteso ogni giorno del tuo tempo? Subito non si comprende, sembra il rumore uguale della pioggia, e invece è una voce, la sua voce, la voce vecchia di mill’anni, la voce dell’uomo, e le parole poche, definitive:
La mia vita.


affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (89)

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