Belèm
Fu invece un raggrumarsi appena dell’anima, un lieve disperdersi di senso - e l’avrebbe detto differente.
Si raddensò lo sguardo in una luce d’ambra a velare ogni cosa intorno, ma l’assenza di colori fu tutto quello che mutò, lasciando intatto il mondo, di poco solamente più silenzioso.
Gli sembrò, per un momento, di vedersi di spalle mentre svoltava un canto, ma non si raggiunse e il ricordo di sé presto lo lasciò.
Controllò l’orologio, pieno ora di un’urgenza nuova. Mancava poco, un giro di quadrante appena, un ultimo movimento, né aveva il meccanismo altra carica per un respiro in più.
Rinserrò l’orologio nel taschino e indossò il cappello scivolato prima, segnato ancora dalla polvere di strada.
Sentiva un nuovo caldo e sudava piano, alla discesa dal Chiado fin giù, verso la Baixa meridiana.
Ora tutto appariva a mezza tinta, come se il mondo conoscesse il rimorso d’esser prima stato rilucente.
Scontrò le spalle spesso di chi camminava opposto, andando ora verso Praça do Comercio e incontro al fiume, che a quell’argine era grande come un grande mare.
Nessuno gli dava strada, nessuno lo impediva. Lo rallentava la grigia lentezza degli altri che non conoscevano l’urgenza di un tempo che aveva presto fine.
La luce d’ambra s’era fatta densa, il velo tra occhi e mondo inspessiva ad ogni movimento d’orologio che premeva con docile peso d’argento sull’addome.
Prese l’electrico che dirigeva verso l’azzurro di Belèm, salendo sulla vettura colma di silenzi. Sfilò piano gli occhiali che restituivano uno sguardo ormai estraneo, mentre la bocca aperta a chiedere conforto d’aria gli si riempiva di un amaro che aveva colore dell’addio planato degli albatri che salpavano all’oceano.
La carica d’orologio si faceva debole di più, e il suo respiro al pari breve.
Quasi a stento ritrovò la via che l’aspettava di un’attesa fioca, e tutto nel quartiere della sua vita intera sembrava rimandato a un’irragionevole distanza.
Salì al terzo piano con fatica lenta, tra odori di povere cucine. Davanti alla sua porta si fermò un poco, asciugandosi sul collo quel sudore.
Al gesto consueto scomparve la chiave nella serratura, ma il ferro restava immemore e inerte, non girava la chiave, la porta non si apriva.
Eppure non c’era tempo, non poteva più aspettare.
Alle spalle si faceva già pesante un passo noto. Sua moglie divorava scale con le sporte colme della spesa.
Non gli disse nulla, arrivata al piano, neppure lo guardò. Di certo era in collera con lui, come ad ogni colpevole ritardo, e forse non gli avrebbe parlato più.
La donna aprì con facile sforzo la porta, e lui entrò in casa rintracciando i suoi passi.
L’ambra nei suoi occhi s’era fatta dura, quasi pietra ora, e vedeva appena.
Gli passò accanto un bimbo non suo, a cercare le braccia della madre.
Vide se stesso poi mentre usciva di cucina a baciare la donna d’un amore spento. Si osservò mentre ritornava nella stanza affianco: aveva ora occhi stanchi e capelli lenti.
Prese dal taschino il debole orologio, proprio mentre batteva l’ultimo istante ed esauriva la carica ormai.
Guardò nell’ambra un calendario appeso, e appena prima che fosse buio infine capì d’esser morto dieci anni prima.
[il brano è ispirato alla frase "e l’orologio, che scandiva le ore di un defunto" tratta da Il pasto grigio, Demetrio Paolin, Untitled Editori]