Il Rabdomante
L’acqua cerco, profonda e buia, la fonte che altro non vuole se non libertà e luce.
Io libero l’acqua, spezzo catene, sconfiggo la maledizione di sassi e di radici.
L’acqua gorgoglia e danza, scavando tra pietra e terriccio.
Ha un suo canto, l’acqua, una musica, un ritmo che lei conosce.
E quando, con il mio bastone dalla punta doppia come la verità, il bastone che vibra e mi percuote e lacera, trovo infine quel ritmo, e inizio il canto, lì è l’acqua, ancora una volta l’acqua, l’acqua infallibilmente.
Cominciava allora ogni volta a cantare il suo canto acquoreo, ritmando le parole sconosciute con il battito del cuore e con il passo.
Un battito, un passo e una nota, modulati in un movimento unico e fluido, richiamo per il liquido nascosto che scorreva puro sotto i nostri piedi.
Cantava un canto tellurico e buio che pulsava nelle vene sotterranee, laggiù nel profondo, vibrando attraverso arterie di magma, fino ai capillari rocciosi e fragili in superficie.
Rispondeva allora il tuono, rombava ritmica la terra, e la pioggia cadeva, chiamata come simile e uguale dalle polle ctonie, e da lontano ecco le onde di un mare, e cielo e terra, e fuoco, e tutto era vivo, tutto danzava una nuova creazione intorno a quel piccolo uomo.
E lo si sarebbe potuto dire un sogno, quello spettacolo terribile, o un nuovo inizio.
Ogni volta, un’oscurità-nuvola-tempesta si rovesciava intorno a noi, e folgore e tuono seguivano i ritmi del canto.
Nel buio improvviso, la sua sagoma sottile illuminata a tratti in controluce dalle rapidità elettriche tra cielo e terra, e lui, come sulla cima di un monte appena innalzato dalla pressione delle ere geologiche in movimento, lassù in alto, sopra di noi e al centro di tutto questo.
E l’onda del suo canto tesseva e ordiva l’ordine delle cose e la forza delle maree, e molti soli nascevano a vorticavano attorno ai punti cardinali, e nuove costellazioni tracciavano destini futuri.
E quando finiva il canto, ecco che la tempesta, il tuono, il buio e l’onda e tutto quanto era scomparso, e mai esistito se non nel canto che terminava.
E quando ogni cosa era conclusa, e l’ultima vibrazione spenta, e placati gli elementi, allora in quel punto preciso, da quel punto sgorgava, ogni volta, la sorgente liberata infine.