URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, marzo 14, 2005

Vite Veloci

La prima volta che nacque, comprese da subito che la vita non sarebbe bastata a colmare lo svantaggio.
Con occhi aperti bene osservava la disposizione degli eventi intorno a sé. Il suo destino lo attendeva: non l’avrebbe evitato.
La prima volta che masticò violenza, aveva sapore di sangue e di amarene, e della discarica di banlieue estrema dove lo buttarono dopo averlo usato e abusato.
Camminò a stento fino a casa, lungo strade sbagliate per non incontrare nessuno che gli leggesse negli occhi e nel futuro. Dietro l’angolo consueto, la casa grigia distinta appena sullo sfondo, e gli odori di vite e di umido alle finestre.
Voltò le spalle a se stesso e alla casa, e non tornò mai più.
Dormì per quella notte all’incertezza di un portone scorticato. L’indomani aveva già lasciato l’angolo ancora caldo del suo poco sonno; sapeva cosa avrebbe fatto.
La prima volta che scoprì il silenzio, lo inchiodarono domande a cui non diede risposta, negando di avere un passato. In una nuova città, e diversa, decise di nascere da quel momento in poi, e scordò quello che era stato, non parlandone mai a mezza voce nemmeno.
La prima volta che spezzò la rabbia, con la mano stringendo un mattone cavo colpì alla testa il padrone del cantiere dove aveva pianto sudore e malta, perché ora gli negava i pochi franchi che aveva guadagnato.
Con il sangue leggero sulle mani, dalle sue tasche prese quanto pattuito, nemmeno un franco in più.
La prima volta che strinse le sbarre, non era stato abbastanza veloce a far partire l’auto dopo averla aperta con bestemmie e fil di ferro.
Lo educò il carcere a un’attenzione più scaltra, e a nessuna fiducia nel sorriso.
La prima volta che tradì un amico fu per sopravvivergli e resistere ancora.
Guardò la tristezza dell’altro e la sua propria, e quando l’ebbe sofferta a lungo, comprese di non avere più legami né ritorni, nessun bisogno di alcuno, e alcuna libertà.
La prima volta che comprò allegria, fu insieme a persone conosciute mai e ai loro vestiti con le pieghe piene di polvere e fatica, nell’odore di sidro e dopobarba a poco prezzo entrambi, al tavolo d’osteria; fu al riparo di una notte che avrebbe voluto non finisse mai.
La prima volta che perse l’amore fu in fondo a un vicolo e a una colpa.
Non fece nulla per trattenerlo ancora, e quanto più lo perdeva, tanto più sapeva che era l’ultimo, e il primo.
La prima volta che toccò la morte, fu in quella identica discarica di banlieue, ma a terra c’erano adesso loro, dopo tanti anni.
La sua vita di prima era venuta a chiedere conto di un’improvvisa urgenza. Ora non c’erano più le voci, né dentro né fuori la sua testa.
Loro dovevano pagare un prezzo, lui doveva ancora regolare il suo.
La prima volta che morì lui stesso, non fu per quella curva non centripeta, ma per un improvviso sogno che lo trafisse, rapido e freddo, e finalmente lieve.
La prima volta che incontrò Dio, si abbassò il cappello sugli occhi, accese all’angolo della bocca un piega amara, e si preparò, solido e ostinato, divaricando le gambe appena.
"Fatti sotto, straniero".
Non si sa chi dei due fu a dirlo.


affrancato e spedito da Effe | 00:17 | commenti (35)

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