URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, marzo 30, 2005

Sorte di un commesso viaggiatore

Si era appena da un po’ fatto buio, e già così rischiariva.
Il cielo.
Il giorno.
Doveva essersi addormentato sullo scrittoio, mentre controllava gli ultimi contratti firmati.
Versò l’acqua dalla brocca, immergendo interamente la faccia nell’oceano miniato del catino.
Aprì gli occhi per qualche istante sotto la superficie del piccolo universo smaltato e bianco, con una crepa sul fondo dai contorni di veliero affondato.
Il mondo di minimi fondali durò finché trattenne il respiro.
Riemerso alla superficie, osservò intorno con sguardo di pioggia.
Una stanza come le altre, una locanda come infinite prima, e dopo.
E il cielo.
E il giorno.
Si vestì con abiti e faccia da commerciante, lasciandosi dietro la stanza intatta.
La penombra non si era ancora arresa, nel corridoio che sapeva di sego e liscivia.
Poi, una voce.
Un’altra.
Due voci, una contro l’altra.
Dalla camera di fonte alla sua.
Una lite come tante. In un giorno come tanti.
Un uomo. Una donna.
Un amore forse immaginato in fretta nella notte.
Uscì dalla locanda. Il giorno si spandeva liquido sui marciapiedi, sospinto a largo raggio dalla scopa in saggina di uno spazzino.
Appena qualche carrozza ferma agli angoli di strada, una vettura a motore, i lampioni a gas ancora accesi.
Qualcuno doveva dare inerzia alla giornata; lo fece lui con passo veloce e rapidi pensieri.
Verso l’ora di pranzo rientrò alla locanda dal giro d’affari. Una commissione perduta, due contratti rinnovati a nuove e più onerose condizioni.
Segnò sul taccuino il bilancio. Della sua vita, anche. Non ne lesse la somma, così come non faceva mai.
Dalla stanza di fronte le due voci ancora s’alzarono di parole e tono, e lui l’accusava, certamente l’accusava, e lei negava, giurava sulla vita che no, che non era vero, che non l’avrebbe fatto mai, Non ti credo, Uccidimi, e crederai alla mia morte, se non vuoi credere alla vita.
Socchiuse la porta, lasciando sfuggire una nuvola di luce polverosa dalla sua camera verso il corridoio quasi oscuro.
Le voci erano cessate, e le accuse, e i giuramenti anche.
La locanda era la solita locanda, e il corridoio, e il silenzio.
Ore più tardi, mentre gli servivano una cena fredda sullo scrittoio, domandò alla cameriera notizie della camera di fronte.
E’ vuota, signore, Ma non è possibile, ho sentito le voci, Forse provenivano dalla strada, signore, non c’è che lei alla locanda, siamo così fuori stagione, la città si popolerà solo con la Fiera, tra due mesi, e allora non si troverà nemmeno più un posto per dormire, e la locanda sarà piena di mercanti, e di voci, certo, anche di voci, ma tra due mesi, signore, adesso no, non c’è nessuno, solo lei.
Le lettere d’incarico, gli ordinativi e il resto della corrispondenza li chiuse nel piccolo baule da viaggio.
Il treno partiva l’indomani, un attimo appena prima dell’alba.
Un treno qualsiasi, diretto verso sud, verso nord, verso una città qualunque, uguale alle altre, le stesse strade, lo stesso cielo.
E i giorni.
Si crocefisse sul letto a prima sera, e sognò che stava sognando.
Il sogno era velato, come per una febbre fredda e senza brividi.
Lo svegliò da lontano la consapevolezza del vuoto.
Cercò nel ricordo il motivo del vuoto, ma ogni memoria era intatta e millesimata.
Verificò allora che non si trattasse di un vuoto di sentimento, ma ogni senso e ogni sensazione era presente e pronta per la partenza a breve.
La presenza del vuoto era così densa che si faceva fatica a respirare e a deglutire.
Guardò alla poca luce del lume a olio il suo orologio da tasca: le quattro meno dieci.
Comprese allora subito: per i vicoli, sui tetti e nella stanza, il vuoto era l’assenza dei rintocchi dalla torre dell’orologio.
Ne era certo.
Non dormiva mai così profondamente da non riuscire a contare ogni ora notturna al suono delle campane.
Non aveva bisogno di sveglia. All’ora prefissata, contava nel sonno il numero dei rintocchi, e si ridestava.
Ma quella notte era vuota di campane, e di rintocchi, e di ore.
Mentre stringeva il suo orologio, due voci all’abbrivio fecero lenta rotta verso di lui, fino a bordeggiarlo.
Impiegò ben più di un istante per comprendere che le voci non erano nel sogno di prima, o nel vuoto della strada, ma ancora una volta nella stanza di fronte.
Si liberò dal letto già estraneo, affrontando con il lume il buio del corridoio.
Se non vuoi uccidermi tu, allora lo farò io, se solo questo è il modo, Cosa fai, posa lo specchio, Mi taglierò i polsi con questo vetro, li taglierò, ma sei tu a tagliarli, perché mi accusi e non mi credi, Io non posso crederti, Non vuoi, Non posso.
Il rumore del vetro in frantumi, le voci tese e dolenti.
Bussò alla porta della stanza, Cosa succede, fermatevi, venga qualcuno, bisogna aprire la porta.
Nessuno rispondeva, il solito silenzio del corridoio, la solita locanda, una notte come tutte le altre.
Le voci s’inseguivano da una parte all’altra della stanza, si dibattevano, Ferma, non lo fare, Troppo tardi, ormai, dimmi che mi perdoni, dimmi che mi credi, lo giuro su questo sangue, Non posso crederti, Nemmeno ora, Nemmeno ora, né mai più.
Colpì la debole porta con colpi urgenti di spalla, finché non saltò la serratura sottile.
Svelata e arresa, la stanza era del tutto vuota.
Nessuna voce, nessun arredo, chiuse le imposte alla polvere e al buio.
Lungo i vicoli, appena oltre il muro, rotolarono quattro rintocchi di campana.
Al centro del pavimento nudo, il lume a olio scivolava su uno specchio in lucidi frantumi.


affrancato e spedito da Effe | 09:12 | commenti (32)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
Blog Aggregator 3.3 - The Filter

 

 

dipinto da buba