Un viaggio
Vivere – sapere di esser vivi, è una malattia da cui col tempo si guarisce, salvo complicazioni. Appena adeguati anticorpi si producono, allora non si soffre molto più, e ci si può lasciar trascorrere.
Oggi inseguo una dolorosa ricaduta.
Ricordo com’era, a quei tempi. Ricordo lui, laterale e obliquo, sempre un po’ in ritardo su se stesso, come se volesse lasciarsi precedere per vederne l’effetto alla distanza giusta.
Ricordo la sua poesia ruvida, la sua poesia opponibile come un sesto dito, i versi raccolti nei vicoli urbani.
Cercavamo una strada, allora. Lui era una strada, e volevamo percorrerlo, volevamo viaggiarlo.
Forse era troppo, e un giorno imprevisto finì.
Tutto, ma per gradi.
Prima la sua poesia, ora muta, e non una riga sola scrisse più. Poi lui, la sua storia, e anche un po’ le nostre, scomparse e come in fuga.
Sono passati forse dieci anni, forse dieci vite. Ma, nonostante la distanza disarmata che ci separa, lo riconosco, qui, adesso.
E’ più magro, più indifeso e vinto.
Ma non si nega allo sguardo, non si sottrae alla domanda.
Perché, voglio sapere, perché è finito tutto, perché non hai scritto più, perché.
Mi afferra le mani entrambe, e le posa sul suo viso, e preme.
Cosa senti, chiede, cosa senti ora.
Pelle e carne e sangue.
Quello che senti, risponde, è un uomo. L’arte è menzogna, non può esser vera mai.
Torniamo, gli dico, adesso.
Dove, chiede.
Indietro.
Sorride piano, distante.
Ho la macchina. Torniamo dove tutto è cominciato. Partiamo ora, attraversiamo la notte e le strade e domani il giorno sarà nuovo, e nuovi noi.
Partiamo, dice, ma non si può tornare, non si può tornare mai.
Seduto al fianco, beve un vino da niente mentre seguo l’asfalto anabbagliante.
E’ un vino nemico, che ferisce e toglie collera.
Alla fine della bottiglia lo vedo con la testa abbandonata sul petto, che ondeggia a ogni curva come un metronomo di lentezza irregolare. La curva s’insegue a destra, il metronomo cede a sinistra, uguale e contrario, per poi rammentare la sua verticalità appena prima di un irrevocabile disequilibrio.
Ascolto.
Confuso con l’inerzia del motore, la sua voce densa di alcool e di esistenze prende giri, s’inerpica partendo da dimenticate lontananze, si fa ritmo.
Con gli occhi sulla strada in movimento e buia, mi avvicino alla testa reclinata per sentire.
Poesia.
La sua poesia.
Versi nuovi, parole udite mai, limate in cartavetro.
Dopo aver atteso così a lungo, ora tutto ha un nuovo inizio.
Le parole non devono essere perdute, voglio fermarmi, voglio scrivere tutto prima di dimenticare.
Ma appena rallento, e più muta si fa la voce del motore, anche il suo ritmo collassa e muore.
No, non così, non finire così, non un’altra volta ancora.
Riprendo velocità e spinta, ritorna il rumore come di fiume che passa sotto i nostri piedi.
E di nuovo le parole, di nuovo nuova poesia, a fiotti.
Continuo a guidare, e cerco una penna nelle tasche disordinate.
Approssimo ancora l’orecchio alla sua bocca per raccogliere come una rete le parole, e scrivo veloce i versi sul dorso della mano. Pochi segni – ma quelli, almeno, che restino un po’.
Fermati, dice, sollevando di un niente la testa ombelicale. Fermati, devo scendere.
Vuoi scrivere, gli chiedo mentre accosto.
Devo vomitare, e scende senza guardarmi.
Si allontana di qualche passo nel campo a bordo strada, finché intorno e dietro lui non è di nuovo tutto nero e fermo.
Scendo anch’io, siedo sul cofano ad aspettare.
Cerco con lo sguardo dentro al nero, ma non si vede nulla – poeti, città, eoni.
Accendo una sigaretta, la prima del pacchetto, e attendo.
Sono in mezzo a un nulla sconosciuto e grande.
Ho freddo e ibride stanchezze che non so.
Cerco risposte in un’altra sigaretta.
Alla fine, il pacchetto è vuoto, butto l’ultimo mozzicone via.
L’aria s’inturgida di mattino presto.
Inizio il passo e attraverso il campo a bordo strada, il campo di molti acri, ma ho paura di sapere.
Mi arresto.
Ritorno indietro sugli esatti passi, attento a non lasciare un’orma in più al terreno esausto.
Salgo in macchina e avvio il motore, ma non so più in quale direzione, e se sia partenza o un ritorno.
Domani, domani guarirò, oggi voglio scegliermi malato.
Sul dorso della mano che regge il volante, poche parole di un inchiostro che sbiadisce:
Ho scarpe slacciate
e certi arrivi d’ammirare.
La malinconia
l’ha sempre vinta lei. *
(*) versi di Arsenio Bravuomo, collezione privata via sms