URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, ottobre 17, 2005

Aletheia

ordinato dramma quotidiano in due atti

(di cui il primo)


Quel che ciascuno poteva sperare, terminati gli Studi Propedeutici, era ricevere in sorte un buon impiego presso l’Azienda Madre.

In sorte, perché inspiegato rimaneva il nesso tra le capacità di ogni individuo e l’incarico che riceveva. In qualunque caso, non c’era altra possibilità che lavorare per l’Azienda Madre, accettando l’impiego che veniva assegnato presso uno dei suoi molti settori.

Io ero stato integrato nel settore del terziario avanzato, una definizione talmente vaga che, dopo due anni di frequentazione quotidiana dell’ufficio, ancora non mi era chiaro lo scopo dell’attività che svolgevo. Il mio lavoro era organizzato sempre allo stesso modo: ad ogni inizio settimana – benché, lavorando sette giorni su sette, non fosse ben certo il momento in cui la settimana aveva termine – il Supervisore mi consegnava un crudele faldone di pratiche, e il mio compito consisteva nel riordinare i fascicoli secondo un criterio definito.

A settimane alterne, l’ordine delle pratiche doveva essere progressivo per data di classificazione, oppure per sequenza alfabetica di argomento.

Il numero settimanale dei fascicoli era sempre lo stesso, calcolato in modo che il lavoro potesse venir svolto, senza interruzioni, esattamente nel tempo stabilito.

Da dove provenissero gli incartamenti, dove fossero destinati e quale ne fosse l’importanza, non era nella mie mansioni saperlo. Né potevo confrontare la mia attività con quella degli altri colleghi, perché la vita all’interno dell’Azienda Madre – e, per certi versi, si poteva dire che nulla fosse davvero esterno ad essa – era organizzata in modo da consentire il massimo dell’efficienza, limitando al minimo, o vietandola del tutto, l’interazione tra gli impiegati, per non causare distrazioni e perdita di produttività.

Ad ogni nuovo assunto veniva assegnato un diverso orario di entrata e di uscita dall’ufficio, in un ciclo che comprendeva le ventiquattro ore. L’accesso all’Azienda Madre avveniva da quattro entrate differenti, disposte in corrispondenza dei punti cardinali e, data l’incalcolata superficie dell’edificio, distanti tra loro alcuni chilometri. Gli orari e l’alternanza delle entrate erano così precisamente calcolati e immodificabili, che ogni impiegato entrava o usciva dalla struttura senza incontrare nessun altro collega.

Ciascuno era tenuto a seguire, all’interno dell’Azienda Madre, il percorso indicato sul pavimento dei lunghi corridoi e sulle porte chiuse delle stanze secondo precisi codici cromatici e alfanumerici.

Sul mio badge elettronico era indicato il codice Est, 3, Giallo, XII, TA72, H. Questo significava che ero autorizzato ad accedere alla porta d’entrata Est, nel turno orario numero tre (06.13 – 18.13), e che dovevo seguire il percorso giallo fino al dodicesimo piano; una volta raggiunta l’area del Terziario Avanzato, dovevo entrare nella stanza numero 72 e sedermi alla scrivania contrassegnata dalla lettera H.

Ogni scrivania era isolata dalle altre da un divisorio fonoassorbente, attraverso cui potevo intuire, ma non vedere, la presenza dei miei colleghi.

Ma i divisori non potevano occultare gli odori, e io sarei stato in grado di riconoscere quel profumo tra mille altri. Un dopobarba all’essenza di alghe del Mar Morto.

Da studente, durante un Seminario di Formazione, alcuni compagni me ne avevano inzuppato per scherno i vestiti, e l’odore tenacemente dolce mi era rimasto addosso per più di un mese, segnando per sempre il mio olfatto.

Ora, da alcune settimane sentivo quell’aroma provenire dal cubicolo contiguo al mio, ma naturalmente mi era impossibile incontrare chi ne faceva un così abbondante uso.

Usciti a scaglioni ragionati, ciascuno di noi raggiungeva con i mezzi pubblici – non era consentito disporne di privati – gli appartamenti che la stessa Azienda assegnava in locazione, disseminati in punti diversi della città.

Anche gli orari dei mezzi pubblici, gestiti dall’Azienda Madre, erano calcolati in modo da non favorire l’incontro tra dipendenti al di fuori del luogo di lavoro.

L’organizzazione era perfetta, e riguardava ogni aspetto della nostra vita.

Ma la perfezione generale può, a volte, non tener conto di particolari minimi e irrilevanti.

Gli scarafaggi, ad esempio.

Improvvisamente, ne individuai una decina nelle condutture del bagno del mio piccolo appartamento.

Il giorno dopo riferii la scoperta al Supervisore, che se ne mostrò contrariato. Un fatto simile non era stato previsto.

Poiché l’Azienda Madre vigilava, oltre che sulla moralità dei dipendenti, anche sulla salubrità degli ambienti in cui dovevano vivere, in pochi minuti mi venne fornito l’indirizzo di un altro appartamento aziendale, dove avrei trascorso il periodo di quarantena in cui veniva ora posta la mia abitazione.

Il Supervisore me ne consegnò le chiavi, esortandomi a recuperare, nel riordino delle pratiche, il tempo che si era perso per risolvere il mio problema.

Terminato per quel giorno il lavoro, raggiunsi senza curiosità la casa temporanea, che sapevo di trovare del tutto simile alla mia.

Prima ancora di aprire la porta dell’appartamento numero 16, riconobbi facilmente il forte odore che ne proveniva.

Alghe del Mar Morto.


affrancato e spedito da Effe | 09:19 | commenti (40)

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