Un diario
seconda e ultima parte
Mercoledì 2 dicembre.
Secondo decesso per malaria. Ancora in attesa delle casse di medicinali.
Lunedì 7 dicembre.
Ora, dopo alcuni tentativi, la bambina viene a prendere il cibo dal piatto anche in mia presenza, se mi allontano di cinque o sei metri e resto immobile tra i cespugli. Appena faccio atto di avvicinarmi, fugge arrampicandosi su una palma.
Presenta una piaga purulenta sopra la caviglia sinistra, necessari antibiotici.
Giovedì 10 dicembre.
Arrivate con il postale due casse di medicinali sulle cinque richieste, entrambe aperte e parzialmente saccheggiate durante il trasporto.
Venerdì 11 dicembre.
Ormai la bambina accetta di mangiare seduta a un metro da me. Le parlo, ma la mia lingua deve sembrarle molto buffa, perché ride di gusto.
Anche gli occhi le ridono, e in quei momenti è ancora più bella.
Mi accorgo che è quasi una donna, e che la chiamo bambina per uno strano pudore.
Tre o quattro denti appaiono cariati.
Domenica 13 dicembre.
Sono riuscito a medicarle la piaga sulla caviglia, ma non a bendargliela come avrei voluto. L’infezione potrebbe peggiorare.
I suoi capelli sembrano un nido d’uccello, intessuti di piccoli rami, di resti di cibo, di petali bianchi. Ho cercato di toccarli, è scappata sulla solita palma.
Giovedì 17 dicembre.
Ogni giorno alla stessa ora la bambina mi aspetta nel giardino. Appoggio il cibo sull’erba, ma lei non lo prende subito. Mi guarda, e io guardo lei. A volte è felice e leggera, a volte ha uno sguardo buio.
Non parla mai.
Sabato 19 dicembre.
Oggi le ho regalato una girandola di carta colorata che ho comprato in paese. All’inizio non l’ha afferrata, credo non ne avesse compreso il significato.
Non l’ho mai vista giocare, ma d’altronde non so cosa faccia nel folto del giardino, quando non la nutro o la medico.
Infine, prima di nascondersi di nuovo dietro alle palme ha preso la girandola e, come fosse un fiore, l’ha nascosta tra i capelli.
I suoi capelli sciolti e lunghissimi.
Lunedì 21 dicembre.
Oggi, dopo averle portato del cibo e un vestito nuovo, ho spalancato l’alto cancello che la teneva prigioniera. Fintanto che la ragazzina resta rinchiusa nel giardino, ho pensato, non sarà possibile riportarla a una vita normale. Volevo che si sentisse libera di entrare in casa, nella mia casa, che poteva essere anche la sua.
Quando mi sono voltato per prenderla per mano, mi ha guardato con occhi senza lacrime, poi ha lanciato un urlo come di uccello in fuga e si è nascosta tra i cespugli.
Non sono più riuscito a farla venir fuori dalla macchia.
Mercoledì 23 dicembre.
Da due giorni la ragazzina non tocca cibo, né risponde ai miei richiami.
Ho incaricato il custode di tagliare tutti cespugli e di falciare l’erba del giardino, che ormai mi arrivava alle spalle. Ha impiegato l’intera giornata per terminare il lavoro.
In tutto il giardino, della ragazza non c’è più traccia. Abbiamo controllato anche le cime delle palme.
Inutilmente.
Vicino al cancello, per terra, la girandola di carta, un lungo capello attorcigliato all’elica..
Giovedì 24 dicembre.
Ho atteso alla finestra del primo piano tutta la notte, nella speranza di poterla vedere.
Non tornerà più.
Ho domandato al custode. Lui dice che è colpa mia. Dice che ho visto i suoi occhi e non la sua anima. Dice che ho visto la sua bellezza e non la paura. Sostiene, il custode, che aprendo quel cancello ho liberato non lei, ma i suoi fantasmi. Se n’è andata, o qualcuno l’ha portata via. La sua sorte, secondo il custode, nell’uno o nell’altro caso non cambierà.
Quelle come lei nascono già segnate, dice.
Venerdì 25 dicembre.
Ho in mano la girandola, e il capello attorcigliato.
Da qualche parte oggi è Natale.
Domenica 27 dicembre.
Sono andato nel giardino, dove l’erba inizia a ricrescere.
Ho dissotterrato dalla base di una palma l’avanzo di un pezzo di formaggio.
Sapevo che l’avrei trovato lì.
L’ho mangiato.
Senza togliere il velo di formiche che lo ricopriva.