URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, marzo 16, 2005

Lima come non l'ha mai vista


- Calle Ochàn tra venti minuti - risponde la voce senza corpo della Compagnia di Taxi di Lima.
Nonostante la prevedibile attesa, scendo ugualmente in strada, a confondermi nell’aria fresca di Miraflores.
Nemmeno il tempo di accendere una sigaretta, e un taxi di epoca presumibilmente anteriore a quella dell’invenzione dell’automobile stronfia contromano a offesa del senso unico di calle Ochàn.
A un passo da me, la portiera posteriore si apre, liberando una merengue prima compressa tra i sedili leopardati.
Il sorriso del tassista s’insinua con barlume d’oro attraverso folti baffi che spiovono sul viso tondo.
Entro nella vettura, mentre il mio istinto di sopravvivenza si dissocia e resta in strada.
L’autista non ha occhi.
Intendo: il taxi non ha specchietto retrovisore, luogo dell’incrocio consueto di sguardi.
- Plaza San Martìn, el Teatro - dico sudando il mio faticoso spagnolo.
– Italiano, eh? Ho lavorato per più di un anno, in Italia. A Bardolino. Conosce Bardolino, señor?
Inindovinabili i destini delle persone, che li conducono attraverso oceani e mondi fino a un punto invisibile dell’universo chiamato Bardolino.
Osservo l’abitacolo. Non ci sono le insegne della Compagnia di Taxi di Lima.
– Come ha fatto ad arrivare prima di loro? – domando.
– Vede – risponde – è per via di mio cugino Batista. Lui lavora alla Compagnia, e mi passa qualche soffiata. "Augustin", mi dice, "c’è una chiamata da calle Ochàn", e io vado.
- Abusivo, eh?
– Lo siamo tutti, su questa terra, occupando posti che potrebbero essere d’altri.
– A proposito di altri, non è che ora potrebbe girare la macchina nell’altro senso, che così siamo contromano?
– In questo modo facciamo prima, señor. Non ci sono code – ridacchia.
- Potrebbe essere pericoloso.
– Lei ci protegge – risponde accarezzando una statuina dell’irrisoria altezza di quaranta centimetri, posizionata al posto del tassametro.
– Bella – commento distratto.
– E’ la Vergine di Guadalupe. Se le interessa – propone Augustin, girandosi improvvisamente verso di me, con occhi e mani e tutto, mentre il taxi viaggia con il pilota automatico.
– Attento! - grido.
– Non si preoccupi, señor, la macchina conosce la strada – risponde, riprendendo il posto di guida; la vettura, in risposta, soffia fusa sincopate a tre cilindri.
– Se le interessa, dicevo, gliene posso procurare un paio. Autentico artigianato locale. Le fa mio cugino Batista.
– Un altro cugino con lo stesso nome?
– Sempre quello di prima. Alla Compagnia non è proprio assunto regolarmente, e così si arrangia con diversi lavoretti. Libero imprenditore, diciamo.
– Anche lei fa un secondo lavoro? – chiedo, mentre l’automobile gira a destra, finalmente allineandosi al senso di marcia unanimemente riconosciuto.
– Neanche per idea, señor. Nella vita due cose sono importanti: la salute e il lavoro. Io, grazie alla Vergine, godo di ottima salute; se qualcuno volesse lavorare al posto mio, ne sarei ben felice. Ecco, siamo arrivati.
– Come, arrivati? Le avevo detto plaza San Martìn.
– Intendevo dire che siamo arrivati al caffè di tia Julia. E’ l’ora della pausa.
– Quale pausa?
– La mia, señor. E, necessariamente, anche la sua. Tanto, il taxi della Compagnia avrebbe dovuto aspettarlo venti minuti, no? Impiegarne cinque per il miglior caffè di Lima non la farà arrivare in ritardo. Mi segua.
Dopo un istante di smarrimento, non posso far altro che scendere dalla vettura e sedermi al tavolino in plastica di un chioschetto.
– Offre lei, naturalmente – mi dice ridendo Augustin, di fronte alle tazzine che ci vengono servite.
Il caffè è nero e ostinato, lo zucchero grezzo resta a galla come un atollo. L’odore è violento e caldo.
Augustin si accende un cigarillo dalle venature verdognole.
– Guatemalteco – dice, indicando il sigaretto, - ne vuole?
Pronuncia guatemalteco soffermandosi a lungo sulla elle, come se avesse incontrato un ostacolo, e poi dice teco in fretta, come rotolando lungo una discesa.
– No, grazie – rispondo, tirando fuori il pacchetto delle Nazionali senza filtro – io solo italiane.
Pronuncio italiane soffermandomi anch’io sulla elle, e poi precipitando il resto della parola.
Ridiamo entrambi di un’allegria ingenua e rilassata.
Osservo che Augustin ha la scarpa destra slacciata. Glielo faccio notare.
– Sì, señor, ne allaccio sempre solo una. E per un’economia del gesto. In questo modo risparmio metà del tempo, al mattino, quando infilo le scarpe, e l‘altra metà la risparmio alla sera, quando le sfilo. Ha idea, nel corso di un’intera vita di disciplina, quanti minuti preziosi si risparmiano, in questo modo, invece di sprecarli in attività del tutto inutili come quella di allacciarsi le scarpe?
– E cosa fa, nel tempo che risparmia?
– Nada. Mi riposo dallo sforzo che non ho fatto. Dall’idea dello sforzo, comprende?
– Ma comunque è pericoloso, potrebbe inciampare e farsi male.
- Piuttosto che perdere tempo a piegarmi adesso per legarmi la scarpa, preferisco correre il rischio non immediato di inciampare; in quel caso, mi troverò a livello scarpa senza aver fatto alcuno sforzo, e allora, forse… Ma mi scusi, adesso devo fare una telefonata.
Si allontana di qualche passo, fino a una vecchia cabina telefonica all’angolo della strada. Torna dopo pochi minuti.
– Mia moglie per cena prepara i peperoni al forno ripieni di carne tritata e hierba aromatica. I suoi peperoni sono la vera attrattiva turistica di Lima. Venga anche lei, questa sera, sarà mio ospite.
– Ah, no, la ringrazio, ma questa sera non…
- Guardi – m'interrompe mostrando una fila di foto ripiegata a fisarmonica che trae dalla tasca dei pantaloni – questa è Ana, mia moglie, E questi sono i miei figli: Pablo Ignacio, Victor Ignacio, Osvaldo Ignacio e Carlos, il più piccolo.
Osservo la foto dell’ultimogenito, biondo e riccio in mezzo ai fratelli olivastri.
– Perché il suo ultimo non si chiama anche lui Ignacioqualcosa, come gli altri? - chiedo.
– Carlito è nato nel 1999.
– E allora?
– A quell’epoca, io lavoravo in Italia già da più di un anno, e non ero mai tornato a Lima nel frattempo.
Fa una smorfia che, coperta dai baffoni, potrebbe essere un sorriso.
– E’ il mio preferito, questo hijo de puta.
Imbarazzato, osservo l’orologio. E’ già passata mezzora dal nostro arrivo al chiosco.
– Scusi, ma quanto dura la sua pausa?
- La pausa? Oh, quella è terminata circa venti minuti fa. E da allora il mio tassametro personale ha ripreso a correre.
– Cosa? Vuol dire che io, questi minuti, li sto pagando?
– Be’, certo , io son qui per lavorare, señor. Lei aveva voglia di chiacchierare, e io accontento sempre il cliente.
– Allora il cliente adesso vuole andare – rispondo piccato.
Il resto del percorso è silenzioso, come può esserlo un viaggio nel traffico d’inferno di Lima.
Finalmente arriviamo in plaza San Martìn. Scendo avanti al Teatro.
Strano, non c’è la folla d’ordinanza di ogni teatro, davanti alle porte.
Mi avvicino. Un cartello comunica che la rappresentazione odierna è annullata, causa sciopero delle maestranze.
– E’ da sette anni che non rinnovano il contratto – mi informa Augustin, che mi ha raggiunto.
- Come, lei lo sapeva, dello sciopero?
– Me l’ha detto mio cugino Batista. Lavora anche in teatro, come figurante.
– E perché non me l’ha detto?
– E perché non me l’ha chiesto? E poi, oggi a Lima scioperano un po’ tutti, non sa quello che sta succedendo nel Paese?
In effetti, sono qui solo di passaggio, nel mio giro per affari. Di solito, delle città in cui mi fermo conosco solo aeroporti, alberghi di lusso e qualche teatro.
Accendo una sigaretta distratta.
- C’è qualcuno che l’aspetta, questa sera? – domanda Augustin seduto sul cofano dell’automobile, mentre io resto ancora fermo davanti al cartello.
– No, non conosco nessuno, qui.
–E allora venga con me. Gliel’ho detto, i peperoni di mia moglie non si possono perdere. Venga. Mangeremo, parleremo, metteremo qualche vecchio disco. Le presenterò Carlito. Ci sarà anche mio cugino Batista, che stasera non lavora per via dello sciopero dei netturbini.
– Non vorrei disturbare.
– Macché, quando ho telefonato dal chiosco ho avvertito mia moglie di apparecchiare per una persona in più.
Augustin si liscia i baffoni.
Gli sorrido.
- Peperoni e merengue? - propongo.
– Peperoni y merengue, señor. E Lima come non l’ha mai vista.


affrancato e spedito da Effe | 10:44 | commenti (32)

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