URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, settembre 19, 2005

Un mondo


Quando anche l’ultima se ne fu andata finalmente, chiuse la porta e spense ogni luce, anche il lume là in fondo che la regola vuole acceso.

Chissà se lo aveva mai capito, ma adesso no, adesso no, cosa portava quelle donne con poca felicità e ancor meno vita a passare ogni sera lì.

Attendeva in un angolo nascosto in ombra perché nessuna lo vedesse, nessuna potesse chiamarlo a sé. Cosa mai avrebbe detto loro, se lui stesso non sapeva più.

Gli anni in seminario erano stati di pane secco e di bastone, e poi infine lì, su una montagna amara, a render conto a Dio di un posto così lontano e duro.

Ma Dio non aveva chiesto e dato nulla. Non aveva preteso, né compreso.

Lo aveva dimenticato, e anche la sua chiesa. In così tanti anni, nessuno lo aveva chiamato mai. Forse erano morti nel frattempo tutti quelli come lui, forse era l’ultimo, e cosa importava, allora, che senso aveva tutto? 

Del rito d’ogni giorno aveva scordato le parole, sconciato le formule latine, ignorato dogmi. Non se n’era accorto alcuno, dapprima, poi non se n’era accorto lui nemmeno.

Il mondo piccolo che doveva assolvere lo aveva in fin dei conti condannato e reso uguale. Scontò una forza mai avuta conoscendo le debolezze d’ogni uomo.

Alcuni confessavano timori, e anche lui temeva.

Tutti rendevano conto di stanchezze e impossibilità che erano anche sue.

Doveva concedere speranza, e lui stesso ne domandava. Più conosceva il fondo, e più gli pareva che ogni sua parola fosse inganno.

La tonaca era lisa alle ginocchia, ma consumata non in veglie di preghiera. Passava il giorno in un orto stento di cavoli e patate, in ginocchio a guarirlo di gramigna e assolverlo di siccità.

Non viveva che così, con l’orto e la pietà della sua gente, e del poco che gli dava l’una e l’altra cosa. Non aveva altro. Non ricordava ci fosse stato altro.

Adesso, l’ultimo cero spento, si rinchiuse a notte in canonica, con una stufa e poca legna umida ad annerire di fumo la cucina.

Trovò ancora un fondo di minestra, cavoli e patate, e la mangiò dalla pentola che conosceva mani di stagnino.

Fuori la notte si era fatta pioggia, e il mondo piccolo di poche case in pietra era tutto lontananze e silenzi.

Dormì, ma per un tempo breve.

- Chi bussa a quest’ora, cosa volete?

– C’è da andare alla casa sul vallone, lì si muore – rispose una voce dalla pioggia. 

– Non sono medico, non è affar mio, e poi è casa di gente che non so, in chiesa non ci viene.

– E’ questione vostra, cosa d’anime. Scenderete, invece.

La voce rientrò nella pioggia scura e senza nome. Si rivestì allora il prete della tonaca umida e d’un mantello spesso. Le scarpe sporche d’orto e di fatica non avrebbero retto fango, né pioggia il cappellaccio.

Lasciò il paese aprendo la notte d’un poco a ogni passo appena, percuotendola con breviario e con lanterna.

Nella casa che strisciava bassa e di pietra sul vallone, non tutti gli occhi si alzarono al suo arrivo.

Conosceva destini e altre storie, e comprese come le altre quella.

La ragazzina, non donna nemmeno, era bianca e quasi lontana ormai, una macchia di sangue fioriva dal suo ventre sul lenzuolo di tela.

– Di quanti mesi era? – domandò piano, per sapere quanti morti benedire.

– Tre, quattro, non so. Abbiamo dovuto – rispose la madre della giovane.

– Allora no, non lo benedico. Chi era il padre, chi è stato?

– Lei muore! – implorò la donna.

Il prete la guardò e ne raccolse lo sguardo di nuvola bassa versato sull’impiantito fino a raggiungere di fianco a lei l’uomo, marito e padre. 

Di lui conobbe la fronte ottusa e le mani torte, e un peso che gli curvava le spalle. 

- Meglio per lei – mormorò il prete, - meglio per lei.

Non aggiunse altro, sedendosi accanto al caminetto acceso.

Era stanco, d’ogni possibile stanchezza. Era debole e lontano. E il cuore immobile.

- Aiutateci voi, dite qualcosa. – lo supplicò allora la donna - Ci dev’essere qualcosa, nel libro. Qualcosa che ci salvi tutti.

Il prete la guardò senza capire.

Tremò, al comprendere poi quella speranza, a vedere che era rivolta a lui.

Si alzò di colpo e protese con rabbia i pugni chiusi, come volesse chiudere finalmente i conti con qualcuno.

Poi uscì dalla porta bassa della casa, correndo sotto l’acqua diagonale.

Le gocce trovavano corso tra collo e tonaca, e le scarpe smottavano fanghiglia.

Dalla casa gli lanciarono sguardi sulla schiena, finché fu solo notte più, e pioggia.


affrancato e spedito da Effe | 09:28 | commenti (59)

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