Le corps
D’altra parte l’idea non era poi così bizzarra, a voler essere sinceri.
Per dirla tutta, il fatto d’accompagnarsi sempre al proprio corpo era più una consuetudine che una reale necessità. Il corpo è qualcosa che ci si trova addosso a causa di un mero accidente, e si continua a indossarlo per indolenza e non per autentica scelta.
Quel mattino si alzò pertanto in silenzio ma con movimento rapido come uno strappo, lasciando il proprio corpo ancora addormentato nel lettuccio della camera ammobiliata.
Si sentì subito ricco di una felicità leggera.
Sull’omnibus che lo trasportava al lavoro d’impiegato statale non dovette premere la solita calca, né farsi largo tra consimili ottusi per poter scendere regolarmente alla fine del viale, anziché a tre fermate dopo la sua, com’era consuetudine.
Camminò veloce sotto una pioggina che non lo bagnava, e si lasciò ingoiare dal grande portone del palazzo municipale.
I colleghi, invero, lo guardarono per qualche istante a giudicare di quale eccentricità si fosse macchiato. Ma si sa, gli impiegati pubblici sono ben avvezzi a ogni genere di stranezze, e di lì a poco tornarono a occuparsi delle loro faccende.
Anche lui si immerse nel lavoro, trovandolo meno pesante del solito. Ogni tanto sorrideva tra sé, o a qualche eventuale cittadino che capitava per errore nel suo ufficio.
– No, i permessi per aprire un esercizio di barbitonsore si richiedono al piano di sotto, corridoio tre, sezione decima, stanza diciotto. Buona giornata.
Il cittadino restava per un momento con il cappello in mano, chiedendosi se fosse corretto ringraziare e salutare un impiegato privo di corpo, poi si allontanava bofonchiando.
Nel tardo pomeriggio rientrò a casa, godendo di una lunga passeggiata tra i tigli. Entrato nella camera, subito lo colse un senso di privazione: guardò bene intorno, e si rese conto che il suo corpo non c’era più.
Il letto era stato ordinatamente rifatto e i cuscini sprimacciati. L’intera stanza appariva in bell’ordine, ma in quest’ordine non era al proprio posto qualcosa che invece avrebbe dovuto necessariamente esserci. Andò subito dall’affittacamere a domandare spiegazioni.
– Signora, le risulta che io sia uscito?
– Sì, certo che è uscito. Sarà stato verso l’ora di pranzo, se ben ricordo.
– E sa anche dove sono andato?
– Mi ha detto che sarebbe andato alla solita caffetteria lungo il fiume.
Questo non era previsto.
Lui senza il suo corpo, d’accordo, poteva essere, ma il suo corpo senza di lui, ebbene, questo che senso aveva?
Dove se n’era andato? E perché, poi, e con quale diritto?
Si recò allora alla caffetteria. Il suo corpo doveva tornare a casa con lui, su questo non c’erano dubbi. Avrebbero parlato e messo in chiaro ogni cosa. Non si era mai visto, in verità, un corpo che se ne andasse in giro da solo in questo modo sconveniente. Cosa avrebbe detto ora di lui, la gente?
Alla caffetteria, però, il corpo non c’era.
Domandò allora al vecchio cameriere che da anni strascicava i calli intorno ai tavolini all’aperto.
– Sì, signore, è stato qui all’ora di pranzo. Ha mangiato ben più del solito, con soddisfazione dello chef. E non ha pagato, se posso permettermi.
Dopo aver saldato il debito, non senza una lauta mancia per assicurarsi un’opportuna amnesia del cameriere, iniziò a cercare il corpo nelle vie e nei locali che erano soliti frequentare insieme.
Del corpo, però, sembrava essersi persa ogni traccia.
Tornò a tarda ora alla cameretta, più per convenienza che per altro; pur avendo camminato tutta la sera, infatti, non sentiva alcuna stanchezza.
Dopo aver passato la notte insonne ad attendere il ritorno del corpo, decise al mattino che la faccenda doveva esser sistemata definitivamente, prima che giungesse a orecchie sbagliate.
Telefonò al lavoro per comunicare la sua assenza per quel giorno, adducendo a giustificazione una leggera infreddatura presa a causa dell’acquerugiola del giorno precedente.
– Per così poco?, commentò sarcastico il capufficio, Non abbiamo più il fisico di una volta, eh?
– In effetti, rispose riagganciando.
Uscì di casa con le idee finalmente chiare: l’unico luogo dove il corpo poteva aver passato la notte era da Marie, la sua fidanzata – sua, sì, ma solo un quarto d’ora per volta, che nelle ore restanti era la fidanzata anche di altri, bastava prenotarsi con un minimo di anticipo.
Suonò il suo campanello che erano appena le sette.
- Ma non sei ancora partito? chiese Marie, aprendogli con un broncio delizioso.
– Partito per dove?
– Per il Midì. Sbrigati, il tuo treno parte tra mezz’ora.
Prese al volo un omnibus che sembrava arrancare con volontaria lentezza. Giunto alla stazione, prese subito a cercare il corpo tra centinaia di viaggiatori, ciascuno regolarmente dotato di valigia e corpo propri.
Alle sette e trenta in punto, una locomotiva sibilò a tutti un vaporoso addio, coinvolgendo nel proprio movimento una breve e restia fila di vagoni.
Fu allora che lo vide.
Seduto accanto al finestrino, il suo corpo leggeva il giornale del mattino, trattenendo tra i denti un bocchino d’osso e oro con sigaretta in resta.
Correndo al fianco del treno che prendeva velocità, bussò ripetutamente al finestrino, chiamando il suo corpo a gran voce.
Ma quello non mostrava di avvedersene, immerso com’era nella lettura del quotidiano.
Solo all’ultimo, un attimo prima che il treno uscisse dalla stazione, gli sembrò che sorridesse, ma forse stava solo aspirando dal bocchino.
Si fermò alla fine della banchina, nell’impossibilità di seguire oltre il convoglio. Se avesse avuto ancora un corpo, sarebbe stato certamente sudato e sfinito per la corsa.
Un ferroviere gli si avvicinò, tendendogli una busta.
– E’ per voi, credo. In effetti, corrispondete perfettamente alla descrizione. Tenete. E, signore, mi è stata promessa una mancia adeguata, sapete.
Messa una moneta da un franco nel palmo teso, aprì la busta lacerandola.
Sul foglio, la sua grafia aveva scritto i versi del poeta:
E se il corpo non fosse l’anima,
l’anima cosa sarebbe?
– E’ una calunnia, maledetto! gridò verso i binari.
Ma il treno si era già perso oltre le ultime case, e il fumo della vaporiera aveva un colore distante.