URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, giugno 01, 2005

Se quel bloggér io fossi

Intendo: se io gestissi un blog letterario, riconosciuto come mediatore di cultura, non recensirei libri editi o comunque facilmente reperibili.
Per quello ci sono già i media tradizionali o il libraio di fiducia.
Il blog, dico, deve andare oltre, laddove gli altri non osano. Deve saper definire, rispetto ad altri percorsi, nuovi riferimenti.
Io, verosimilmente, recensirei solo libri rifiutati dagli editori, libri che per misteriosi motivi i lettori non leggeranno mai, libri che forse non sono mai stati neppure scritti (questi ultimi, senza dubbio, i migliori).
E allora mi piace segnalare un’operazione realizzata dalla rivista Margini che, nel numero 1, tra le altre cose, riporta alcuni brani tratti dal romanzo Die Brükevom goldenen Horn (Kiepnheuer & Witsch, Köln 1988) di Emine Sevgi Özdamar, nata in Turchia ed emigrata in Germania negli anni settanta per motivi politici.
Il libro – che dall’assaggio ritengo delizioso – è inedito in Italia (perché le nostre Case Editrici, loro sì che)

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Vivevo con molte donne in un Frauenwohnheim [pensionato femminile], wonaym dicevamo noi. Lavoravamo tutte in una fabbrica di radio. Ognuna di noi, mentre lavorava, doveva tenere una lente d’ingrandimento sull’occhio destro. Anche quando tornavamo al wonaym, la sera, ci guardavamo o guardavamo le patate che pelavamo, con l’occhio destro. Un bottone saltava, le donne cucivano il bottone con l’occhio destro aperto. L’occhio sinistro lo si stringeva sempre un po’ e rimaneva mezzo chiuso. Dormivamo anche così, con il sinistro sempre un po’ strizzato e la mattina alle cinque, quando quasi al buio cercavamo i pantaloni o le gonne, vedevo che anche le altre donne, come me, cercavano solo con l’occhio destro. Da quando lavoravamo alla fabbrica di radio credevamo di più al nostro occhio destro che a quello sinistro.

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Da Hertie [grandi magazzini], all’ultimo piano, c’erano i generi alimentari. Eravamo tre ragazze, da Hertie volevamo comprare zucchero, sale, uova, carta igienica e dentifricio. Non sapevamo le parole. Zucchero, sale. Per descrivere lo zucchero, mimavamo l’azione del bere caffè e poi dicevamo schak, schak. Per descrivere il sale sputavamo sul pavimento di Hertie, allungavamo le nostre lingue e dicevamo "eeee". Per descrivere le uova giravamo le spalle alla commessa, ancheggiavamo con i nostri sederi e dicevamo: "gak, gak, gak". Ricevevamo zucchero, sale e uova, per il dentifricio non ci riuscivamo. Ci davano detersivo per le piastrelle. Così le mie prime parole in tedesco furono schak, schak, eeee, gak, gak, gak.

(traduzione di Graziella Perrone)


affrancato e spedito da Effe | 00:42 | commenti (31)

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