Tutte le storie di una storia
come si legge un racconto?
(non chiedetelo a me)
Fin qui abbiamo dato giusto spazio a futili considerazioni su come nascono le scritture.
Ancora più interessante è però il tema delle letture.
Quante chiavi nasconde, un racconto?
Come se ne affronta l’interpretazione, al di là del puro e legittimo godimento estetico?
Naturalmente non ho riposte, se non per quel che riguarda il mio personale modo di leggere.
Per fare bella figura – è l’unico argomento su cui mi senta preparato – "leggerò" un mio branetto, quello pubblicato poco più sotto con il titolo Un diario (prima e seconda parte).
La storia segue un andamento ellittico, e come tutte le ellissi presenta due fuochi.
Il primo punto focale sono i capelli della bambina.
In alcune culture tradizionali, il non tagliarsi i capelli per anni costituisce un simbolo di lutto.
E la bambina probabilmente elabora un lutto. Per se stessa, forse, per il fatto di non essere più bambina, rapita giovanissima per amore, o per il fatto di non essere più figlia, cacciata di casa per il disonore, o forse porta il lutto per il marito-rapitore che, per qualche caso non noto, non è più con lei.
I capelli lunghi e sciolti sono però anche una livrea rituale, un richiamo per i sensi. E che la bellezza della bambina provochi un’ossessione negli uomini, è suo chiaro destino.
Allora, forse, l’atto del medico-narratore di toccare, di accarezzare i capelli della ragazzina è la sublimazione di un tentativo di approccio ben diverso. Può essere che sia così, anche se dobbiamo allora dubitare della verità così come ci viene raccontata. In fondo, quel che sappiano della vicenda ce lo riporta la scarna cronaca di una delle parti in causa, e costituisce quindi la sua verità, una sola delle verità possibili.
Perché la bambina scompare, qual è la sua fine?
Forse si allontana proprio da questi avvicinamenti, che ripetono una sofferenza già vista in passato.
Ma non è detto che se ne sia andata di propria volontà.
Il custode, ad esempio: è una figura neutra? Ha delle responsabilità in quello che è accaduto? In fondo, doveva custodire e non l’ha fatto. E anche lui ha tentato di toccare i capelli della bambina, ne porta ancora i segni.
Forse, addirittura, è lui il rapitore-sposo che era sparito dal villaggio portando con sé la bambina.
Forse il cancello del giardino era stato chiuso per proteggerla proprio da lui, e il custode continuava ad amare la bambina al di là delle sbarre, accudendola e nutrendola.
O forse non attendeva altro che la possibilità di punirla della sua fuga dal matrimonio forzato.
Ma mi sembra più probabile che la verità la sappia, più che il custode, colui che la storia ce la racconta, e che sicuramente sa più di quel che dice.
E’ lui che filtra le notizie, e ci fa sapere solo quello che vuole si sappia.
Forse, il medico soffre un incantamento che lo porta a far scomparire la ragazzina, così come si elimina la causa di una malattia per curare il malato.
O forse la sua malattia si è spinta troppo oltre e non ha saputo controllarla; ha tentato di domare la natura della bambina ma poi dev’essere successo qualcosa, qualcosa di definitivo.
L’ultimo atto, il dissotterramento e la consumazione del cibo, simboleggiano forse un riesumazione – e quindi dicono di una realtà ctonia della ragazzina – e una cannibalizzazione metaforica.
Naturalmente può essere vera anche un’altra ipotesi, e cioè che quest’ultimo atto sia ormai l’unico modo che il narratore ha per "avere" la bambina fuggita e ormai irraggiungibile, per condividerne la natura.
E’ stato giustamente osservato nei commenti al branetto (manginobrioches) che il medico arrivò per guarire e finì con l’ammalarsi. Ed è certamente vittima di un morbo, dell’anima o del corpo, che lo muta profondamente.
All’inizio, la realtà ci viene tradotta in modo scarno e scientifico, attraverso note minimali; la storia viene prescritta, più che descritta, come in una ricetta, e sono sempre gli aspetti medici, generali o della bambina in particolare, ad attirare l’attenzione del narratore.
Alla fine, invece, non si trovano più cenni sull’arrivo dei medicinali urgenti, e sulla situazione sanitaria del villaggio.
Come se chiunque altro fosse stato portato via dal morbo, la scena si è svuotata sempre più, finché non è rimasto che un unico personaggio, solo, incapace di comunicare con l’esterno – e mutua in questo l’agire della bambina, che dell’isolamento dal mondo aveva fatto rifugio e salvezza.
E questo ci porta all’altro punto focale del racconto: il giardino.
Per quel che ne sappiamo, la ragazzina è stata rinchiusa nel giardino dal medico che il narratore arriva a sostituire.
Da chi devono proteggerla, quelle inferriate?
Dagli altri, o dallo stesso primo medico?
Forse anche lui è rimasto vittima dell’ossessione per la bambina, ossessione indicibile, tanto da indurlo ad abbandonare prima del tempo quei luoghi.
Il giardino si presenta come un eden primevo al contrario, un luogo proibito di perdizione in cui nessuno può seguire la bambina (e quando ci si prova, tagliando erbe e cespugli – atto parallelo al tentativo di tagliere i capelli - della bambina non si trova, non si può trovare, alcuna traccia).
Il giardino racchiude misteri, ospita ombre di cui la ragazzina costituisce il lato in chiaro, dice di una possibile follia (Maria, dalla Spagna, mi scrive che la bambina le ha ricordato la ragazza de La meglio gioventù).
Il giardino simboleggia forse la natura ferina della ragazza, la sua mancata innocenza che attrae e spaventa, il suo fascino istintuale e indomabile; o forse è la bambina a essere un avatar delle pulsioni e delle energie naturali.
Il giardino è un centro che attrae e che perde, dove le febbri causano allucinazioni.
Né si può negare che l’intera storia possa forse essere un’allucinazione febbrile. All’inizio del racconto ci viene detto che i casi di malaria aumentano, e i medicinali necessari non arrivano; forse anche il medico ha contratto la febbre, e quello che ci racconta altro non è che un delirio, una trasfigurazione.
In questa interpretazione "autentica", ho usato molti forse.
In effetti, io non conosco la verità, e dubito anzi che ce ne sia una, di verità – che siano invece molte, è probabile, e forse le conoscete voi (mi piacerebbe che le raccontaste).
E credo anche, ma è quello che vi domando – a voi scriventi, testuanti, scrittori addirittura, se passate da queste parti - che ci sia sempre molto di non detto, nelle scritture, e non solo per reticenza, ma per impossibilità, e perché esistono, nelle storie, cancelli che racchiudono sempre nuove domande.
Proprio come per il giardino, di quei cancelli non chi scrive, ma altri hanno le chiavi.
Per conoscere, per comprendere, per avere risposta, non resta che sperare il lettore.