URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, marzo 07, 2005

La caduta

Del nome che mi deste così troppo tempo fa non ricordo quasi più, solo ne restituisce il suono qualche notte a spirale, quando s’avvolgono a doppia elica certe danze di volti ormai lontani e di stagioni.
Allora per qualche istante so chi sono, e chi ero e fui. Dono grande è non trattenere la memoria, ma scordarla; così un uomo si separa dall’aria che espira - l’aria prima era vita, ora gli è veleno.
E quando si ravvicina il ricordo di me, fuggo allora per non farmi ritrovare.
Quel che sono stato altrove in scordate vite me lo dicono i tagli sulle mani e la pelle dura, e il sapore in bocca ancor di malta e calcestruzzo.
Ora è un’altra fuga, un’altra identità.
Mai alla luce qui ho visto la città, clandestino al giorno e di notte per due soldi a pulir latrine e corridoi al chiarore elettrico della metropolitana, in mezzo a odori e al disprezzo.
E’ quello che ho scelto, è quello che ho voluto.
Risalgo a lavoro terminato che la notte ancora è fresca, e cammino la città.
E’ così che mi piace conoscerne le vie, vuote di ogni cosa fuorché dell’essenziale – sogni sovrapposti, e voci rade.
Raccolgo solo un foglio di giornale, si avverte ancora il calore della mano che lo gettò, e la sua storia, e di come quell’amico lo tradì.
Sul muro una scritta che non c’era giura che il mondo può cambiare, e c’è un domani.
Nell’ultimo fumo di una sigaretta, il cuore stretto perché all’appuntamento non verrà, e lui che dice questa volta basta con l’amore.
Dietro poca luce, la finestra di chi veglia nuova vita troppo debole ancora.
Più avanti, la penna sulla lettera finita mai, mancò il coraggio di dire quella lieve verità, e due vite si consumeranno con inutile rancore.
Risalgo infine quelle strade di collina che prolungano al cielo un vecchio caseggiato.
Dal tetto, in lontananza vedo tutta la città, la sento sussurrare, passare miele su ferite nuove e lenir le antiche.
Il suo profilo di animale addormentato, di bestia grande e viva, e l’alone di solfuro che respira; sul tetto umido e sconnesso sento la fatica che riposa, vedo il progetto certamente vano di domani - ma non si arrende, la città, all’inevitabile sconfitta.
Una lotta che non ha speranza è tutto quello che io chiedo, la voluttà dell’essere perduti e senza scampo, e il bisogno nonostante questo di esser vivi.
Io voglio tutto questo, e non lo posso, solo mi è concesso di invidiare da lontano quei destini, di affiancarli nelle risse tra ubriachi, d’inseguirli lungo incerti bassifondi, imitarli, fingendo di credere all’illusione di esser come loro.
Ci pensaste felici, il nome in dono a noi portaste di beati, non sapendo che l’eternità è una condanna greve, seppure senza colpa.
Non sapete che gli dei darebbero la propria vita, se ne avessero una – una sola, per patir la conoscenza del terribile, per sapere dell’attimo dove tutto ha fine, dove tutto ha finalmente inizio e senso, e per essere irrevocabilmente voi.


affrancato e spedito da Effe | 09:41 | commenti (28)

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