seconda edizione riveduta e ampliata
L'Agrimensore
Al villaggio giunse silenzioso come un destino e, come il destino, ugualmente inaspettato.
Attraversando i campi sotto luna bassa e prime nevi, non svegliò al suo passaggio i cani a guardia delle izbe e gli uccelli che sigillavano la notte.
Nelle case di legno rischiarate dalla poca luce gialla sotto le icone, i contadini dormivano su panche e tavole ai piedi delle stufe, sognando altre vite.
Si addentrò tra case e fienili, osservando e non veduto.
Bussò infine alla porta dello starosta, che gli aprì di malavoglia.
Il capo del villaggio gli domandò chi fosse, con voce di sonno e vodka.
Arkadij Semionovic Kirsanov, rispose soltanto, consegnando la lettera con le credenziali.
Arkadij Semionovic – ripeté quegli, dopo aver riconosciuto il timbro governatoriale - non vi attendevamo che dopo il disgelo, mi trovate impreparato.
Meglio così. Ospitatemi per la notte, domani mi troverete un’altra sistemazione.
Inizierete subito il lavoro?
Subito. Avrò bisogno del vostro aiuto.
Naturalmente, Arkadij Semionovic.
La porta chiuse fuori il freddo delle ultime ore notturne.
Di primo mattino, l’Agrimensore iniziò a percorrere insieme allo starosta i fondi che costituivano la contrada, fermandosi a lunghi intervalli per sistemare gli strumenti per le misurazioni.
Di ogni contadino che veniva a rendere il saluto domandava nome e patronimico e vita, e se aveva figli, e quanti, e se in salute, e se beveva o picchiava la moglie o il padre, e se era mai stato in prigione, e perché, e quanto era timorato di Dio.
Per l’intera settimana camminò, misurò, domandò.
Quando lo starosta lo invitava a entrare in qualche izba per riscaldarsi e prendere un tè, o del pane e cetrioli per accompagnare la vodka, rispondeva che non c’era tempo, che occorreva fare tutto nei tempi giusti.
Ogni sera, poi, di fianco alla stufa, annotava sui libri certi strani numeri obliqui che incolonnavano calcoli.
Le molte verste percorse a piedi e i tanti sguardi e le mani a levar cappelli, e la finzione - tutto lo aveva estenuato.
Ma ormai era al compimento dell’incarico.
L’ultima sera, dopo aver percorso i fondi più lontani dal villaggio e incontrato gli ultimi contadini, mise in fila i libri con i numeri.
C’era tutto.
Tutto era stato misurato.
Il peso dei peccati di tutta quella gente, le speranze e i pochi rimorsi, e l’impossibile fiducia nel futuro.
Dopo molti giorni, aveva ora terminato il censimento e l’estimo di quelle anime, che appartenevano al Padrone dei fondi non meno che le stesse terre.
Rifece i conti con cura per tutta la notte, perché non ci fosse errore là dove non doveva esserci.
Ancor prima del mattino, ogni misurazione era terminata, controllati i rilevamenti, ed esatti i calcoli.
Di tutti, nessuno.
Di tutti loro, nessuno poteva essere salvato, secondo le regole del suo incarico. Alla fine delle somme, il risultato non prevedeva appello.
Pensò ai contadini. Rivide i loro volti, e gli occhi, e le mani, e sentì ancora l’odore attaccato ai loro vestiti.
Ricordò le fatiche, le brevi speranze prima della sconfitta, le debolezze ostentate e la poca forza dimenticata.
Pensò che le somme sui libri, invece non avevano volti e occhi, né debolezze, e soprattutto non conoscevano odore.
Non vivevano.
Impilò in ordine i libri con i numeri del passato e del futuro, spingendoli al centro della fiamma che teneva desto il samovar.
Presto avvampò il fuoco, rendendo nuvole azzurre le righe d’inchiostro sulle pagine che abbrunivano cancellando colpe e peccati.
Cosa sarebbe avvenuto di loro e di lui, ora, non sapeva.
L’Agrimensore lasciò il villaggio alla prima ora, come si conviene a un destino che è stato mutato.
Non aveva con sé che poche cose non indispensabili, e una piccola verità.