Il ritorno
La bicicletta gioca un difficile equilibrio, appoggiata appena al tronco inquieto dell’ulivo.
La vecchia pianta, con la sua storia di nodi e rami e radici, è l’unica cosa rimasta uguale ad allora.
Tutto d’attorno è cambiato, perché vent’anni sono troppi, anche se c’è stata poca vita dentro.
E’ il terzo giorno che viene a sedersi qui, sotto quello che era il loro albero, cresciuto unico come un errore in mezzo a campi piatti.
E’ il terzo giorno, e lei non può non aver saputo del suo ritorno.
Qualcuno lo avrà raccontato, parlandone piano, come per caso.
Lei sa che l’aspetta lì, perché vent’anni sono troppi, ma non per una promessa.
Siede a terra, la schiena sente ogni ripensamento del tronco, ogni indecisione, mentre tutto intorno è sole e silenzio.
Da lontano, da quello che potrebbe essere il punto in cui il mondo inizia o termina, una nuvola si alza a seguire l’automobile che ridisegna la strada bianca di polvere come in un percorso frequente e noto.
Lui si alza, mentre il sole scheggia lampi a perpendicolo sulla carrozzeria rovente.
A cento passi, a cento passi si fermano l’uno dall’altra, e nella distanza breve lui misura tutti gli anni vissuti lontano da qui, in una terra nuova dove le case hanno mille piani, le strade mille miglia, e la gente parole sconosciute.
Lei scende dalla macchina, viene verso di lui, e cancella ogni passo, e ogni anno, finché la distanza tra loro non sarà esistita mai.
Ogni cosa è cambiata, perché vent’anni sono troppi, ma lei no, è rimasta uguale, come se fosse questo il momento in cui si erano detti, in cui si diranno addio.
Ha vent’anni ancora, come vent’anni fa.
I suoi occhi di burrasca, che raccontano un cuore di arance e di malaspina, sono gli stessi, e la sua bellezza non ha conosciuto un solo giorno in più.
Ha vergogna lui invece delle sue rughe, della polvere che si è posata sullo sguardo, dei sogni che non ha più.
Ora non ci sono più distanze.
Lui è qui, oggi, e lei è qui, ieri.
Gli porge la mano, come se dovessero impararsi di nuovo, come se non si fossero conosciuti più di qualunque altra cosa al mondo.
Gli porge la mano, e gli dice il suo nome.
Si siedono sotto l’albero, ora, tra qualche silenzio.
Avevi detto che saresti tornato, gli dice con la sua voce d’allora.
Sì, risponde lui, come se quell’unico suono potesse contenere tutte le cose che in vent’anni avrebbe voluto dirle.
Sono tornato, aggiunge, aggrappandosi all’unica certezza che sente appartenergli.
Sono qui per la promessa, dice lei.
Mi hai aspettato, risponde lui, o forse è una debole domanda.
Per tutta una vita, dice lei, e questa è senz’altro una risposta.
Poi apre la borsa chiara che porta a tracolla, ne ottiene un fascio di poche lettere, scritte e mai spedite, e gliele consegna.
Non sapeva dove inviarle, non hai mai comunicato il tuo indirizzo. Non ha potuto dirti di me. Quando si sono accorti che sarei nata, la sua famiglia l’ha rinchiusa in campagna, perché non si sapesse. Non l’hanno mai più voluta in casa. Lei ha vissuto per te, più ancora che per me. Ha vissuto perché sapeva che saresti tornato. Ma ogni anno passava, e tu non c’eri. "Ha promesso", diceva, "verrà" e ti scriveva una lettera, una per ogni anno. Neppure alla fine si è arresa. E’ stata vinta. Solo all’ultimo mi ha raccontato di mio padre, e mi ha dato le lettere perché te le consegnassi al posto suo. E’ a lei che ho fatto la promessa. Adesso no. Adesso sono libera.
Lei si alza leggera, già per metà fatta del vento caldo del pomeriggio che ora spira forte da sud.
Se ne va portandosi via vent’anni passati, e tutti quelli futuri.
La polvere sollevata dall’auto si dirada verso un punto dove, ora lui lo sa, il mondo finisce.
Il vento nasconde lontano nei campi le lettere che non ha la forza più di trattenere tra le dita.
Alla fine ogni traccia è cancellata, non resta altro che sole e silenzio, una bicicletta appena appoggiata al tronco di un ulivo, e un uomo che non sa se mai è partito, e dove sia la strada del ritorno.